LA DEMOGRAFIA E IL NOVECENTO di Scipione Guarracino

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ABSTRACT

L’autore analizza il Novecento dal punto di vista della crescita demografica considerando gli inizi del XX e del XXI secolo. I numeri assoluti vanno pero accompagnati dall’analisi dei dati relativi “che esprimono rapporti e che fanno scoprire aspetti non evidenti nei movimenti di una popolazione”. È allora possibile conoscere meglio come, lungo il secolo scorso, le dinamiche della popolazione si siano differenziate nelle diverse aree del mondo, quali ne siano stati gli andamenti nel tempo, le convergenze e le divergenze.

1.  Un secolo con caratteri unici

Nel 1994 lo storico Eric J. Hobsbawm pubblicò un libro destinato ad avere grande influenza. Il titolo italiano (Il secolo breve) individuava la periodizzazione 1914-1991. Nell’originale figurava pero come un sottotitolo, The Short Twentieth Century, che ha avuto maggior fortuna del titolo principale, Age of Extremes, L’eta degli estremi. E di “estremi” il secolo breve ne aveva conosciuto in gran quantità. Era stato il secolo dei totalitarismi, delle guerre mondiali e delle guerre totali, delle ideologie assassine e dei genocidi. Dopo il 1945, oltre alle guerre, alle ideologie e ai grandi massacri, vi era stato l’incombere dell’autodistruzione attraverso le armi atomiche e la manomissione degli ecosistemi.

C’e ancora un estremo che segna il Novecento, la crescita delle popolazione mondiale, un estremo che ha tutta l’aria di essere unico e irripetibile e che viene ricordato anche da Hobsbawm (op. cit., pp. 24-25). Nonostante le grandi stragi del secolo, dal 1900 al 2000 la popolazione della Terra è passata più o meno da 1,65 a 6,143 miliardi, si è moltiplicata cioè per un fattore 3,7 ovvero è cresciuta di oltre il 270 per cento, con un ritmo diverso nelle due metà (rispettivamente + 54 per cento e + 142 per cento); ciò è avvenuto di pari passo con un altro estremo, questa volta non catastrofico, il grande sviluppo della produzione di beni di ogni genere, compresa la durata della vita, che si è verificato dopo il 1945 e che è andato ben oltre Les Trente Glorieuses (1945-1975), gli anni così battezzati dall’economista francese Jean Furastié in un celebre libro del 1979.

Nel 1798 il reverendo Robert Malthus aveva introdotto il tema dell’apocalisse demografica che incombeva sull’umanita, ma in tutto il XIX secolo la crescita era stata solo del 68 per cento. Quella avvenuta nel Novecento ci pare irripetibile non solo perché porterebbe nel 2100 alla cifra di 23 miliardi, ma perché di fatto dal 1990-95 il ritmo sta rallentando. Sul 2100 si possono fare solo congetture, ma il 2050 non è poi tanto lontano. La Population Division delle Nazioni Unite fornisce dal 1950 un World Population Prospect, giunto alla ventiseiesima edizione. 

La più recente Revision (https://population.un.org/wpp) è stata pubblicata a metà 2019 e la sua proiezione indica 9,7 miliardi per il 2050 (+ 59 per cento sul 2000, contro il 142 per cento per il 1950- 2000). Il più rassicurante valore medio di + 12 per cento per il 2050-2100 possiede elementi di verosimiglianza ma è solo di buon auspicio e si muove entro una forchetta di cifre possibili piuttosto larga.

Naturalmente l’idea di una popolazione mondiale è solo una finzione, perché di fatto esistono e sono esistite molte popolazioni con caratteristiche molto diverse. È opportuna qui un piccola digressione. Nella conoscenza comune della storia e in particolare nel suo insegnamento ciò che riguarda le popolazioni del presente e del passato si limita a cifre che mostrano il loro ammontare e le loro variazioni scaglionate nel tempo. Tutto il resto è considerato di competenza di una disciplina molto tecnica e presumibilmente molo arida che si chiama demografia e del suo ramo che è la demografia storica. Che sia una disciplina con aspetti specialistici non c’e dubbio, ma che sia solo un dipartimento della statistica fatto di numeri, tabelle, grafici e formule è vero solo fino a un certo punto. Richiamiamo l’attenzione su due aspetti.

