da “Il Bollettino di Clio” NS  n. 9,  settembre 2018

Elisabetta Donini

Già docente presso l’Università degli Studi di Torino

Rete Internazionale delle Donne in Nero

 

 

  1. Mutamenti di punti di vista

Negli ultimi decenni numerosi ragionamenti teorici e iniziative pratiche si sono incentrati sulla partecipazione delle donne ai processi cosiddetti di sviluppo, interrogandosi sugli effetti che ne scaturiscono per le donne e per le loro relazioni con gli uomini, dunque per i rapporti di genere.

Ritengo opportuno presentare rapidamente le principali prospettive di fine Novecento, contraddistinte come Women in Development (WID), Women and Development (WAD), Gender and Development (GAD). Nel linguaggio tanto della ricerca quanto della cooperazione e nei documenti delle Organizzazioni non Governative (ONG), queste espressioni sono state a lungo le più utilizzate per caratterizzare modi diversi di considerare la questione.

In generale, le origini del percorso vengono fatte risalire al libro dell’economista danese Ester Boserup, pubblicato nel 1970, la cui traduzione italiana si intitola Il lavoro delle donne: la divisione sessuale del lavoro nello sviluppo economico (cfr. Boserup, 1970); esso ha segnato una svolta concettuale decisiva: come è stato sottolineato circa venti anni dopo, “probabilmente non c’è un solo lavoro in tema di donne e sviluppo che sia stato altrettanto citato.”

La svolta impressa da Ester Boserup si imperniò su una profonda critica degli effetti che la colonizzazione e la penetrazione del capitalismo avevano avuto sulle donne, erodendo la loro importanza sul piano economico, così come su quello dei rapporti nella famiglia e nella comunità. Se si prende in esame in particolare il caso dell’Africa, si può vedere che nella divisione tradizionale dei ruoli alle donne non competevano solamente la relazioni che chiamiamo correntemente “di cura” o anche “lavoro riproduttivo”, ma esse svolgevano una parte essenziale del “lavoro produttivo”, in quanto protagoniste dell’agricoltura di sussistenza, fondamentale per avere a disposizione adeguate risorse di cibo. L’avvento di sistemi socioeconomici fondati sul valore del lavoro misurato in denaro privilegiò gli uomini, puntando alle produzioni di interesse commerciale e introducendo metodi di coltivazione “moderni”, mediante tecnologie cui le donne non ebbero accesso: in sintesi, le merci vinsero sui cibi e il lavoro maschile su quello femminile.

In base a questa analisi si delineò l’approccio WID, che si concentrò sui programmi di sviluppo rivolti in particolare ai paesi del Sud del mondo, allo scopo di integrare in essi le donne, in modo che venisse pienamente riconosciuta l’importanza del loro lavoro; inoltre, le sostenitrici del WID misero in evidenza la connessione tra l’efficacia delle azioni da intraprendere e le richieste di equità e giustizia sociale per le donne. Tra i momenti alti di elaborazione e di affermazione da parte dei movimenti delle donne della volontà di incidere dal proprio punto di vista sulle prospettive generali va ricordata la Conferenza mondiale per l’anno internazionale delle donne indetta dalle Nazioni Unite a Città del Messico nel 1975.

Non mancarono però le critiche; una delle principali riguardò l’enfasi posta sull’accesso ad attività che permettessero alle donne di guadagnare denaro, legando le prospettive di migliorare le loro condizioni e ruoli sociali al superamento dei compiti tradizionali per entrare invece nei settori considerati moderni. Proprio l’analisi dei limiti di tali teorie – che vedevano la modernizzazione come struttura portante dello sviluppo e ritenevano che il problema per le donne fosse come diventarne partecipi – portò allo slittamento da WID a WAD: piuttosto che concentrarsi su quali fossero i modi più efficaci perché le donne trovassero spazio “nello” sviluppo, apparve decisivo guardare alla relazione tra donne “e” sviluppo, mettendo in discussione quest’ultimo come espressione del legame tra patriarcato e capitalismo.

