SCUOLA OGGI: ALLARGARE LO SGUARDO PER UNA RESILIENZA CREATIVA

  1. Home
  2. In evidenza
  3. SCUOLA OGGI: ALLARGARE LO SGUARDO PER UNA RESILIENZA CREATIVA

Un’analisi della Scuola e dei suoi bisogni ai tempi del Covid-19, a cura del Movimento di Cooperazione Educativa

La scuola è il luogo fondamentale della vita sociale, la prima istituzione che si attraversa come persone e cittadini.

Andare a scuola dà un ritmo alle nostre vite e nello stesso tempo costruisce e consolida l’appartenenza a una comunità.

La chiusura delle scuole sta creando instabilità, senso di vuoto, spaesamento. Sconvolgimento del ciclo della giornata, della settimana e dell’anno.

La scuola è luogo di vita, di partecipazione, di dialogo e ascolto. È lo spazio dell’educare. Ed è in questo spazio che si realizza l’apprendimento e si accede all’elaborazione culturale attraverso la relazione con i pari e i soggetti dell’insegnamento/apprendimento: alunni/e, docenti e la necessaria mediazione didattica.

La Scuola chiusa e il venir meno del suo funzionamento ordinario ci sta permettendo di sbanalizzare l’ovvio e di vedere con chiarezza quanto la scuola sia importante nella vita di ciascuno, in quella familiare e sociale.

La chiusura a tempo indeterminato delle scuole contribuisce ad affievolire ulteriormente i legami sociali, portato della nostra epoca di ‘passioni tristi’.

LA DIDATTICA A DISTANZA E’ PER L’EMERGENZA. LA SCUOLA SI FA IN PRESENZA.

 

La Scuola come spazio di socialità e apprendimento, come presidio di democrazia, partecipazione, collegialità non può essere surrogata dalla didattica a distanza. L’apprendimento è esplorazione, scoperta, è costruzione di conoscenza attraverso esperienze dotate di senso, cariche di significati, che sono largamente significati relazionali.

Quale apprendimento è, o si immagina sia possibile, senza l’interazione attiva e dinamica con il contesto sociale, emozionale, fisico della formazione?

Ai limiti propri del mezzo tecnologico in tempi di sola didattica a distanza si aggiungono altre limitazioni:

  1. Non pari competenza di tutti gli insegnanti ad usare e a predisporre proposte per attività didattiche con le TIC.
  2. Non omogenea disponibilità delle bambine/bambini-studentesse/studenti di accedere a strumentazioni tecnologiche – connessione e accesso –   né supporto dei genitori nel seguirli nella didattica a distanza.
  3. Prevalenza di modalità trasmissive del fare scuola a distanza in assenza di formazione e di adeguate dotazioni tecnologiche per insegnanti e scuole.
  4. Difficoltà degli adulti non italofoni frequentanti i CPIA a dare continuità all’apprendimento dell’italiano attraverso le forme telematiche.

Tuttavia, la didattica a distanza è indispensabile oggi con la Scuola chiusa. Ma una didattica a distanza che esprima responsabilità – partecipazione – agire comunicativo.

A scuole chiuse, con le condizioni di isolamento in cui vivono le bambine/i bambini, un’altra forma di scuola è però necessaria per mantenere il contatto con studenti, dare continuità all’esperienza di scuola come luogo – pur se virtuale – di incontro, partecipazione, attenzione e ascolto. È necessario mantenere vitale il sentimento di appartenenza alla comunità scolastica e la necessità dello stare insieme, del condividere, del sentirsi parte, e, per gli adulti come per i bambini/ragazzi, dell’interdipendenza.

Richiede che tutto il personale della scuola si senta investito nel compito di dare continuità all’impresa educativa e di portarla nelle case; faccia sentire ai minori l’attenzione e rompa la solitudine, l’isolamento; trovi forme, modi, soluzioni flessibili per adattare le proposte didattiche all’età dei minori, ai loro bisogni, possibilità; tenga conto che il lavoro a casa non può dare per scontato l’aiuto dei genitori; proponga attività che permettano di essere ascoltati, di parlare, di stimolare relazionalità, esercizio mentale, creatività. Ma anche di esprimere e potenziare capacità di impegno, usando la casa come luogo di esplorazione, apprendimento e di riappropriazione dello spazio di vita, i social come luogo di incontro mediato dall’adulto. Di sfruttare l’opportunità offerta dalla situazione contingente dell’emergenza per riflessioni sullo sviluppo globale, l’economia, la politica, l’interdipendenza tra i popoli e  la cooperazione. Per proporre tecniche come il diario di bordo, il giornalino, la corrispondenza, la scrittura collettiva, dei lavori di gruppo possibili a distanza, momenti per incontri virtuali con la classe utilizzando tutti i mezzi interattivi possibili: mail, whatsapp, skype, piattaforme, telefono…

Ma anche per costruire un rinnovato patto educativo con le famiglie.