Prima di tutto: la demografia insegna a maneggiare i numeri e se quelli assoluti sono ovviamente importanti possono essere meno indicativi di quelli relativi, indici che esprimono rapporti e che fanno scoprire aspetti non evidenti nei movimenti di una popolazione. Per fare un esempio piuttosto ovvio vediamo la differenza fra il numero assoluto dei nati e l’indice di natalità (rapporto fra nati e popolazione). Due paesi hanno entrambi un milione di nati, ma la popolazione è di 10 milioni nel primo e di 100 nel secondo: ciò vuol dire che si trovano in situazioni molte diverse. Con una natalità del 5 per cento (ovvero 50 per mille), il primo non pratica nessun genere di controllo delle nascite, mentre il secondo, con una natalit dell’1 per cento (10 per mille), è molto avanti su questa strada.

Indici del genere hanno la peculiarità di consentire comparazioni significative e di procedere verso dati più raffinati. Non staremo ad elencarli tutti ma almeno uno va ricordato. Il numero dei nati, meglio ancora che rapportato alla popolazione totale, dipende dalle proporzione delle donne in età feconda esistente (convenzionalmente fra i 15 e i 49 anni). Conoscendo questo dato si può ricavare quello che i demografi chiamano tasso di fecondità totale (TFT), il numero medio di figli per donna che ci può attendere in una popolazione (da correggere riconducendolo al netto dei nati soggetti alla mortalità infantile e giovanile, che non contribuiranno alla riproduzione), ovvero la misura della sostituzione di una generazione da quella successiva. Facendo qualche semplificazione, si può dire che se questo tasso netto è uguale a 2 (una coppia di genitori ha due figli) una popolazione è stazionaria, se inferiore ovvero superiore a 2 è destinata a diminuire o a crescere.

In secondo luogo i numeri servono a rimandare alla pluralità delle popolazioni storiche e dei regimi demografici del presente e del passato, costituiti dall’eta al matrimonio (finché le nascite al di fuori del matrimonio sono un fatto raro), la solidità della famiglia legittima, la proporzione del celibato definitivo, l’eta della donna al primo e all’ultimo parto, la mortalita infantile, la propensione all’emigrazione e altro ancora, componenti variamente influenzate da fattori religiosi, sociali, politici, economici, così da andare oltre la pura analisi demografica. Un regime demografico è a sua volta uno dei molti aspetti del funzionamento dei sistemi storico- sociali e delle sue trasformazioni, l’oggetto di una storia intenta a descrivere e a spiegare non solo la successione dei fatti.

2.  La decadenza demografica dell’Europa

Intorno al 1910 la popolazione di “razza bianca”, europea e di origine europea (includendo gli Stati Uniti, il Canada, l’Oceania e anche paesi latino-americani di forte immigrazione, come l’Argentina), rappresentava più di un terzo di quella mondiale (contro il 20 per cento di un secolo prima) e cresceva più rapidamente di quella del “resto del mondo”, in gran parte soggetto al dominio coloniale, anche indiretto, di otto paesi europei e afflitta da una mortalità molto elevata rispetto alla pur elevata natalità: diciamo l’1 per cento l’anno contro lo 0,7. Il timore malthusiano per la sovrappopolazione si era in parte dileguato e c’erano tutte le condizioni perche la “razza bianca” dovesse avere una visione piuttosto ottimista circa il futuro del proprio ruolo di dominazione nel mondo. Non mancavano però fatti che giocavano in senso contrario. Nel 1905 per la prima volta un popolo “di colore”, il Giappone, aveva inflitto una pesante sconfitta a un paese europeo (la Russia) e non pochi catastrofisti avevano avanzato il timore di un incombente “pericolo giallo”. In secondo luogo la fecondita stava decrescendo un po’ dappertutto in Europa, ma era soprattutto in Francia che le prospettive si facevano preoccupanti. Qui la tendenza alla denatalità si era manifestata già dalla fine del Settecento e verso il 1910 il tasso (lordo) di fecondità totale era sceso a 2,45, contro il 3-4 di tutti gli altri paesi importanti dell’Europa occidentale, fenomeno questo che aveva messo duramente alla prova la capacità di spiegazione di demografi e sociologi.

