Come innovare l’insegnamento della Geografia e della Storia con la Geostoria

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di Ivo Mattozzi

prof. a contratto nella Libera Università di Bolzano

Presidente di “Clio ’92. Associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia”

Pubblicato già in La formazione universitaria degli insegnanti di geo-storia nella scuola secondaria di doman.

Atti del Convegno a cura di Giuseppe Rocca.

Genova, Università degli Studi, 21-22 dicembre 2015, Università degli Studi di Genova Dafist – Dipartimento Di Antichità, Filosofia, Storia, Geografia, pp. 51-60.

http://www.aiig.altervista.org/notiziario/2016/Convegno%20Geo-Storia.pdf

Ora revisionato nel titolo e con integrazioni e con traduzioni dal francese.

Introduzione

Il mio punto di vista è quello della storia e della didattica della storia. Penso che la formazione storica, la formazione del pensiero e del sapere storico abbia tutto da guadagnare se assume l’approccio geostorico quanto più intensamente sia possibile. Perciò il mio ragionamento è ancorato alla prospettiva di rinnovare l’insegnamento della storia con l’impostazione geostorica e farò esempi a partire dal campo storiografico.

A mio parere, la geostoria non può essere una disciplina che assorbe geografia e storia o che sostituisce entrambe. È il punto di convergenza delle due discipline. Ed è un approccio che può essere applicato di volta in volta in geografia e in storia. Introdurre conoscenze geostoriche nel curricolo di storia e farle apprendere agli alunni in modo intelligente vuol dire anche contribuire alla formazione di cittadini competenti e partecipanti, poiché si incrementa la loro comprensione dei problemi che le attività umane e i mutamenti ambientali generano nei territori vissuti.

Ma pensare le discipline geostoricamente non è agevole in una tradizione scolastica dove è prevalsa sempre la logica dei recinti disciplinari e dove la formazione degli insegnanti inibisce la concezione della geostoria e della geografia storica. I custodi della purezza dei due campi disciplinari temono il rischio che la contaminazione faccia perdere alla geografia la propria specificità e alla storia l’asse di conoscenze politico-istituzionali che è stato assunto – abusivamente – come l’architrave del sapere storico.

Infatti, la inclusione di conoscenze geostoriche nei curricoli disciplinari ha nemici dichiarati e nemici subdoli.

I nemici dichiarati sono gli storici e i loro apprendisti – futuri insegnanti di storia – che non hanno nessuna sensibilità alla geostoria e la ignorano o la disprezzano. I nemici subdoli sono gli autori di manuali, i loro editori. Non vale la pena parlare degli storici che hanno la responsabilità della cattiva formazione storica dei loro apprendisti, futuri insegnanti. L’innovazione dell’insegnamento mediante l’approccio geostorico è ostacolata da coloro che devono tradurre le indicazioni e i piani di studio in sistemi di conoscenze insegnabili e da apprendere: autori ed editori. Come interpretano il campo geostorico gli editori e gli autori di manuali? Che conoscenze passa il convento editoriale spacciandole per geostoriche? Cosa intendono per geostoria gli insegnanti?

I nemici subdoli della geostoria

Li definisco subdoli poiché con la maschera dell’amicizia per la Geostoria ne tradiscono la identità: danno il titolo di Geostoria all’assemblaggio dei due volumi di storia e geografia, e usano a sproposito la etichetta di geostoria per alcune parti dei manuali.

Giustamente Antonio Brusa ha stigmatizzato queste pratiche editoriali:

«Questo fornito repertorio di espedienti ha trovato col tempo la sua etichetta abusiva di geostoria, e si candida perciò a sostanziare con le sue banalità la prossima stagione interdisciplinare, promossa (credo in modo del tutto inconsapevole) dalla riforma Gelmini»

Per esemplificare tali pratiche dannose, spero che basti analizzare due esempi:

1. un manuale di storia e

2. Una lezione sulla geostoria in un corso di lezioni proposto dallo stesso editore.

Il manuale è M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, Parlare di storia, vol. 1. Edizioni Scolastiche B. Mondadori, 2015. Un vol. di 450 pag.

Sapete quante pagine sono dedicate a conoscenze considerate geostoriche? Appena sei. Fumo negli occhi degli insegnanti. Un appendice del tutto trascurabile agli occhi degli studenti:

«Unità 4. Il nuovo profilo dell’Europa. Cap. 4. A oriente dell’Europa.

Geostoria: La frontiera dei Balcani. p. 175

Unità 6. Scoperte e conquiste. Cap. I. In cerca di una via per le Indie. Focus Con Dante oltre le colonne d’Ercole. Le parole giuste: Spezie.

Geostoria: Le esplorazioni oceaniche dei marinai cinesi, p. 218.

Cap 2. Sulle rotte di 2 oceani.

Geostoria: Atlantico, p. 233.

Cap. 3. L’Europa alla conquista dei nuovi mondi. Focus: Da dove vengono gli americani?