Ne scaturì un orientamento molto più centrato sulle donne, il cui lavoro appariva altrettanto importante nella sfera domestica e in quella pubblica, in un processo di trasformazione sociale di cui fossero esse stesse protagoniste; di contro, perseguire il loro inserimento nello sviluppo significava rinforzare le strutture di diseguaglianza esistenti in società dominate da un impianto patriarcale e finalizzate al soddisfacimento di interessi segnati dalla prevalenza del maschile. Anche in questo caso vennero sollevate obiezioni: tra le altre, il rischio di fallimento di un approccio che, occupandosi di progetti relativi soltanto alle donne, avrebbe risentito dei limiti della marginalità di queste ultime.

  1. Le novità introdotte dalla prospettiva di genere

Una svolta ben più decisa maturò attorno alla Conferenza mondiale sulle donne che si svolse a Nairobi nel 1985, indetta anche questa dalle Nazioni Unite. La costruzione femminista della prospettiva di genere stava portando in quegli anni a una consapevolezza rinnovata di quanto le diseguaglianze di ruoli, diritti, poteri tra donne e uomini nelle varie società non avessero a che fare con la differenza biologica di sesso, ma con la diversa costruzione del femminile e del maschile sul piano storico, sociale, economico, culturale. Riconfigurare la questione in termini di “genere e sviluppo” significò passare ad una concettualizzazione olistica, attenta a tutti gli aspetti interrelati della riproduzione e della produzione; occorreva porsi domande che andavano dal valutare chi fosse avvantaggiata/o e chi svantaggiata/o dall’assumere una certa iniziativa di tipo economico all’esaminare quale bilancio di nuovi equilibri (o crescenti squilibri) ne scaturisse tra donne e uomini a livello di diritti e obblighi, poteri e privilegi.

La forte spinta dei femminismi e dei movimenti delle donne a livello mondiale si ripercosse sui modi stessi di intendere lo sviluppo e di introdurre indicatori per valutarne le dimensioni. Nel 1990 iniziò ad operare il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite denominato United Nations Development Programme (UNDP); questo organismo ampliò i criteri su cui basarsi per “misurare” lo sviluppo: tradizionalmente (e purtroppo troppo spesso ancora adesso) il primo elemento cui si guarda è il Prodotto Interno Lordo (PIL), ma esso risultava inadeguato rispetto alla molto maggiore complessità dei processi che influiscono sulle condizioni delle persone. Venne così elaborato un nuovo strumento di valutazione, per tenere conto anche di componenti relative alle aspettative di vita (dunque alla salute) e ai tassi di alfabetizzazione, combinandole con le misure relative al PIL pro capite, in modo da definire quello che venne chiamato “Indice dello sviluppo umano”.

Benché innovativo, si trattava tuttavia ancora di una misura “neutra”; perciò molte femministe e attiviste dei progetti di sviluppo la criticarono e si impegnarono per mettere a tema le disparità di genere, portando all’elaborazione di nuovi indicatori, in cui i dati relativi all’attesa di vita alla nascita, al tasso di alfabetizzazione delle persone adulte e al PIL pro capite vennero disaggregati tra donne e uomini e su queste basi venne coniato l’“Indice dello sviluppo di genere”. Non casualmente, il primo dei Rapporti annuali sullo Sviluppo umano che tenne conto di queste nuove concettualizzazioni attente al genere fu pubblicato – con il significativo titolo La parte delle donne – nel 1995 (UNDP, 1995), cioè nell’anno in cui le Nazioni Unite convocarono a Pechino la IV Conferenza mondiale sulle donne, cui si affiancò a poca distanza, nella cittadina di Huairou, un Forum di associazioni, gruppi, ONG, singole partecipanti che vide la presenza di trentamila donne di tutte le parti del mondo.