Oltre ai milioni di morti e di invalidi, la Grande guerra provocò un crollo della natalità e della fecondità e, dopo un breve momento di recupero, era stata la crisi economica cominciata alla fine del 1929 ad agire in senso negativo. Ma nel declino della fecondità stavano agendo fattori di altro genere. Se si omettono gli anni 1914-19, si nota una continuità nella discesa del numero delle nascite e dei tassi natalità dal 1910-13 al 1922- 25, quando l’inizio della grande depressione era ancora lontano. La Francia non era più un’eccezione e si stava realizzando una certa convergenza con gli altri paesi dell’Europa occidentale. La depressione fu poi un fatto in più che negli anni Trenta accentuò gravemente questa tendenza, anche negli Stati Uniti.

Fu precisamente in questo periodo che i demografi introdussero nuovi indici come il tasso di fecondità totale (numero di figli per donna), che sembrava aver già inscritto in se stesso il futuro. Come si è già osservato, se una generazione è sostituita con un indice netto pari a 2, si deve concludere che una popolazione è avviata nel caso migliore alla stagnazione. È vero che si tratta di indici congiunturali, basati sui dati di pochi anni, che non prevedono in senso stretto il futuro; eppure negli anni Trenta indussero tutti a considerazioni assai pessimistiche sull'”irresistibile declino” europeo (Anna Treves, 2001, cap. I). Nella più prolifica Italia si passò da 4,3 figli per donna prima della guerra a 4 nei primi anni Venti (dopo la contrazione a 3 del 1915-19), a 3,3 nel 1930- 31 e a 2,9 nel 1935-37; in Gran Bretagna da 2,95 a 2,5 prima e dopo la guerra e a meno di 2 negli anni Trenta. Nel 1932-33 la Germania stava persino peggio della Francia ed era scesa al livello drammatico di 1,6 figli per donna.

Demografi, sociologi, medici e moralisti furono chiamati a valutare il fenomeno della denatalità, a darne una spiegazione e a indicare un rimedio. In Francia questo genere di discussione era intenso già dagli anni Settanta dell’Ottocento e veniva connesso alle aspirazioni di potenza del paese, nella politica coloniale e nella rivalità con la Germania. Alla fine del secolo esisteva una Alleanza nazionale per l’accrescimento della popolazione. La Germania, si ammoniva, aveva un numero di nascite doppio di quello della Francia, con le prevedibili conseguenze che ciò avrebbe comportato per il reclutamento nell’esercito. Quando le tendenze alla denatalità divennero ovunque ben evidenti, le esigenze militari furono in tutti i paesi, e in maniera più conclamata in Italia e in Germania, al centro di preoccupazioni sollevate già prima del 1930. Dal 1927 il fascismo seguì una politica di incentivi ai matrimoni e alle nascite, con premi alle famiglie numerose, e di penalizzazione del celibato; Mussolini affermò che la decadenza è il destino degli imperi che vedono diminuire il numero delle nascite. I risultati furono comunque modesti. Meglio (ma senza tornare ai livelli del 1910) andò in Germania, dove il nazismo combinò la politica natalista con quella eugenista, volta al miglioramento della pura razza tedesca e alla sterilizzazione e anche all’eliminazione fisica di chi poteva contaminarla.

