Digitali si nasce o si diventa?

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Giuseppe Di Tonto – Ernesto Perillo Associazione Clio ‘92

 Noi siamo convinti che lo si diventi, anche da parte dei nativi digitali, cresciuti a latte e web, che a dispetto dell’etichetta, pur nascendo in un mondo caratterizzato dalla nuove tecnologie dell’informazione e nell’era dell’accesso, hanno comunque bisogno di un percorso di alfabetizzazione. Esattamente come per imparare a camminare, parlare, leggere, scrivere e a far di conto.

La questione è allora un’altra: quale ruolo può e deve assumere la scuola in questo mondo digitale che il neonato incontra da subito e che modella gli stessi processi cognitivi e percettivi dei soggetti?

Si tratta di una questione non eludibile, ormai. Una scuola che non riuscisse a comprendere il significato della rivoluzione digitale, a leggere i cambiamenti dei modi di rappresentare, conoscere e apprendere il mondo degli alunni, a usare positivamente e criticamente anche le risorse e gli stili intrinsecamente interattivi dei nuovi media è inevitabilmente condannata ad essere ancora più inutile e marginale di quanto già non lo sia per i processi di acculturazione delle nuove generazioni.

“Se guardiamo, al tempo stesso, alla velocità con cui le conoscenze si evolvono, all’estensione delle capacità cognitive individuali mediante le tecnologie, e alle nuove possibilità di apprendimento cooperativo e di collaborazione tra la gente, al livello intellettuale, io credo – sostiene il filosofo Pierre Levy[1] – che ci troviamo davanti a un paesaggio  completamente nuovo nel rapporto con il sapere e siamo obbligati a constatare che molte nostre concezioni pedagogiche circa l’apprendimento e l’insegnamento, molte delle nostre istituzioni scolastiche e dei nostri metodi per riconoscere o convalidare le competenze sono stati elaborati in un periodo in cui il rapporto con la conoscenza era molto diverso da quello che è adesso”[2].

Si tratta allora di analizzare più da vicino le caratteristiche di questo nuovo paesaggio del sapere ridisegnato dal digitale e nello specifico di quel particolare paesaggio rappresentato dalle discipline scolastiche. Anche la storia e la storiografia, dunque, che “ (…) nata alfabetica, diviene digitale”[3].

Il processo, avviatosi tra la fine degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, quando l’informatica ha fatto il suo ingresso al servizio della storia quantitativa e della sua necessità di elaborare numeri, serie statistiche, correlazioni quantitative tra variabili, si è poi sempre più affermato con l’uso da parte degli storici dei nuovi strumenti di mediazione del sapere offerti dal web, delle modalità della narrazione consentite dalla scrittura ipermediale e ipertestuale, della disponibilità in continua espansione di fonti, archivi, letteratura scientifica e biblioteche digitali. Fino ad arrivare al web 2.0 e quindi alla costruzione condivisa e cooperativa delle conoscenze e del sapere che l’insieme di tutte quelle applicazioni online consente di realizzare da parte di comunità di utenti sempre più grandi e articolate.

E la storia insegnata, in tutto questo? Anche la storia insegnata nella scuola come nell’università, è sollecitata al mutamento di pratiche didattiche trasmissive consolidate e spesso mal sopportate dagli studenti e all’apertura verso strumenti e modelli di insegnamento che adottino le tecnologie della comunicazione.

Ai manuali cartacei si affiancano testi digitali e Learning Object, alla scrittura lineare si affiancano ipertesti a struttura associativa e multimediale, alle ricerche in biblioteca si aggiungono quelle sui motori di ricerca come Google, gli archivi storici convertono la documentazione cartacea in formati digitali e mettono a disposizione delle scuole percorsi didattici virtuali di analisi delle fonti, filmati digitali offerti dai network televisivi o da Youtube prendono il posto degli stessi filmati sui vecchi supporti analogici, le lavagne di ardesia cominciano, con sempre maggiore frequenza, ad essere sostituite da quelle elettroniche edinterattive, l’insegnamento in presenza viene supportato da quello a distanza su piattaforme di e-learning, ai modelli trasmissivi di insegnamento si affiancano modelli di apprendimento collaborativo e cooperativo. Nuovi scenari impongono quindi un ripensamento anche dei modi di insegnare e apprendere la storia.

L’adozione delle TIC nella scuola è dunque ormai da tempo un processo in corso, destinato a cambiare ruoli, modalità di interazione, stili cognitivi e caratteristiche di acquisizione/elaborazione delle informazioni.