Era un periodo di grande vitalità teorica e pratica alimentata da prospettive femministe autonome, capaci di sovvertire le tradizioni di pensiero più radicate. In particolare desidero segnalare qui un aspetto, strettamente legato al mutamento nelle concezioni dello sviluppo; si tratta della distinzione invalsa da lungo tempo tra “lavoro pagato”, cui si dà valore e perciò “conta” e “lavoro non pagato”, che invece “non conta”: rilevante per la misura del PIL il primo, irrilevante il secondo. Come in molti altri campi, la visione femminista sfidò i modi di ragionare rispetto a cui gran parte delle attività delle donne risultavano “invisibili”, denunciando che esse erano piuttosto “non viste”, perché “non guardate”: le lenti virate al maschile e i punti di vista plasmati dal patriarcato non sapevano riconoscere il valore dell’enorme apporto che le donne danno da secoli alla possibilità di vita propria, delle famiglie, delle comunità.

  1. Vincoli e contraddizioni di un’esperienza sul terreno 

Per quanto fosse fondamentale mettere in primo piano la differenza di genere come nucleo portante delle strutture sociali, neppure per questa strada presero piede visioni totalmente liberate: troppo grande ea il peso delle condizioni date – inclusa la prevalenza millenaria degli orientamenti patriarcali. Cercherò di ragionare di questi limiti a partire da un’esperienza concreta. 

Tra il 1997 e il 2004 ho partecipato a vari progetti di cooperazione in Mali e altri paesi del Sahel, promossi dalla Regione Piemonte, organizzati in collaborazione con l’Università di Torino; in particolare, io vi sono stata coinvolta come componente sia della Facoltà di Agraria sia del Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere (CIRSDe). I progetti riguardavano le politiche di sicurezza alimentare e fin dall’inizio insieme con l’amica e collega, Angela Calvo, con cui lavoravo, abbiamo dovuto convincere i nostri interlocutori che aveva senso prevedere un filone centrato sulle donne, in quanto da loro veniva il maggiore contributo alla produzione di cibo: nel caso dell’Africa, secondo le stime della FAO e di altri organismi internazionali esso poteva variare tra il 60 % e l’80 %.

Avvalerci di argomenti strumentali ci metteva a disagio, anche se risultavano efficaci; abbiamo però incontrato rigidità ben maggiori quando abbiamo proposto di destinare parte dei fondi a un filone volto a migliorare le condizioni di salute delle donne (in particolare a. diminuire l’incidenza delle morti da parto) di un gruppo di villaggi. Di nuovo, è stato necessario invocare la maggiore efficienza con cui le donne avrebbero potuto lavorare nel progetto se si mantenevano in buona salute: non ebbe alcun peso invocare quello alla salute come un diritto fondamentale, delle donne come degli uomini. 

Attraverso una negoziazione piuttosto faticosa con la Regione Piemonte, ente finanziatore, siamo riuscite ad ottenere un’interpretazione estensiva della nozione di “sicurezza alimentare”, in modo «da integrarvi il sostegno alle condizioni di vivibilità in generale, spostandosi dalle dimensioni prettamente produttive, tecniche ed economiche verso quelle più ampiamente legate alle condizioni sociali e ai rapporti tra componenti diverse dell’organizzazione locale dell’esistenza quotidiana» (Battaglino, Donini, p. 143).  

Ho riportato queste righe perché, mediante qualche citazione da un saggio che abbiamo scritto insieme, desidero evocare il ricordo di Mariateresa Battaglino, femminista e esperta di cooperazione, da cui ho imparato come cercare di entrare in relazione con le donne dei villaggi, tentando il più possibile di ascoltarle nei loro desideri e bisogni, senza sovrapporre le griglie preconcette dei “nostri” valori e modi di ragionare. 

Uno degli ambiti in cui mi ha maggiormente aiutata la capacità di Mariateresa di essere lucida nella lettura della realtà, senza però farsene schiacciare, riguarda la finalità che in quegli anni accomunava tutti i progetti rivolti a donne – in Africa o comunque nel Sud del mondo: promuovere “Attività Generatrici di Reddito” (AGR). Si profila qui un nodo critico: le AGR aumentano il già molto pesante carico di lavoro delle donne, perché si aggiungono ai compiti che comunque esse continuano a svolgere (produzione alimentare per la sussistenza, cura delle e dei figli/e, cura della famiglia entro i rapporti complessi delle realtà allargate, attività destinate a mantenere e fare crescere i legami sociali…). Piuttosto che valutare l’efficienza in termini di apporto alla crescita del reddito economico, Mariateresa ritenne opportuno introdurre una categoria di analisi più complessiva: la «redditività sociale» (ivi, 172), per fare emergere gli spostamenti che si andavano producendo nei rapporti di genere tra donne e uomini al mutare dei ruoli svolti.