Le teorie e le ideologie demografiche avanzate in quegli anni per interpretare la denatalità in corso colsero a volte fattori rilevanti, come l’influenza esercitata dalla crescente concentrazione delle popolazioni nelle citta, ma il “ruralismo” corrispondente non usci dall’orizzonte delle prediche inutili. Per lo più vi furono improbabili astruserie su pretese leggi intorno all’indebolimento degli impulsi sessuali prodotti dalla città, dalla vita moderna, dalla democrazia, dal materialismo dell’incivilimento, che con la diffusione delle pratiche anticoncezionali conducevano verso il suicidio di razza. Una responsabilità maggiore toccava prevedibilmente alla donna. La Grande guerra aveva agito sulla mentalità delle donne portandole nei luoghi di lavoro, ma vi era anche un fenomeno più di lungo periodo. La città aveva prodotto il movimento di emancipazione delle donne, facendole entrare nel mondo riservato agli uomini (il lavoro, l’impiego negli uffici) per godere di indipendenza economica, allontanandole dal posto nella famiglia loro riservato dalla natura, portandole a prediligere cerebralismo e intellettualismo, tutte cose che producevano una artificiosa defemminilizzazione e il rifiuto della maternità (Eric D. Weitz, 2019, cap. VIII, “Corpi e sesso”).

3.  Da una paura all’altra

Accanto ai demografi attivi nella gara alle speculazioni più ardite sulla corruzione dei costumi o sul declino inevitabile della volontà e della potenza riproduttiva, altri si attennero maggiormente al loro terreno di ricerca. Adolphe Landry (La révolution démographique, 1934) rimase ancora una voce relativamente isolata nell’attenzione riservata alla riduzione della mortalità e in particolare di quella infantile: questa era la vera “rivoluzione demografica” che attraverso percorsi complessi (economici e affettivi) conduceva alla volontaria contraccezione e alla riduzione della natalità. Il demografo statunitense Frank

W. Notestein arrivò a conclusioni analoghe con le ricerche del 1944-45 che tracciavano un profilo essenziale della storia delle popolazioni. Le popolazioni si trovano a passare, in tempi e modi diversi, da un regime “antico” di alta natalita e alta mortalita a uno “moderno” di bassa natalita e bassa mortalita, entrambi con modesti tassi di crescita, il 5 per mille medio annuo o anche assai meno, ma con caratteri sociali molto diversi. Fra l’uno e l’altro si situa una “transizione demografica” in due tappe.

Nella prima si ha una caduta della mortalità, quella straordinaria (con la scomparsa delle grandi epidemie e carestie) e quella ordinaria (in seguito ai progressi nell’alimentazione, igiene e medicina); da parte della natalità vi è un maggiore attrito al cambiamento, e ciò conduce a tassi di crescita media annua del 10 per mille e più. Il tempo che occorre perché una popolazione raddoppi passa dall’ordine dei secoli dei regimi tradizionali ai pochi decenni che nel XIX secolo furono sufficienti a diversi paesi occidentali (e che gettarono nell’angoscia i seguaci di Malthus). Nella seconda tappa la natalità si adegua, con profondi mutamenti nella struttura e nell’etica della famiglia che conducono alla lunga alla stabilità. Dopo la grande crescita del XIX secolo, l’Occidente, era entrato in questa seconda tappa e percio non c’era niente di allarmante se i tassi di fecondità si stavano adattando e stavano scendendo.

Sorpresa! La teoria della transizione demografica era stata troppo affrettata a giungere alle sue conclusioni. A guerra finita, la natalità, invece di proseguire nel suo trend di diminuzione, prese a crescere in tutto il mondo occidentale. Il fenomeno fu battezzato negli Stati Uniti, come baby boom. Giustamente, perché fu lì che si manifestò precocemente, già prima del 1946, conducendo il tasso lordo di fecondita totale da un po’ piu di 2 a meta degli anni Trenta a più di 3 per quasi un ventennio, fino al 1964, con un massimo di 3,7 nel 1957-

59. Questo valore è poi notevole perché nel frattempo la mortalità infantile era diminuita e il tasso lordo si stava avvicinando a quello netto (2,1 è convenzionalmente il tasso lordo con una mortalità infantile molto bassa). Lo stesso fenomeno fu registrato anche in Europa occidentale, in misura meno intensa, perché non venne superato il tasso lordo di 3, ma protraendosi per qualche anno in piu (l’Europa orientale e l’Urss risposero a un’altra logica su cui non ci soffermeremo). In tutto l’Occidente i matrimoni erano diventati più numerosi, precoci e fecondi, segno di un ottimismo di fondo, magari inconscio e certo privo di una spiegazione davvero completa. Dal 1965-67 il baby boom si esaurì ovunque. Aveva costituito un’altra e più lunga parentesi. Nel giro di qualche anno il trend di discesa del tasso di fecondità totale (TFT) riprese verso il valore 2 e poi sotto questa soglia critica.