Tutto bene e senza problemi? No, ovviamente. Il percorso che porterà l’insegnamento della storia verso le forme della comunicazione digitale è ancora lungo e impervio ancorché affascinante.

Il Quaderno Clio ’92 sulla storia digitale vuole essere un contributo di riflessione e proposta in questo ambito. Esso raccoglie gli atti del Convegno di studi, tenutosi a Scorzè il 6 e 7 settembre 2010, organizzato e promosso dalla Rete di storie locali di Peseggia (VE) insieme con l’Associazione Clio’92, con il patrocinio dell’Istituto scolastico regionale per il Veneto.

Scopo del convegno è stato quello di offrire ai docenti uno sguardo sulle nuove forme che il sapere storico e la storia insegnata vanno assumendo con l’ingresso nel tempo del digitale, con l’obiettivo di:

  1. riflettere sulle conseguenze della diffusione della comunicazione digitale nella scuola;
  2. offrire un’occasione di approfondimento e confronto sui cambiamenti che il digitale ha introdotto sia nella produzione del sapere storiografico sia nella storia insegnata;
  3. presentare concrete esperienze di pratica didattica di storia con il digitale, a partire dal progetto Innova Scuola della Rete di storie locali di Peseggia (VE).

Il Quaderno si apre con il contributo di Stefano Vitali che ragiona sulle potenzialità e le questioni legate all’uso degli archivi storici digitali.

L’autore passa in rassegna le principali ragioni che sono alla base di una didattica con le fonti on line realizzata per ragioni, intenti, modalità e procedure differenti: dalla necessità di promuovere una maggiore motivazione nei processi di apprendimento dei  digital natives a loro agio con un medium che caratterizza gli stili cognitivi delle nuove generazioni, alla possibilità di accesso a fonti che per quantità, varietà e facilità di consultazione sarebbero di fatto inattingibili, alla costruzione di veri e propri dossier documentari virtuali, al potenziamento di strategie e possibilità di lettura non solo del singolo documento ma dell’archivio nel suo complesso.

Nella seconda parte del suo intervento Vitali esplora le diverse tipologie di siti e di pubblicazioni di fonti presenti nel Web e affronta la questione dell’affidabilità e della valutazione critica delle fonti e dei materiali digitali sul passato come presupposto imprescindibile per la loro efficace utilizzazione didattica.

La diffusione di Internet e delle modalità di comunicazione del web 2.0 cambiano la professione dello storico anche nelle sue pratiche di produzione di sapere storico. Ipertestualità, multimedialità, interattività, condivisione in rete sono alcuni degli aspetti che caratterizzano le nuove forme della “scrittura digitale”.

Questo è il tema affrontato da Giuseppe Di Tonto nel suo intervento, cercando di descrivere, attraverso l’analisi di alcuni casi, le conseguenze che si producono nelle diverse forme di scrittura storica (accademica, didattica, divulgativa) e conseguentemente nelle modalità di lettura.

Se insegnare storia non è facile e ancor meno appassionante per gli studenti, è necessario allora sfruttare tutte le potenzialità messe a disposizione dalla Rete. Una di queste è il podcast, un semplice contenuto audio o video veicolato tramite Internet. Ne parla Elena Salvatori, docente di Storia medievale all’Università di Pisa e curatrice di Historycast, il primo podcast italiano dedicato alla storia.

Si tratta di un sito web di grande presa su studenti e semplici appassionati di storia, che contiene attualmente 26 puntate della durata di circa 30 minuti nelle quali vengono affrontati i temi più diversi che riguardano personaggi ed eventi del passato, letti in maniera critica e attraverso visioni storiografiche divergenti con l’obiettivo di problematizzare le conoscenze  sul passato e di suscitare domande e desiderio diapprofondimento.

Molti sono i vantaggi del podcasting a livello didattico, non ultimo quello di coinvolgere gli stessi studenti nella produzione di podcast audio o audio- video. Smontando l’esperienza realizzata dai suoi studenti, incaricati di produrre un file audio di 20 minuti sulla vita e le opere di Galileo Galilei, la Salvatori ci aiuta a comprendere le diverse fasi di produzione di un podcast,evidenziando conoscenze e strumentazione necessaria per realizzare simili attività.