Geostoria: L’America centrale e meridionale prima della conquista degli europei p. 238-239

Unità 8. La rottura dell’unità cristiana. [Da notare questa ricorrente titolazione che non tiene conto che la “unità cristiana” era già rotta in quanto esisteva la chiesa ortodossa e che la unità che è frantumata nel corso dei secoli XVI e XVII è quella della chiesa cattolica]

Cap. 3 La diffusione della Riforma e il calvinismo.

Geostoria: La diffusione delle religioni in Europa, p. 312.

Non riesco a capire che cosa differenzi i testi etichettati “Geostorici” dagli altri. Ad esempio, ne La frontiera dei Balcani il solo cenno alla geografia è contenuto nella frase che attribuisce «i motivi della turbolenza di quel territorio alla configurazione geografica caratterizzata da intricate catene montuose che ne hanno sempre impedito la unificazione politica».

Potremmo farcelo spiegare nella lezione della Pearson Academy: GeoStoria, del 1 aprile 2015: Geografia e Storia con ragione e sentimento, Relatore: Carlo Griguolo.

Nella prima slide si legge: «Obiettivo: spunti per fare geografia e storia, anche insieme…»[1]

Ed è proposto l’indice della conversazione così:

«1. Discipline sorelle: Geografia e Storia

2. Astrazione geografica e storia

3. La storia generata dalla geografia …

4.… e la geografia generata dalla storia?

5. Geostoria e programmi scolastici»

Dopo aver passato in rassegna tanti casi di geografia generata dalla storia e di storia generata dalla geografia e aver ragionato sul determinismo geografico, inviso agli storici, ecco come è articolata la lezione nelle slide 26 e 27 che prendono di petto il concetto di geostoria:

«Cos’è la Geo-storia? 1/2

“Geo-storia”…

  • “storia del mondo”? (come “world history”),
  • “storia della geografia”
  • una geografia della storia/e? (di nuovo “world history”)
  • temi comuni a geografia e storia?»

A proposito delle indicazioni il relatore nota che «Non esiste “geo-storia” nei programmi ministeriali delle scuole primaria e secondaria di primo grado.»

E non sospetta che la impostazione geostorica potrebbe giovare alle due discipline pur in assenza di riferimenti nelle Indicazioni per il curricolo.

E quando cita le indicazioni per la scuola secondaria superiore, si limita a registrarle senza commento:

«Esiste una “prospettiva geostorica” nei programmi del biennio dei licei:

«[lo studente dovrebbe acquisire…] la capacità di dar conto dell’importanza di alcuni fattori fondamentali per gli insediamenti dei popoli e la costituzione degli Stati, in prospettiva geostorica…»

«… in prospettiva geostorica (esistenza o meno di confini naturali, vie d’acqua navigabili e vie di comunicazione, porti e centri di transito, dislocazione delle materie prime, flussi migratori, aree linguistiche, diffusione delle religioni)»

Ma intendiamo che le sei pagine intestate Geostoria nel manuale sono la trasposizione meccanica di questa interpretazione superficiale. Perciò non ci sorprende la banalità della conclusione nella slide 27:

 

«La “prospettiva geostorica” consiste pertanto nell’applicare allo studio della storia alcuni temi geografici; o meglio, alcuni oggetti di studio e strumenti dell’indagine geografica.»

Credo che inibizioni, incompetenze e timori originino, da una parte, dalla concezione vaga che evoca la parola geostoria, dall’altra dall’incompetenza a scrivere testi impostati geostoricamente.

L’assunzione della prospettiva corretta di conoscenze geostoriche imporrebbe un’articolazione tematica radicalmente differente da quelle abituali nei manuali e un’accettazione di essa da parte degli editori.

Essa imporrebbe di superare gli stereotipi ricevuti nei percorsi formativi, che, invece, i manuali prodotti da menti stereotipate non fanno altro che confermare.

Perciò, la missione di innovare l’insegnamento della geostoria comporta tre rimedi:

  1. far concepire correttamente il tipo di conoscenza che chiamiamo “geostoria”;
  2. proporre esempi di buona scrittura di conoscenze geostoriche in concorrenza con l’editoria;
  3. proporre esempi di processi di apprendimento efficaci di conoscenze geostoriche.

Far concepire correttamente il tipo di conoscenza che chiamiamo geostoria

La fatica di Sisifo

È paradossale il fatto che nonostante le elaborazioni teoriche e storiografiche disponibili sul mercato editoriale ci troviamo in una situazione di arretratezza che dura da oltre 60 anni.

Ho letto una nota di Lucien Febvre apparsa nelle “Annales” del 1950 che esaltava la geografia storica come la presentava Roger Dion ma si doleva della scarsa ricezione di essa da parte di storici e di geografi .[2]

Essa rappresenta una situazione ancora perdurante. Perciò la cito ampiamente.