Per contro, quello che si cominciava a chiamare Terzo Mondo stava entrando nella prima tappa della transizione (negli anni Quaranta l’Asia, dopo il 1955 l’Africa subsahariana), in seguito all’introduzione di pratiche come la bollitura dell’acqua, le vaccinazioni e le disinfestazioni con il Ddt nelle regioni malariche; nel giro di cinque anni (1945-1950) la mortalità nello Sri Lanka, che nelle aree più esposte alla malaria arrivava al

40 per mille, complessivamente quasi si dimezzò. La prima fase della transizione demografica si era realizzata in Occidente nel corso di quasi un secolo, diciamo fra il 1800 e il 1880. Ai paesi del Terzo Mondo erano bastati pochi decenni. Essi mantenevano una mortalità generale e infantile piuttosto elevata anche se in calo, ma la loro natalità era assai più alta. Già nel 1950-55 il loro tasso di crescita annua era diventato assai più elevato di quello dell’Occidente, rovesciando il rapporto che esisteva quarant’anni prima: 2,1 per cento contro 1,2. Il totale mondiale superò il livello 2 intorno al 1965 (un raddoppio in 33 anni).

Prevedibilmente, accanto ai congressi internazionali sulla popolazione, si vennero moltiplicando i libri (compresi i romanzi di fantascienza) che lanciavano allarmi sulla sovrappopolazione e sui rischi e di una prossima carestia mondiale, con milioni di morti di fame entro una ventina d’anni: tra il 1955 e il 1995 se ne contano parecchie decine. Due di questi furono dei best seller, The Population Bomb di Paul Ehrlich (1968) e The Limits of Growth, firmato da quattro studiosi del Massachussets Institute of Technology (1972, tr. it. I limiti dello sviluppo); entrambi ebbero numerose ristampe e successive edizioni che aggiornavano dati e previsioni.

Anche qui ci attende una sorpresa. Molti di questi libri uscirono dopo il 1968, quando era evidente che il baby boom si stava avviando all’esaurimento e che, anzi, i paesi coinvolti stavano procedendo verso un tasso di fecondità totale inferiore a 2. Eppure gli autori continuavano a parlare di “popolazione mondiale” e a creare un autentico clima paranoico su una prossima crisi da overpopulation anche nel mondo occidentale e in primo luogo negli Stati Uniti, dove esisteva una ricca tradizione in fatto di reazioni paranoiche. Vi è una interessante correlazione (non proprio una relazione di causa-effetto) fra la paura della sovrappopolazione e la diffusione dai primi anni Sessanta della pillola Pincus e di altri dispositivi antinatalisti, compresa la legalizzazione dell’aborto, piu efficaci dei metodi tradizionali. Inevitabilmente il dibattito sulla overpopulation assunse nei libri e nelle conferenze internazionali un carattere ideologico. Da una parte si chiedeva la Zero Population Growth su scala mondiale. Dall’altra i demografi marxisti vedevano nelle campagne di birth control un modo per deviare l’attenzione dallo sfruttamento imperialista e di fermare la vitalità del Terzo Mondo, se non anche una sorta di genocidio. Il fronte contrario alle più drastiche misure vide una interessante intesa fra marxisti, Chiesa cattolica, paesi musulmani e altri paesi del Terzo Mondo. L’andamento delle popolazioni seguiva intanto il suo corso. Il tasso di crescita scendeva regolarmente nei paesi sviluppati, si manteneva superiore al 2 per cento nei paesi meno sviluppati, con una natalità che andava verso il 15 per mille nei primi e che restava sul 35-40 per mille nei secondi.