La scuola a distanza non può ridursi all’invio di schede e ad assegnare compiti.

Sì allora alla Didattica a distanza facendo attenzione però che questa situazione di emergenza non venga strumentalizzata in seguito per svuotare la scuola di risorse e presenza, per perseguire culture e politiche di descolarizzazione, consegnando l’Istituzione Scuola ai webinar e alle piattaforme delle multinazionali, alle spinte verso la “privatizzazione” dei compiti formativi. E, conseguentemente i ragazzi alla solitudine davanti a uno schermo.

 A tanti minori sta venendo a mancare il tempo e lo spazio della socialità, dell’educazione, dell’apprendimento, ma anche la possibilità di essere sottratti, anche se per un tempo limitato, alla precarietà, all’abbandono educativo, al disagio familiare, fino a carenze nutrizionali ai quali li hanno destinati le condizioni e/o la geografia della loro nascita.

Per questi soggetti la chiusura delle scuole, le difficoltà di accesso alla didattica a distanza, senza interventi mirati, aumenterà l’isolamento, l’esclusione, la discriminazione. E, in alcuni casi, nella convivenza forzosa, potrebbero accentuarsi dinamiche domestiche conflittuali. Saranno questi soggetti a pagare un prezzo altissimo della crisi sociale conseguente all’emergenza coronavirus, se non si interverrà con misure adeguate e molto mirate a livello locale e anche individuale.

Sono soprattutto queste bambine/i, studentesse/ti quelli che hanno bisogno di “sentirsi pensati” dagli adulti di riferimento, in particolare dai loro insegnanti.

Occorre garantire su tutto il territorio nazionale:

  • misure a sostegno di quanti vivono in situazioni di gap tecnologico (fornitura di materiale informatico e estensione del servizio Piazza WiFi Italia, del Ministero dello Sviluppo Economico, a tutti i Comuni per permettere la connessione gratuita a una rete wifi libera/predisporre che gli operatori di telefonia mobile consentano l’estensione gratuita del consumo di GIGA per famiglie con minori);
  • impegno delle scuole di procedere celermente alla dotazione di materiale informatico agli alunni che non ne sono forniti attraverso la distribuzione degli strumenti presenti nelle scuole e l’acquisto di nuovo materiale con le risorse ad hoc assegnate dal Ministero;
  • l’obbligo per gli insegnanti di segnalare i casi di minori che non risultino “contattabili” a distanza;
  • un’unica piattaforma per la didattica a distanza messa a disposizione delle scuole dal Ministero per facilitare l’accesso di docenti, alunni, genitori alle piattaforme digitali, come succede in altri paesi;
  • misure per seguire i minori e le famiglie più a rischio: la fornitura dei pasti in sostituzione della mensa scolastica, l’intervento di educatori a casa, quando possibile o bibliobus circolanti, il monitoraggio costante delle condizioni di vita dei minori in situazione di isolamento.

Naturalmente garantendo le dotazioni sanitarie di sicurezza per gli operatori.

 È dal 2012 che i programmi nazionali sono stati sostituiti dalle Indicazioni Nazionali. Ma, a distanza di tanti anni, e di nuovo in questa situazione, emerge ancora nell’immaginario e nel linguaggio collettivo (che investe anche molti addetti ai lavori) il “Programma” come punto di riferimento rigido, chiuso, non dialogante ma definito a priori, indotto dai manuali scolastici e dalla consuetudine.

Le Indicazioni Nazionali non sono prescrittive, non elencano argomenti o temi da trattare, né stabiliscono in quale classe questi argomenti – contenuti vanno trattati e ci offrono argomentazioni particolarmente utili anche oggi nell’affrontare questa emergenza.

La scuola nel nuovo scenario

(…) la scuola non può abdicare al compito di promuovere la capacità degli studenti di dare senso alla varietà delle loro esperienze, al fine di ridurre la frammentazione e il carattere episodico che rischiano di caratterizzare la vita dei bambini e degli adolescenti. (…) (…) la scuola è perciò investita da una domanda che comprende, insieme, l’apprendimento e “il saper stare al mondo”(…)1

Centralità della persona

“Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato.” 2

Pertanto organizzare la proposta formativa tenendo conto del qui e ora significa tentare di progettare percorsi che siano capaci di rispondere alle domande e ai bisogni del momento.

Utile ad esempio condividere pratiche di scambio, di scrittura collettiva, di corrispondenza, di ascolto, di attività di scoperta degli spazi, del corpo, creazioni matematiche.

Passare dall’analisi di quanto accade nel vicino a quanto accade nel lontano, riconoscendone le implicazioni storiche, politiche, economiche, sociali e cogliendone le interconnessioni, per risalire dagli effetti alle cause, dalle cause agli effetti.