Nella lezione di apertura che Roger Dion fece al Collége de France il 4 dicembre 1948 quando prese possesso della cattedra rinnovata di “Géographie historique de la France” aveva definito tale geografia «à la fois comme une archéologie, une histoire de l’occupation du sol et une interprétation du paysage humanisé », e poi aveva reagito nettamente (p. 13) « contre ceux qui, oubliant leur dette envers Vidal de la Blache, voudraient que la géographie fût présentée aux étudiants de nos Universités comme naturellement indifférente au passé ».

[“allo stesso tempo un’archeologia, una storia dell’occupazione del territorio e un’interpretazione del paesaggio antropizzato”, e poi aveva reagito nettamente (p. 13) “contro coloro che, dimenticando il loro debito nei confronti di Vidal de la Blache, vorrebbero che la geografia fosse presentata agli studenti delle nostre Università come naturalmente indifferente al passato”.]

Febvre notava poi che Dion aveva ben parlato di un altro debito:

«celle des géographes envers Michelet. […] L’analyse géographique directe, celle qui se contente de rapprocher ces deux données : le milieu naturel d’une part, et le fait humain actuel d’autre part, est pleine de dangers quand on l’applique à un pays tel que la France… Tout espoir de parvenir à l’intelligence des aspects actuels nous serait interdit si nous ne tenions pas compte des activités anciennes qui se sont exercées avec assez d’ampleur et de puissance pour marquer le paysage. La géographie humaine de la France est nécessairement une géographie historique…”

[quella dei geografi nei confronti di Michelet. […] L’analisi geografica diretta, quella che si accontenta di mettere insieme questi due dati: l’ambiente naturale da un lato e il fatto umano attuale dall’altro, è piena di rischi se applicata a un paese come la Francia… Ogni speranza di comprendere gli aspetti attuali sarebbe negata se non si tenesse conto delle attività passate che sono state svolte con sufficiente ampiezza e potenza per segnare il paesaggio. La geografia umana della Francia è necessariamente una geografia storica…”

Dunque, un geografo ed uno storico erano considerati padri putativi di una geografia capace di far comprendere gli ambienti e i territori presenti in quanto assumeva la profondità del tempo storico come dimensione dello studio dei fenomeni geografici storicizzandoli.

E Febvre aderiva del tutto a tali proposizioni e commentava severamente la cecità geostorica di geografi e di storici senza profondità.

«On s’en voudrait de faire un sort à des déclarations comme celles-là — tant -elles paraissent douées d’évidence — si l’on ne savait à quel point elles redeviennent aujourd’hui nécessaires. Pour éclairer des géographes à courte vue, mais aussi pour instruire des historiens sans profondeur. Car il y en a hélas, – et il y en a toujours eu. Je me rappelle encore l’indignation qui me saisit quand, ayant un jour ouvert (par mégarde) cette Introduction aux Etudes historiques qu’avaient perpétrés à frais commun nos maîtres Langlois et Seignobos (Magistři Nostri, le vieux titre des Sorbonnagres au temps de Rabelais) , je tombai (p. 278) sur cette déclaration catégorique et péremptoire que, « comme explication du présent, l’histoire se réduit presque à l’étude de la période contemporaine »

[“Saremmo negligenti nel liquidare affermazioni come queste – che sembrano così ovvie – se non sapessimo quanto siano necessarie anche oggi. Per illuminare i geografi miopi, ma anche per istruire gli storici senza profondità. Perché ce ne sono, ahimè, alcuni – e ce ne sono sempre stati. Ricordo ancora l’indignazione che mi colse quando, avendo un giorno aperto (inavvertitamente) questa Introduzione agli Studi Storici che i nostri maestri Langlois e Seignobos (Magistři Nostri, l’antico titolo dei Sorbonnagres all’epoca di Rabelais) avevano perpetrato a spese comuni, mi imbattei (p. 278) in questa categorica e perentoria dichiarazione che, “come spiegazione del presente, la storia si riduce quasi allo studio del periodo contemporaneo”.

Evidenzio questa affermazione scritta dai due metodologi francesi Langlois e Seignobos poichè essa esprimeva l’idea stereotipata della storiografia ottocentesca che si è trasferita nella manualistica e nella mente degli studenti: la storia riguarda un passato ormai morto, che non ha niente a che fare con il presente.

La geostoria, invece, ha tutte le carte in regola per connettere passato e presente e per proporre spiegazioni del presente che ci mettono in condizione di usare le conoscenze storiche e geografiche da cittadini attivi.

Febvre citava ancora uno storico come Ferdinand Lot e il geografo belga Guillaume  Des Marez come autori di importanti opere di geografia storica, ma alla fine concludeva a proposito delle loro rivendicazioni della rilevanza dei processi storici per spiegare i contesti spaziali attuali :

«Vérités aveuglantes. Mais qui n’aveuglent point ceux dont on atrophie la vue. Il était bon qu’elles fussent rappelées à tous et par un géographe. Mais comme, à de certaines heures, on se sent las d’avoir toujours à remonter le rocher sur la montagne, pour le voir, dès qu’il atteint le sommet, redévaler la pente à toute allure ! Non, hélas ! Sisyphe pas mort ! — Sisyphe, c’est nous ‘..»