Restava però una questione di fondo: perché le donne stesse chiedevano che i progetti fossero centrati sulle AGR? Il fatto è che esse sperimentavano un crescente bisogno di denaro anche solo per cercare di fare fronte alle necessità di base, dalla salute all’istruzione: e tutto questo in quanto paesi come il Mali stavano praticando tagli durissimi alle spese sociali, per effetto delle politiche di “aggiustamenti strutturali” imposte da grandi organizzazioni quali il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale.

  1. Sviluppo, malsviluppo, sviluppo armato

A questo punto mi pare evidente che per ragionare più a fondo sui problemi rilevati occorre mettere in discussione la nozione stessa di sviluppo, impregnata di secoli di storia in cui l’imperialismo e il colonialismo hanno sorretto il dominio dell’Occidente, attribuendo valore universale alle proprie visioni e all’ordine sociale fondato su queste ultime e imponendo in loro nome una tragica subordinazione degli spossessati ai potenti, all’interno come all’esterno delle nazioni collocatesi al comando sul mondo. 

Alla base di queste dinamiche – tanto sul piano concreto di come l’Europa e il Nord America hanno affermato la loro forza quanto su quello ideologico di come sono riusciti a legittimare tali processi come univocamente necessitati dagli andamenti storici – hanno svolto un ruolo essenziale la nascita e la crescita della scienza dalla fine del ’500 ai nostri giorni. Molti lavori di critica femminista della scienza moderna e contemporanea hanno messo in evidenza quella reciproca funzionalità tra rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale e rivoluzione capitalistica che è stata costitutiva del successo dell’Occidente. Nello stesso tempo hanno documentato come nella pretesa dell’oggettività, univocità e universalità della conoscenza scientifica si siano riflesse le peculiarità del maschile, contraddistinto dall’aspirazione a forme di razionalità immuni da sentimenti e emozioni. Nonché non avere una valenza neutra e assoluta, le scienze e le tecnologie sono state sin dalle origini l’espressione sia della parzialità di genere che le ha modellate sia della parzialità delle strutture sociali e dei rapporti di potere tra regioni diverse di cui hanno realizzato gli interessi.

Alla fine degli anni ’80 comparve un libro di Vandana Shiva (1988) – femminista ed ecologista indiana, formatasi come fisica – che diede un contributo sostanziale alla critica dello sviluppo, leggendolo come un processo da considerarsi doppiamente negativo: da un lato, perché era sbagliato l’assunto di base che fosse possibile estendere a tutto il pianeta il progresso di stile occidentale, fondato sulla crescita economica illimitata; dall’altro, perché quella concezione risentiva profondamente delle peculiarità androcentriche e patriarcali da cui era scaturita e che continuava a propria volta a rafforzare. Nella sua analisi Vandana Shiva compendiò efficacemente i due aspetti ricorrendo al termine “malsviluppo”: non solo si trattava di una categoria in sé errata, da cui provenivano più danni che benefici, ma essa privilegiava il maschile e subordinava le donne agli uomini, tanto come prospettiva generale quanto nel concreto dei rapporti sociali. 

