Traccia storica all’esame di Maturità? Una riflessione di IRIS

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Sulla reintroduzione della traccia storica nella prima prova scritta dell’esame di 

Stato 

Il dibattito, sorto in seguito alla decisione, assunta dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti del governo Conte I, di abolire la traccia storica nella prima prova scritta di italiano all’esame di Stato, è stato sicuramente importante e utile per ribadire che la storia è una componente essenziale nella formazione dei giovani, perché permette di comprendere il presente tenendo conto del passato che lo ha prodotto, perché aiuta a riconoscere la propria identità e patrimonio culturale come un processo di lunga durata, frutto di incontri e scambi con altri popoli e altre culture, perché mostra come l’umanità nel tempo ha trovato soluzioni diverse ai principali problemi della convivenza: il rapporto con l’ambiente, la produzione e lo scambio di beni, la gestione del potere, l’organizzazione sociale e le elaborazioni culturali. 

La reintroduzione della traccia di storia nella prima prova scritta di italiano all’esame di Stato, da parte del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti del governo Conte II, può essere, quindi, vista come un successo, anche se una volta di più dimostra la mancanza di una visione generale e l’incoerenza progettuale dei ministri dell’Istruzione che si sono succeduti in questi ultimi anni. 

Ciò nonostante, crediamo che la reintroduzione della traccia storica non avrà nessuna conseguenza decisiva per la formazione storica degli studenti. Come in passato, anche quest’anno è molto probabile che siano pochi quelli che sceglieranno questa traccia perché il loro percorso scolastico non ha fornito loro gli strumenti per svolgerla. 

Infatti, come abbiamo scritto nel documento del 15 marzo 2019 (Sull’abolizione della traccia storica nella prima prova scritta dell’esame di Stato), gli studenti non imparano la storia specialmente perché questa continua ad essere insegnata secondo un modello tradizionale fallimentare, risultato del circolo vizioso tra insegnamento accademico (e quindi formazione dei futuri docenti), prodotti delle case editrici (tutti impostati più o meno nella stessa maniera) e idea di curricolo di storia che gli insegnanti hanno interiorizzato dalla loro passata esperienza scolastica. Modello che già si è dimostrato inefficace sia per coinvolgere e interessare gli 

studenti, sia per sviluppare in loro le competenze storiche, che invece dovrebbero essere il prodotto del percorso scolastico e che spesso gli insegnanti stessi non sanno definire.
Nonostante le interessanti esperienze realizzate da docenti che hanno messo in pratica forme innovative di didattica della storia, questa continua ad essere insegnata in tutti i gradi e ordini di scuola in modo cronologico-sequenziale, centrato specialmente su personaggi e avvenimenti di tipo politico-istituzionale dell’Italia e del mondo occidentale. Questo studio difficilmente lascerà negli studenti qualcosa di più di qualche brandello di memoria, così che ci sarà sempre qualcuno che potrà denunciare l’ignoranza dei giovani di oggi perché non conoscono l’anno della scoperta dell’America, o non sanno chi era Badoglio o chi ha ucciso Aldo Moro. Oggetti dello studio della storia a scuola non possono essere gli eventi e i personaggi del passato, anche perché sono troppi per essere presi in esame nelle poche ore a disposizione. Molto più interessante per gli studenti e significativo per lo sviluppo di competenze storiche è invece ridurre la trattazione degli eventi e individuare alcuni temi/problemi rilevanti per il presente che possono essere studiati nella loro dimensione storica con un approccio interdisciplinare e metodologie attive di ricerca. Da anni le associazioni di didattica della storia propongono una formazione dei docenti che vada in questo senso, mentre il mondo accademico, così attivo nel chiedere il ripristino della traccia di storia, continua a non parlare d’altro che di contenuti da distribuire nel curricolo di storia (cfr. Simonetta Fiori, Come si insegna la Storia?, “La Repubblica”, 26 novembre 2019, pp. 30-31) e mai di come insegnare e per quali obiettivi. 

La vera battaglia, quindi, non è tanto sulla traccia di storia nella prima prova scritta degli esami di Stato, ma su che cosa intendere per didattica della storia e sulle forme migliori per metterla in pratica. Potrà mai questo diventare l’oggetto di un dibattito più ampio tra gli insegnanti, nei media e nel mondo della cultura e, speriamo, anche in quello accademico? 

Milano, 28 novembre 2019 

Il Consiglio Direttivo di IRIS (Insegnamento e Ricerca Interdisciplinare di Storia) 

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