C’è bisogno di stimolare a superare l’isolamento, ri-conoscere la propria e l’altrui paura, ma anche di far sentire empatia, solidarietà, vicinanza e capacità di trasformare il bisogno in azione, personale e collettiva.

Una proposta didattica oggi deve essere capace di sollecitare l’immaginario sui futuri possibili.

Alla violenza dell’emergenza del Covid-19 bisogna fare attenzione a non aggiungere l’indifferenza di una scuola che non ascolta, che non riesce a parlare ai soggetti, che propone i saperi e le discipline in maniera estraniante e lontana dalla realtà e che finirebbe con il determinare, in molti casi, ulteriore insuccesso scolastico.

Come pensiamo al rientro? Sarà un anno in cui la ripartenza dovrà essere dedicata all’elaborazione del periodo intercorso, senza nessuna rimozione del dramma che il paese si trova ad attraversare; si dovrà far leva sulle capacità di reciproco ascolto, sull’emersione dei vissuti, sul racconto delle esperienze e degli apprendimenti acquisiti nella fase di chiusura scuola per elaborare e intraprendere nuovi percorsi di apprendimento condiviso, a partire dalle possibilità di ciascuno/a.

Sarà necessario far ricorso alle discipline e ai loro apparati concettuali in modo che non siano chiusi in se stessi ma utilizzati come strumenti di comprensione e di interpretazione di quanto accade, per problematizzare, condividere insieme mentre si apprende.

L’impegno del mondo della Scuola è far sì che l’emergenza Coronavirus non diventi un “buco nero”, nel quale sparisca il diritto allo studio per tutti e per ciascuno.

 Bambini e bambine, ragazzi e ragazze, insegnanti stanno vivendo una situazione di cui nessuno ha fatto esperienza prima d’ora in Italia.

Si possono tradurre in voti, come chiede la nota N° 388 del MI a firma del capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione M. Bruschi3, le variegate e inusuali ricerche di contatti significativi che insegnanti e studenti stanno cercando di istituire in queste settimane?

Ha senso richiedere di assegnare voti in una situazione in cui mancano i presupposti per poter mettere tutti nelle stesse condizioni di apprendimento? In condizioni di precarietà della relazione insegnamento/ apprendimento, in assenza di pari condizioni di accesso, e di una narrazione comune e condivisa cosa è possibile verificare?

Ha senso applicare una stessa scala per valutare situazioni di contesto molto diverse tra loro?

Nelle indicazioni Nazionali per il primo ciclo del 2012 si legge che la valutazione ha una preminente funzione formativa. Il mantenimento dei voti previsto dal D.L. 62/2017 (delega alla L.107/2015) è una macroscopica incoerenza della L. 107/2015 soprattutto perché l’utilizzo dei voti indirizza e sostiene una pratica di valutazione prevalentemente “sommativa”.

 Il MCE e molte altre associazioni professionali, educative, sindacali e dei Genitori hanno con la Campagna “Voti a perdere” chiesto l’abolizione del voto e la revisione del decreto n° 62/17. Se quanto da noi rivendicato ha forza pedagogica in situazioni di ordinaria pratica scolastica, ancor di più oggi, a scuole chiuse, imporre l’uso dei voti è straniante e palesemente assurdo.

Non è pensabile semplificare una operazione complessa come la valutazione e farla diventare una semplice “misurazione”.

Non lo è ancora di più con pratiche didattiche “fredde”, non consolidate, non accessibili a tutti e in ugual misura come quelle possibili con la didattica a distanza.

Un assurdo docimologico, educativo, in una situazione emergenziale di grave precarietà del sistema Scuola, dove il voto determinerebbe ulteriori discriminazioni ed esclusioni e potrebbe contribuire ulteriormente alla dispersione scolastica.

Non servono i voti ma il dialogo pedagogico e il rinforzo del bisogno di valere di ogni bambino/a, ragazzo/a.

In questa  fase  si  dovrebbe  finalmente  sperimentare  il  ricorso  alla  sola valutazione sommativa in funzione formativa a termine dell’anno scolastico, con modalità descrittivo-qualitative dei risultati raggiunti per le classi intermedie. In questa direzione il MI potrebbe riproporre per la valutazione di fine anno un modello di scheda di valutazione senza voti, anche per la scuola secondaria di secondo grado.

Per gli esami di Stato sono state già annunciate soluzioni straordinarie.

L’unica valutazione e autovalutazione di cui abbiamo bisogno oggi è sulla capacità che l’amministrazione centrale e periferica, il mondo della scuola, quello politico, la società civile hanno di tutelare il diritto allo studio e i diritti dei minori, in particolare di quelli più a rischio, in una situazione emergenziale quale quella che stiamo vivendo.