Questa doppia valenza risulta ancora più chiara nella forma inglese mal(e)development, utilizzata per sottolineare che il carattere negativo che fa dello sviluppo un malsviluppo discende appunto dalla sua caratterizzazione maschile (male), impregnata della volontà di dominio che da Francesco Bacone in poi ha forgiato la scienza come strumento per assoggettare la natura. In sintesi, la nozione di “malsviluppo” evidenzia l’intreccio di ingiustizie ed oppressioni in cui patriarcato e capitalismo si sono saldati nella dominanza di genere del maschile. Come ha scritto la studiosa indiana, «la causa del crescente sottosviluppo che colpisce le donne non è stata l’insufficiente e inadeguata “partecipazione” allo “sviluppo” delle donne, bensì piuttosto la loro partecipazione forzata e asimmetrica, per cui esse ne hanno sopportato i costi senza condividerne i benefici» (Shiva 1988; trad. it. 1990, p. 4-5).  

L’analisi di Vandana Shiva si concentra sugli atteggiamenti nei confronti della natura; nella concezione moderna (a impianto patriarcale) ad essa si guarda come ad un insieme di “risorse” di cui impadronirsi, distruggendo la vita per ottenere merci e quindi profitto: così un fiume viene sfruttato per ricavarne energia elettrica mediante dighe e centrali oppure una foresta non è considerata utile finché non viene trasformata in monoculture di specie destinate al commercio. Dopo trent’anni non ho bisogno di sottolineare quanto sia stata purtroppo lungimirante questa lettura dei processi innescati dallo sviluppo: i disastri ambientali sempre più frequenti e intensi ne sono le dure manifestazioni attuali.

Vi sono però ulteriori aspetti, altrettanto drammatici, che a mio parere vanno sottolineati circa l’essenza di per sé “malvagia” dello sviluppo; rinuncio a soffermarmi sui nodi della riduzione in schiavitù – non certo del tutto sparita nei rapporti di produzione attuali – e delle molteplici forme di razzismo che alimentano le disparità di accesso ad una vita degna e scelgo di limitarmi al tema dell’intreccio inestricabile con armi, guerre, militarismo.

Basti pensare a come i profitti ricavati dall’industria degli armamenti entrino nel calcolo della ricchezza delle nazioni, anziché venire esecrati perché legati alla capacità di produrre morte e distruzione. Nel caso dell’Italia il contributo del comparto militare alla formazione del PIL ha avuto negli ultimi anni una continua crescita: secondo il rapporto presentato da Milex – Osservatorio Spese Militari Italiane, nel 2018, le spese per armamenti ammonteranno a 25 miliardi, pari all’1,4 % del PIL, con un incremento del 4 % rispetto al 2017. Ancora qualche cifra interessante tratta dalla stessa fonte: le spese appena citate corrispondono a circa 68 milioni al giorno; l’Italia si colloca in undicesima posizione in una classifica mondiale, superando paesi militaristi come Turchia e Israele; il suo 1,4 % del PIL è più alto dell’1,2 % impegnato da Stati come la Germania, l’Olanda o la Spagna.

Fin qui ho riportato un elenco di numeri, che però sento troppo aridi; in essi infatti si celano vissuti umani e esperienze dolorose, spesso anzi tragiche. Ne cito una, che mi sembra debba muovere a una particolare indignazione: il caso dello Yemen, dove sono stati trovati frammenti di bombe il cui numero di matricola e marchio RWM ha consentito a un’indagine del New York Times di provare che esse sono state costruite in Sardegna, negli stabilimenti dell’azienda RWM, di proprietà della tedesca Rheinmetall Defence. Questi ordigni, venduti dall’Italia all’Arabia Saudita, sono stati utilizzati anche contro civili: in uno dei bombardamenti di cui si sono trovate tracce è stata sterminata nel sonno un’intera famiglia, costituita di madre, padre e quattro figli/e. 

La Costituzione italiana (Art. 11) “ripudia la guerra”; la legislazione nazionale proibisce la vendita di armi a Paesi in conflitto; a questo si aggiungono i divieti previsti a livello internazionale, secondo cui la vendita di armi è vietata a Paesi che attuino palesi violazioni dei diritti umani: se pensiamo alle discriminazioni contro le donne ci rendiamo conto di quanto drasticamente una simile restrizione dovrebbe valere nei confronti dell’Arabia Saudita.