Nell’intervento di Elena Romagnolo, Ferruccio Manfieri, Maria Vassallo, Loredana Prot si prende invece in considerazione l’esperienza  del progetto Storiaindustria.it, realizzato dal Centro on line Storia e Cultura dell’Industria nell’ambito delle iniziative del CSI-Piemonte, che ha avuto come risultato la progettazione di un interessante e innovativo ambiente di apprendimento per lo studio della storia in cui si fondono finalità didattiche culturali e di ricerca. Il coinvolgimento di molti qualificati soggetti (istituti scolastici, archivi di impresa, archivi comunali e regionali, associazioni di categoria, assessorati alla cultura degli enti territoriali, fondazioni del movimento operaio, sindacati, oltre ovviamente agli specialisti della materia) rende tale progetto un modello di riferimento che potrebbe “fare scuola” anche in altre realtàterritoriali.

Sulla costruzione della memoria collettiva, di quella che gli studiosi definiscono public history e sul ruolo che in questi ambiti giocano le nuove tecnologie interviene Attilia Cozzaglio. Al centro del suo contributo c’è l’esperienza del MUVI, il Museo virtuale della memoria storica collettiva della regione Lombardia. Il progetto, nato ad opera della società di comunicazione TiConuno alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, si è posto l’obiettivo di costruire un archivio (il museo virtuale) del patrimonio e della memoria collettiva di un territorio, usando un mezzo tradizionale come la radio e le nuove potenzialià della rete, attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini e delle famiglie.

Il modello del MUVI è stato ripreso e aggiornato in altre esperienze analoghe e ha avuto anche interessanti utilizzazioni nel mondo della scuola.

A partire dalla confessione dell’essere digital immigrate che si avventura nelle nuove tecnologie con curiosità e interesse ma anche con un sufficiente disincanto, Ivo Mattozzi si interroga sulle possibilità di usare il digitale per realizzare il curricolo di storia delle operazioni cognitive e delle conoscenze significative e ripensare nuovi percorsi formativi. Dopo aver presentato l’inventario degli attrezzi del lavoro, propri della Galassia Internet, l’autori esplicita le condizioni che possono consentire, con gli ambienti digitali, lo svolgimento di processi di apprendimento più significativi ed efficaci.

Chiudono la pubblicazione gli interventi di Ernesto Perillo e Luisa Bordin che danno conto più da vicino del progetto Una comunità per il patrimonio culturale, realizzato nell’ambito dell’iniziativa ministeriale Innova Scuola – primaria, durante il biennio dal 2008 al 2010 dall’Istituto Comprensivo “A. Martini” di Peseggia (VE), l’Istituto Comprensivo “G. Galilei” di Scorzè (VE), l’Istituto Comprensivo di Carbonera (TV), la Direzione Didattica del I° Circolo di Mogliano Veneto (TV).

Perillo ricostruisce le tappe di svolgimento dell’iniziativa, mettendone in luce la complessità e l’intreccio tra diverse dimensioni: la ricerca storico- didattica a scala locale, l’educazione al patrimonio in dimensione interculturale e di cittadinanza attiva, l’uso degli ambienti digitali. Il bilancio, ancora provvisorio, del progetto lascia intendere le potenzialità degli ambienti digitali anche per la scuola primaria, accanto a nodi critici che meritano ulteriore approfondimento e attenzione.

 

L’analisi del lavoro svolto da docenti e allievi delle quattro scuole coinvolte nell’iniziativa è il tema del contributo di Luisa Bordin, una delle insegnanti che con le sue classi ha partecipato alla realizzazione del progetto. La sua riflessione prende le mosse dalla presentazione dei temi di ricerca scelti da ogni scuola e da quanto effettivamente si è riusciti a realizzare rispetto alla progettazione iniziale. Vengono poi presentati sette diversi contenuti didattici digitali che tra l’altro “contengono un ricco patrimonio di materiali prodotti anche grazie alle tecnologie digitali”.

Organizzare la ricerca storico-didattica con l’uso degli ambienti digitali impone un ripensamento della progettazione del percorso didattico, delle metodologie da usare, della mediazione didattica da agire.

In definitiva, richiede di ri-pensare ruolo e compiti di docenti e allievi, riposizionando entrambi sulla scena dei processi formativi.[iv]

 

[1] Secondo il progetto “New Millennium Learners” dell’OCSE i nati dopo il 1985 sarebbero i primi digital native.

[2] Cfr. Intervista a H. P. Levy, Evoluzione del concetto di sapere nell’era telematica, 1997, presente on-line nel sito Mediamente

[3] D. Ragazzini (a cura di), La storiografia digitale, Utet libreria, Torino, 2004, pag. VIII.

 

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