Soprattutto occorrono: valutazione, autovalutazione e riprogettazione là dove si rilevano dei limiti o delle difficoltà nel rispetto dei diritti dei minori.

 Siamo in una situazione in cui bisogna ridefinire le priorità e in cui c’è bisogno del contributo di ognuno. È necessario che in condizioni di emergenza i singoli, le istituzioni, le parti sociali mettano in campo il meglio di sé per adempiere ai compiti che la Costituzione assegna loro.

L’art. 3 della Costituzione vincola al compito della Repubblica di “rimuovere  gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e

l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione”. Perché le diversità non si traducano in differenze. E l’emergenza pone tanti ostacoli per la garanzia del diritto allo studio e dei diritti dei minori, sanciti dalla Convenzione ONU ratificata dall’Italia il 1991  con la legge n. 176.

La mancata rimozione di questi ostacoli, soprattutto nei casi di minori che da ancor prima del Coronavirus vivono in condizioni di povertà educative, può rappresentare in questo momento un gravissimo vulnus democratico e un’ipoteca sul futuro di tutti.

È per questo che tutti i singoli, le istituzioni, le parti sociali oggi sono chiamati a fare uno sforzo di decentramento rispetto ai consueti confini di analisi e intervento.

Ad allargare lo sguardo, abbandonare l’agire tecnico-strategico nei propri specifici ambiti di interessi, le conflittualità, le rivendicazioni corporative che caratterizzano il proprio operare, per un agire vitale e comunicativo, dove l’esercizio e le responsabilità del proprio ruolo si estendano alla cornice più vasta delle responsabilità civili e sociali.

E’ in gioco il sistema sociale del nostro Paese, la nostra democrazia e tutti dobbiamo fare esercizio di responsabilità.

 La scuola non basta. Non bastava prima e ancora di più non basta oggi nel pieno dell’emergenza e non basterà dopo per risanare le situazioni che la chiusura della scuola e la crisi economica e sociale stanno determinando.

Vanno da subito previste azioni per evitare che a pagare il prezzo più alto di questa crisi sociale siano i meno protetti, le categorie sociali più svantaggiate.

Gli interventi devono essere capillari, a tutela delle singole persone e delle aree di fragilità. Per questo è necessario investire su micro-reti territoriali attraverso la costruzione di alleanze pedagogico-politiche tra amministratori locali, associazioni di volontariato, professionali, scuole.

“Uscirne insieme è la politica” scrivevano i ragazzi di don Milani: oggi più che mai per uscirne è indispensabile una grande mobilitazione, una leva civile, un afflato generoso di tante e tanti, il senso di quell’impegno che tante volte il nostro Paese ha dimostrato di saper sviluppare nei suoi momenti più critici, con umiltà e coraggio.

Noi siamo e siamo stati le famiglie del nord che hanno accolto nel dopoguerra i bambini del sud, gli educatori degli orfani dei partigiani nei Convitti scuola Rinascita, gli angeli del fango nella Firenze dell’alluvione, i volontari del terremoto del Friuli, quelli che accolgono i migranti a Lampedusa, i giovani che vanno per mille vie a svolgere cooperazione e volontariato dall’altra parte del mondo.

Costruiamo reti di resilienza creativa per aiutare i territori, le famiglie, i minori a superare la crisi e per uscirne trovando i modi per dare nuovo impulso    alle pratiche di convivenza, alle modalità di partecipazione e di esercizio della cittadinanza, disegnando così un nuovo modello di sviluppo democratico.

Ci rimboccheremo le maniche anche questa volta. Facciamolo insieme.

1 Indicazioni Nazionali 2012 – Scuola Cultura Persona – La scuola nel nuovo scenario, p.7

2 Idem – Centralità della persona, p.9

3  NOTA Ministero Istruzione n° 388 del 17/03/2020 https://www.miur.gov.it/documents/ 20182/0/Nota+prot.+388+del+17+marzo+2020.pdf/d6acc6a2-1505-9439-a9b4-735942369994? version=1.0&t=1584474278499

Il Movimento di Cooperazione Educativa intende aprire una riflessione e sviluppare un dibattito inviando questo documento a:

  • Al mondo della scuola e dell’educazione
  • Al Ministro dell’Istruzione
  • Ai Presidenti della VII commissione cultura e istruzione
  • Alle Associazioni Professionali
  • Alle organizzazioni sindacali confederali CGIL- CISL- UIL- COBAS – USB
  • Alle organizzazioni sindacali di categoria: Scuola, Università, Ricerca
  • All’ANCI
  • Alla Conferenza Stato – Regioni
  • Ai Dipartimenti di Scienze della Formazione Primaria
  • Alla SIPED – SIRD
  • Alla Garante dei minori
  • All’UNAR
  • Alle Associazioni del terzo settore
  • Alle Associazioni dei Genitori
  • Al Forum sulle disuguaglianze e diversità

 

Menu
X