Forse ancora più grave è il cinismo con cui l’interesse per i guadagni che si ricavano dalla produzione e vendita di armi porta a ignorare persino le denunce fatte in sede di Nazioni Unite: secondo un rapporto del 5 settembre 2017, in Yemen è in corso «una catastrofe umanitaria interamente provocata dall’uomo», con 5.144 vittime civili di cui 1.184 bambini e continue violazioni dei diritti umani, 18,8 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari e 7,3 milioni che soffrono la fame; nei nove mesi trascorsi dalla data del rapporto la situazione non ha fatto che peggiorare. 

Sopra ho intenzionalmente usato la parola “interesse” perché già la NATO e più recentemente anche l’Italia hanno dichiarato che questo è il criterio fondamentale, secondo cui orientarsi nelle scelte strategiche: il “diritto” alla difesa armata per difendere il proprio territorio se aggredito da un altro Stato, è stato riformulato come diritto alla difesa degli «interessi vitali del paese», prevedendo che sia lecito intervenire con azioni di guerra ovunque si ritengano minacciati i propri interessi strategici e economici. 

Il legame tra ordigni bellici e interessi economici mi sembra doppiamente perverso: da un lato, perché la produzione e il commercio delle armi sono conteggiati come apporti positivi per la crescita del PIL; dall’altro, perché dopo il tempo breve o lungo delle distruzioni intervengono fasi più o meno durature di ricostruzione, con ulteriori vantaggi per gli Stati già più potenti: così come impongono le guerre, essi si accaparrano i guadagni della ricostruzione. Anzi, spesso essi plasmano gli andamenti del confronto militare in modo da garantirsi che all’interno prevalga un uomo o una fazione che rimanga sotto il loro controllo: così hanno fatto e continuano a fare gli Stati Uniti in Iraq, dove la guerra non è certo terminata (e ancora meno lo è in Afghanistan), ma nel frattempo compagnie multinazionali – a capitale prevalentemente USA – lucrano abbondantemente sul bisogno del Paese di uscire dalla devastazione subita.

Rispetto ai calcoli monetari, non riscuote altrettanta attenzione lo stravolgimento che le guerre comportane nell’esistenza delle persone, dalla perdita di familiari e amici, al subire traumi e ferite anche invalidanti, al vedere la propria casa distrutta, all’essere costrette a diventare profughe. Ma non dovrebbero essere questi i temi principali attorno a cui costruire una prospettiva di sviluppo meno nefasta?

 

Bibliografia

Battaglino Mariateresa, Donini Elisabetta (2002), “Donne, genere e progetti di sviluppo: questioni aperte sui criteri di efficacia”, in Benenati Elisabetta, Calvo Angela, Donini Elisabetta, Luzzati Enrico, Tasgian Astrig (a cura), Lavoro, genere e sviluppo locale in Mali e in Senegal, Torino, L’Harmattan Italia.

Boserup Ester (1970), Woman’s Role in Economic Development, London, George Allen & Unwin; trad. It. (1982), Il lavoro delle donne: la divisione sessuale del lavoro nello sviluppo economico, Torino, Rosenberg & Sellier.

Keller Evelyn Fox (1985), Reflections on Gender and Science, Yale University Press, New Haven; trad. it. (1987), Sul genere e la scienza, Milano, Garzanti.

Merchant Carolyn (1979), The Death of Nature. Women, Ecology and the Scientific Revolution, London, Wildwood House; trad. it. (1988) La morte della natura. Donne, ecologia e Rivoluzione scientifica. Dalla Natura come organismo alla Natura come macchina, Milano, Garzanti.

Shiva Vandana (1988), Staying Alive. Women, Ecology and Development, London, Zed Books Ltd.; trad. it. (1990), Sopravvivere allo sviluppo, Torino, Isedi.

UNDP (1995), Rapporto su Lo sviluppo umano. Vol. 6 La parte delle donne, Torino, Rosenberg & Sellier.

Visvanathan Nalini (co-ordinator), Duggan Lynn, Nisonoff Laurie, Wiegersma Nan (eds.) (1997), The Women, Gender and Development Reader, London, Zed Books Ltd.

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