[“Verità accecanti. Ma che non accecano chi ha la vista atrofizzata. È stato un bene che siano stati ricordati a tutti e da un geografo. Ma quanto ci si stanca, in certi momenti, di dover sempre risalire la roccia della montagna, per poi vederla, appena raggiunta la vetta, ridiscendere a tutta velocità! No, ahimè! Sisifo non è morto! – Sisifo siamo noi…”.]

Sisifo continua ad affaticarsi inutilmente anche dopo che Braudel ha coniato il termine “geostoria” e ha inaugurato, ampiamente nelle sue opere, la storiografia che si nutre di conoscenze geografiche.

Conviene, perciò, chiarire il concetto e le sue implicazioni allo scopo di servircene come ispiratore di progettazione di efficaci processi di insegnamento e di apprendimento destinati a formare una cultura geostorica, un sapere geostorico, la capacità di vedere il mondo come un prodotto geostorico e di capirlo mediante rappresentazioni geostoriche.

La geostoria secondo Braudel

Braudel è l’inventore della parola ed ha dato esempi molto forti di costruzioni geostoriche nelle sue opere. Recuperiamo la sua concettualizzazione, glossando il testo nel quale egli l’ha proposta la prima volta. Pilucchiamo, estraiamo, riorganizziamo: un collage di citazioni che ci porteranno a concepire con Braudel il nesso tra approccio geografico e approccio storico.

Il libro da cui spilluzzicare le citazioni è Storia, misura del mondo. Si tratta della traduzione di un testo che Braudel scrisse nei campi di prigionia dove fu detenuto dal luglio 1940 al 1945.

Nel libro il terzo capitolo è intitolato proprio: Geostoria: la società, lo spazio, il tempo, ma annotazioni su di essa sono sparse in altri capitoli. Perciò la esplorazione del testo, la estrazione dei passi pertinenti e la loro combinazione coerente possono metterci nella condizione di presentare l’essenziale della concezione di Braudel e la sua articolazione.

Innanzitutto, ci sono fenomeni geostorici effettuali, reali, che gruppi umani subiscono e contribuiscono a promuovere.

Geostoria fattuale

«La geostoria è la storia che l’ambiente impone agli uomini condizionandoli con le sue costanti — ed è il caso più frequente — oppure con le sue leggere variazioni, se e quando arrivano ad esercitare) una influenza sull’uomo; molte, infatti, non vengono neppure percepite e restano comunque irrilevanti rispetto alla misura umana così fragile e breve. Ma la geostoria è anche la storia dell’uomo alle prese col suo spazio, spazio contro il quale lotta per tutta una vita di fatiche e di sforzi e che riesce a vincere — o meglio, a sopportare — grazie ad un lavoro continuo e incessantemente ricominciato.»

Fatti effettivi

«fattori condizionanti e permanenti che sono i suoli, i climi e gli ambienti in cui si svolge la vita

I fenomeni che sono geostorici fattualmente possono essere studiati e analizzati e rappresentati:

Geostoria come rappresentazione

«La geostoria è lo studio di una duplice relazione che va dalla natura al­l’uomo e dall’uomo alla natura, lo studio di un’azione e di una reazione mescolate, confuse, ripetute senza fine nella realtà di ogni giorno. Diciamo che è la qualità, la potenza stessa di questo sforzo a costringerci a rovesciare il punto di vista proprio del geografo.»

Solo l’approccio geostorico può analizzare e rendere conto dei fattori fisici e biologici che plasmano la vita sociale e solo esso permette di problematizzarla e di spiegarla oppure può chiarire il nesso tra fenomeni sociali e modificazioni ambientali:

«Cercare di trasferire nel passato il lavoro che compiamo sull’attualità; chiedersi, per esempio, quale sia stata la geografia umana, sociale della Francia ai tempi di Luigi XIII, oppure di una parte qualsiasi dell’America pre­colombiana, eccovi, in poche parole, il programma della geostoria. Tali interrogativi, d’altra parte, non sono meno ricchi di conseguenze, al fine di conoscere il sociale, di quanto lo siano — e assai spesso — numerosi esempi stret­tamente attuali. E non mi riferisco al fatto che essi ineri­scano direttamente alla storia. Non limitarsi a vedere quanto c’è di grande e di grandioso nella politica di Richelieu, ma far capire che la maledetta guerra dei Trent’anni ha devastato tutta la Francia orientale — trattata alla stregua di un qualsiasi compartimento della Germania — svuotando la Borgogna e la Lorena dei loro uomini, tagliando fuori l’intero paese dall’Europa centrale: tutto questo è compito sia del geografo sia dello storico.»

Dunque, non basta la storia degli eventi politici e militari, ma è necessario far conoscere come gli eventi politici e militari abbiano avuto un impatto sui territori e sulle società che li abitano. Gli autori di manuali tengano conto di questa raccomandazione di Braudel.

«Se il numero dei membri di una società aumenta, l’eco­nomia si modifica di conseguenza e con essa lo spazio, al­meno per la parte occupata e lavorata dall’uomo; lo dice­vamo a proposito della Lorena nel 1789 e, citando un esem­pio ancora più convincente, lo si potrebbe affermare a fortiori per l’Europa dei secoli XII e XIII, sovrappopolata, tesa ad una febbrile ricerca di terre nuove da contendere alle fo­reste, alle paludi o al mare. Ma da dove viene questo au­mento demografico? Non potrebbe spiegarsi, a prescindere da ragioni tuttora misteriose (Marc Bloch), con una serie di cause economiche? In tal modo si chiuderebbe su sé stessa, come deve chiudersi nella realtà, la catena delle cause, delle conseguenze e delle concomitanze in cui non tutti gli anelli»

«Verso il 1890, in Algeria, nell’Alto Atlante, l’introdu­zione dell’aratro e la sostituzione del bue con il mulo permi­sero di destinare vaste zone alla coltivazione del grano e quindi di accrescere il numero delle fattorie gestite da euro­pei; per contraccolpo si ebbe una contrazione degli spazi ri­servati fino a quel momento alla vita pastorale degli indi­geni. Anche in questo caso, come accade dovunque e come si poteva facilmente prevedere, le conseguenze di una rivo­luzione economica hanno contribuito a modificare sia lo spazio sia la società.»

E Braudel intende dimostrarlo proponendo vari esempi di mutamenti geografici in cui le congiunture storiche giocano un ruolo importante. Fa il primo esempio calzante a proposito della tematizzazione dei fatti geografici:

«Nell’ambito di questa tendenza i libri più suggestivi restano le opere che Emile-Felix Gautier ha dedicato all’Islam e, segnatamente, ai Siècles obscurs du Maghreb médiéval. Sullo sfondo di quei secoli privi di una storia ben definita, nascosti al nostro sguardo dal filtro opaco delle cronache arabe, egli ha saputo evocare con maestria gli ambienti naturali, gli opposti modi di vita dei nomadi e degli stanziali, i loro conflitti per difendere i pascoli o le città. Gautier ha avuto il merito di riportare la geografia al centro del dibattito. Geographia oculus historiae: così scriveva in uno dei suoi ultimi lavori. Con lui siamo lontanissimi dai cenni geografici relegati nell’introduzione dei libri di storia, come una porta che viene aperta e subito definitivamente richiusa. […] E.-F. Gautier spiegava il Magreb del medioevo col conflitto incessantemente rinnovato fra nomadi e stanziali: spiegazione geostorica»[3]

«Ci sono tre caratteristiche che fanno del libro di Gautier un esempio conveniente:

1.la descrizione degli ambienti naturali e la contestualizzazione dei modi di vita opposti degli allevatori nomadi e degli stanziali urbani;

2. il fatto che la descrizione geografica non è relegata a fare da scenario introduttivo ma è centrale e diffusa nell’analisi;

3. il fatto che i nessi tra società e ambienti sono i fattori esplicativi della conflittualità dei gruppi umani della regione: il che rende la spiegazione geostorica.»

 

L’altro esempio è negativo: un articolo di Pierre Monbeig, Colonisation, peuplement et plantation du cacao dans le Sud de Bahia.[4] È la disattenzione verso le società dei pionieri che dal 1840 al 1890 colonizzarono il territorio che Braudel rimprovera al geografo e gli fa esclamare: «I nostri geografi trascurano dunque troppo spesso, nei loro studi, la realtà sociale…»[5]

Poi è Braudel stesso che mostra come l’analisi della distribuzione dei fatti storici nello spazio significhi capirli meglio. Lo fa, delineando le durate e le modificazioni del territorio della Lorena dal XIII secolo al 1793, in un abbozzo di grande lavoro storico. Egli inizia con il descrivere la situazione al 1766, momento di ricongiungimento alla Francia. Gli bastano poche pennellate:

«Ma com’era allora la Lorena di allora? Un povero paese arido, coperto di boschi, di paludi, di sassaie e, nelle zone più favorite, caratterizzato da vendemmie sempre minacciate, da agricoltori spesso miserabili. Altrove solo di braccianti privi di ogni risorsa e di vendemmiatori di uva acerba […]»[6]

che verranno completate più avanti con descrizioni meticolose della struttura spaziale dei “tipici villaggi” e delle tre zone “abitato, campi, boschi” e dei “tre tipi di vita”.

Poi, fa entrare in scena il cambiamento:

«Nel XVIII secolo, in Lorena, avverranno numerosi cambiamenti, il paese sembrerà risvegliarsi, se si osservano con attenzione i suoi centri agricoli, ci si accorge che tutti o quasi hanno esteso la superficie delle loro terre coltivabili, allargato il confine del loro circondario.»[7]

E lo esalta mediante un paragone tra l’assetto territoriale del XIII secolo e quello che si produrrà cinque secoli dopo:

«Nel XVIII secolo, il fronte dei boschi, immutato fin dal XIII secolo, viene attaccato e intaccato in numerosi punti e in questa circostanza sorgono grandi fattorie isolate, sui ter­reni per lo più scarsamente fertili delle aree disboscate. Nel XIII secolo, i terreni conquistati erano stati occupati da paesi nuovi, Laneville o Neufville o Neuveville, centri che ancora oggi si ergono a guardia dei loro boschi, spesso siti in cupi valloni coperti di vegetazione o al confine fra la fore­sta e la valle. Le fattorie del XVIII secolo furono costruite, ad opera di grandi proprietari terrieri borghesi o nobili, molto lontano dagli agglomerati, in località isolate, all’in­terno di foreste ostili, su terreni spesso coperti di brughiere o di felceti. Questi insediamenti hanno vissuto o vivacchiato fino ai nostri giorni. […] »[8]

Seguita con la indicazione dei fattori esplicativi:

«L’ampliamento dei terreni coltivabili di cui stiamo par­lando è legato ad un aumento della popolazione lorenese e all’impiego di nuovi metodi resisi necessari in agricoltura. La Lorena trabocca letteralmente di contadini. Numerosis­simi sono i poveri e gli itineranti, fra questi ultimi figurano operai in cerca di lavoro, stagnini, calderai, cestai, ciabattini (ancor oggi noti quelli di Condé-en-Barrois), carrettieri (fa­mosi fin dal XVI secolo quelli di Rembercourt-aux-Pots). Una catena ininterrotta porta i tronchi d’albero dai Vosgi a Bar-le-Duc, a quei tempi porto del legname, dove le querce e gli abeti dei monti sono scaricati nell’Ornain e di là avviati — via acqua — fino alla Senna. Un forte incremento demo­grafico ha portato all’aumento dei terreni coltivabili per po­ter nutrire la popolazione, così come, per darle la possibilità di sopravvivere, ha dovuto svilupparsi l’industria: tessiture nei Vosgi; fonderie e ferriere nelle valli della Meuse, dell’Ornain; produzione della birra nei futuri dipartimenti della Meuse e della Meurthe»[9]

Infine, mette in relazione i mutamenti territoriali con le scelte della società lorenese di fronte alle alternative che poneva la Rivoluzione francese:

.

«Tutto questo ci aiuta a capire, a grandi linee, come e perché la Rivoluzione costituirà un dramma per la Lorena. Eccone la ragione principale: il suo proletariato agrario tro­verà uno sbocco negli eserciti della Repubblica e dell’Im­pero. Per i contadini della Francia orientale sarà la grande avventura. Riflettiamo un momento su questo problema: nel 1793, nel momento della folle insurrezione girondina, se la Lorena, territorio sul quale si estendeva la linea di retro­guardia dell’esercito combattente, avesse seguito i «federali­sti», sarebbe stata la fine sicura per la difesa nazionale e quindi per la Rivoluzione stessa. Ma la Lorena non si è mossa. Certo, in quella circostanza, non è stata la sola re­gione di Francia a salvare il paese e la Repubblica, ma il suo contributo è stato importante e la sua partecipazione all’im­presa militare l’ha veramente saldata alla nuova patria, la Francia.[…]»[10]

Credo che questi esempi abbiano fatto dire a Roger Dion che Braudel proponeva di fare storia per rappresentare “una successione di geografie”.

Ora siamo attrezzati per capire perché Braudel preferì il termine geostoria a quello di geografia storica. Voleva mettere in primo piano

« la presenza di un dinamismo (come meccanismo frenante o complicità) dei fattori fisici e biologici che si trasmette alla vita sociale, un dinamismo presente in tutte le epoche. Il difetto della geopolitica, se­condo noi, è di studiare questa azione esterna unicamente sul piano delle realtà politiche e di assumere come oggetto lo Stato anziché la Società considerata nelle sue varie forme di attività.

Di qui l’utilità del termine più largamente com­prensivo di geostoria. Andrebbe bene anche geografia sto­rica, se i manuali scolastici non avessero usato il termine in senso troppo riduttivo, limitandolo di fatto allo studio dei confini politici e delle ripartizioni amministrative

Ho messo in rilievo il nesso che Braudel poneva tra geostoria e formazione scolastica. Ma poi continuava a stigmatizzare il modo di usare la geografia storica da parte degli storici:

«La parola geostoria non è senza difetti: è del tutto nuova e perciò me ne assumo l’intera responsabilità; inoltre è poco armoniosa. Tuttavia ha il merito di segnalare con forza un punto di vista scarsamente riconosciuto. Troppi storici ri­tengono più che sufficiente premettere ai propri libri una introduzione geografica. Dopodiché non si parlerà più di ambiente naturale, di environment umano, come dicono i geografi americani; più precisamente, si continuerà a disser­tare come se questo environment non contasse nulla e non contribuisse a determinare, a reggere (e su questo punto si insiste con monotonia) una parte importante della nostra storia, della nostra vita. Tutti riconoscono che la commedia della storia, su quella scena, non si svolge in piena libertà. La scena è costi­tuita da possibilità, da costanti imperiose: clima, stagioni, ri­lievo, sono altrettanti fattori di storia.

Perciò la geostoria è ricca di invarianze, di immobilità, diciamo pure di ripetizioni: è una storia che sta ferma o che si muove ben poco. Gli storici attenti alle variazioni, intenti a seguire il film della vita degli uomini, in generale non ne coglieranno le manifestazioni.»

La descrizione come discorso necessario per rappresentare ambienti, territori, paesaggi, relazioni spaziali, mondi

A proposito della Lorena nel XVIII secolo, Braudel riesce, con un breve testo, a farci immaginare – quasi vedere – il mondo rurale con la struttura spaziale dei villaggi e la zonizzazione delle aree coltivate e boschive. Dà prova del potere della descrizione. E alla forma descrittiva principe nella comunicazione delle conoscenze geografiche e, di conseguenza, geostoriche egli dedica molta attenzione.

«D’altra parte descrivere è un mezzo per conoscere: vedere e vedere bene è il primo compito del geografo. Inoltre, la sua materia è inesauribile. Per non parlare di un lavoro che, anche quando sembra finito, prima o poi è quasi sempre da ricominciare, perché le parole che usiamo per descrivere invecchiano rapidamente. Bisogna cambiarle, rimetterle a nuovo a scadenze ravvicinate, tanto più che anche la terra si trasforma, i popoli si evolvono e perciò richiedono, da parte nostra, visite sempre più frequenti.»[11]

Indica modelli di descrizione efficace ed evocativa:

«A dare l’esempio, anche se non il primo in assoluto, è stato Vidal del la Blache nel suo bellissimo Tableau de la géographie de la France. Il suolo, il rilievo, gli specchi d’acqua, il cielo.»

Anche il richiamo all’importanza della descrizione dovrebbe essere accolto da noi e trasferito in campo educativo. Gli insegnanti dovrebbero saper descrivere e saper insegnare l’arte della descrizione ai loro allievi.

Proporre esempi di valide conoscenze geostoriche da insegnare

Se l’editoria rifugge dall’impegnare autori capaci di scrivere libri di testo di geografia e di storia che contengano buone conoscenze geostoriche per paura di investimenti non remunerati, allora è nostra responsabilità fornire agli insegnanti di geografia e di storia buone conoscenze impostate geostoricamente. Le risorse digitali agevolano l’adempimento della missione. Possiamo pubblicare via via unità di insegnamento e di apprendimento che gli insegnanti possano inserire nei loro piani di lavoro. Possiamo dimostrare come certi temi e certi testi manualistici possano diventare più interessanti, più formativi, più educativi se affrontati e gestiti con un trattamento geostorico. Possiamo proporre prove di verifica degli apprendimenti che mettano in gioco abilità, conoscenze, competenze geostoriche.

Ci hanno provato nel 2012 gli insegnanti che hanno costituito un gruppo di lavoro di “Clio ’92”, incaricato dall’editore De Agostini di proporre unità di apprendimento (UdA) geostoriche come complementi dei manuali in adozione.

La proposta riguarda la possibilità di organizzare il curricolo del biennio per le due discipline centrato su 6 unità di apprendimento di geostoria all’anno, secondo la scansione organizzata nella tabella che segue.

Essa fa risaltare il nesso tra conoscenze geografiche per quanto riguarda il mondo attuale e le conoscenze geostoriche del passato incluse nel medesimo campo tematico. La logica, evidente, è quella di intrecciare conoscenze geografiche e conoscenze storiche, in una prospettiva di forte interdisciplinarità. Gli alunni trasferiscono le conoscenze e l’approccio appresi in geografia al contesto e ai processi da studiare in storia. Possono fare confronti tra il passato e il presente e formulare questioni circa il divenire del mondo. Usano le conoscenze geografiche per capire gli aspetti geografici dei fenomeni del passato e delle conoscenze storiche.

Tab 1. Progettazione di sequenze e di connessione di UdA di geografia e di storia nel I anno di scuola secondaria di II grado

UdA

TEMI

Geografia 1

Storia vol. 1

  

Il presente.

l’Europa e l’Italia

Il mondo antico:

dall’ominazione al I sec. a.C.

    

Approccio

ambientale

La terra: climi, ambienti, paesaggi

Il mondo attuale

Il mondo del paleolitico

Approccio demografico

Il popolamento della Terra e l’ urbanizzazione

Il mondo attuale: popolazione e urbanizzazione.

Popolamento e urbanizzazione:

dal paleolitico alle civiltà fluviali

Approccio politico, sociale

Una macroregione:

il Mediterraneo

Il mondo oggi.

Il Mediterraneo e il Vicino/Medio Oriente

Le civiltà del Mediterraneo: spostamenti di popolazione, contatti e colonizzazioni tra XV e VI secolo a.C.

Fattori socioeconomico e ambientali

Approccio politico, sociale

L’Europa geopolitica, oggi e nell’antichità.

L’Europa attuale: territorio, stati indipendenti ed Unione Europea

L’Europa prima di Roma: le più rappresentative forme di organizzazione politica fino al V secolo a.C.

Approccio politico, sociale

Una nazione: l’Italia

L’Italia attuale

Affermazione di una città-stato nella penisola italica, trasformazioni sociali, economiche e politiche tra IV e I secolo a.C.

UDA geostorica a scala locale

La città

La struttura della città contemporanea.

La città antica,

Studio di caso con l’uso delle fonti e della ricerca storico-didattica

Tab 1. Progettazione di sequenze e di connessione di UdA di geografia e di storia nel II anno di scuola secondaria di II grado

UdA

TEMI

Geografia 2

Storia vol. 2

  

il presente:

i continenti extraeuropei

Il mondo antico:

dal I sec. a.C. al sec. XI d.C.

    

Approccio economico

Mondi globali: sviluppi economici, risorse sostenibilità

Globalizzazione, sviluppo e risorse nel mondo oggi

Da un villaggio all’ impero: Roma, il processo di espansione economica e di sfruttamento delle risorse

III secolo a.C.- V d.C.

Approccio politico

Squilibri, conflitti e incontri/scontri di civiltà

Il mondo attuale: diseguaglianze, discriminazioni, squilibri e conflitti

L’egemonia politico-culturale di Roma tra scontro e integrazione di civiltà

I-V sec. d.C.

Approccio culturale

Cultura e religioni nel mondo

Culture e religioni nel mondo

Affermazione e diffusione delle nuove religioni monoteiste (cristianesimo e islamismo).

I – IX secolo d.C.

Approccio politico

Organizzazioni politiche nel mondo

Tre modelli economici e politici nel mondo oggi: USA, Cina e India

Un modello di organizzazione politica altomedievale: l’impero carolingio (economia e organizzazione politica)

VII – X secolo d.C.

Approccio socio- economico

Centri e periferie del mondo

Oceania, Africa, Brasile: territori, economie, popolamento

Impero Romano d’Occidente e d’Oriente: centri, periferie, migrazioni. Confronto con le civiltà lontane dall’Europa.

V -XI secolo d.C.

UDA geostorica a scala locale

La città

La città oggi: funzioni e caratteristiche.

La città altomedievale: organizzazione politica, economica e culturale.

Studio di caso con la didattica museale.

Di domani, quando?

Ma la richiesta della casa editrice ha comportato per il gruppo di lavoro solo il compito di proporre una guida all’uso di manuali non progettati di sana pianta con un impianto geostorico.

Non possiamo aspettare che gli insegnanti siano aggiornati o che nuove generazioni siano formate alla geostoria. L’aggiornamento di massa e di qualità è una chimera anche in questo periodo di bonus personali da spendere per prodotti didattici o partecipazione a corsi di formazione.

E le nuove generazioni di insegnanti saranno formate negli stessi percorsi che hanno subito le vecchie generazioni solo con tanti esami in più in conseguenza dei cicli 3+2 + quello di Tirocinio formativo attivo, dove le didattiche disciplinari sono affidate a disciplinaristi incompetenti a insegnare come si insegna la geostoria.

Il domani si prepara oggi e solo noi che abbiamo a cuore la formazione geostorica dei giovani possiamo prepararlo con incontri come questo e con gli impegni che ne scaturiranno che devono riguardare innanzitutto la produzione di unità di insegnamento e apprendimento di conoscenze geostoriche e, in secondo luogo, la proposta di nuove indicazioni ministeriali che possano orientare meglio la produzione di testi scolastici.

Dobbiamo affrontare questi compiti con la fiducia che la impostazione geostorica possa rendere significative e più formative sia la geografia che la storia.

  1. http://media.pearsonitalia.it/0.320831_1427966092.pdf

  2. Febvre Lucien. III. – Histoire et géographie [Sisyphe et les géographes]. In: Annales. Économies, Sociétés, Civilisations. 5ᵉ année, N. 1, 1950. pp. 87-90; doi : 10.3406/ahess.1950.1800 http://www.persee.fr/doc/ahess_0395-2649_1950_num_5_1_1800

  3. Les siècles obscurs du Maghreb médiéval, 1927 «Emile-Felix Gautier, forse il più grande dei geografi e degli storici di lingua francese del periodo antecedente alla seconda guerra mondiale»: Braudel, Storia, misura cit., p. 59-60, 61, 71.

  4. In «Annales de geographie», 1937.

  5. Braudel, Storia, misura cit., pp. 77-78

  6. Ivi, p. 79

  7. Ivi, p. 80

  8. Ibidem

  9. Ivi, p. 81.

  10. Ibidem.

  11. Ivi, p. 69.

 

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