4.  Convergenze e divergenze

La pianificazione familiare, come era ben noto, è impossibile senza un parallelo sviluppo economico e sociale e soprattutto senza un mutamento nelle condizioni della donna, in particolare vietando i matrimoni delle bambine. Ciò richiedeva però troppo tempo e si affacciava allora la via della dissuasione (aiuti più consistenti ai paesi del Terzo Mondo con efficaci politiche antinataliste) o della costrizione. La costrizione fu seguita in India nel 1970 con una campagna di sterilizzazioni forzate, ma ebbe scarsi risultati e provocò la sconfitta elettorale del governo che l’aveva tentata.

L’India era pero allo stesso tempo una democrazia e un paese con suoi radicati costumi morali. Il Giappone, che non aveva remore particolari nei confronti della contraccezione e dell’aborto, porto la sua natalità sotto il 15 per mille già prima del 1965. Un caso a sé fu la Cina. Dopo varie oscillazioni e dopo aver fatto sua a lungo l’identificazione fra birth control e imperialismo, il partito comunista aderì nel 1979 alla più coercitiva delle politiche demografiche, imponendo con qualche eccezione il figlio unico: politica rimasta in vigore per 36 anni e allentata nel 2015, con l’ammissione di un secondo figlio. In questo frattempo il tasso di fertilità totale era sceso da 6,3 figli per donna a 1,8 nel 1995 e a 1,6 nel 2015.

Al Giappone era bastata una dozzina di anni (1948-1960) per attuare la fase della transizione demografica che portava ad adattare la natalità alla minore mortalità. Alla Cina ne erano occorsi quindici (1980-1995). In modi diversi, entrambi i paesi avevano effettuato una transizione “dura”. In India questa strada non era riuscita e il paese ha impiegato mezzo secolo (1960-2010) per seguire una strada più lenta, non ancora del tutto completata e in grado di produrre un aumento di più di 300 milioni da qui al 2050. Lo stesso si può dire per altri paesi dell’Asia sud-orientale, mentre l’Iran era stato sorprendentemente rapido rispetto ad altri paese islamici (1985-2005). L’allineamento sulle pratiche di controllo delle nascite è stato dunque considerevole. Questo mezzo secolo ha visto però anche un grande aumento della popolazione mondiale, con l’aggiunta di un miliardo in più ogni 12-14 anni: 3 miliardi nel 1960, 4 nel 1974, 5 nel 1987, 6 nel 1999, 7 nel 2011, 8 nel 2023. Da qui al 2100 la popolazione mondiale potrebbe crescere dai più   di   7,5   miliardi   attuali   a   due estremi compresi fra 9,8 e 12,6 con un valore medio di 10,8.

Massimo Livi Bacci (2015, p. 10 e pp. 29 e 73) ha osservato che «la questione della popolazione sembra scivolare silenziosamente fuori dell’agenda internazionale, quasi che la mancata esplosione della “bomba demografica” [.] ci autorizzi a non preoccuparci dei tre o quattro miliardi di persone che dovremo accogliere [.] sul pianeta prima della fine del XXI secolo». Si sono imposte con più urgenza due altre questioni. La prima e la difesa dell’ambiente, passata in cinquant’anni dal piano delle aree inquinate più o meno estese al disastro universale costituito dai mutamenti climatici. La seconda è quella dei flussi migratori dal sud povero ai paesi del nord ricco. Per ragioni che non staremo qui a discutere, i mutamenti climatici non sono legati in maniera esclusiva alla crescita della popolazione. L’immigrazione e diventato dopo il 2000 per gli Stati Uniti e l’Europa il problema piu ossessivo, ma il suo legame con l’overpopulation dei paesi poveri e tutt’altro che ovvio per i “migranti economici” e si confonde con la questione diversa dei “rifugiati” (la fuga dai paesi in guerra e la maggiore esposizione alla minacce climatiche).

È bene invece non rimuovere il tema della popolazione, notando pero che dopo l’unicita del XX secolo rimarcata più indietro, vi sarà una diversa unicità del XXI, già manifestata dal 1990 e destinata a permanere certo fin oltre il 2050. Possiamo dividere le popolazioni in tre gruppi diversi. Quelle che hanno completato la transizione demografica o che vi stanno convergendo, con un numero di figli per donna pari a 2,1 o inferiore a 2,5. Ai due estremi vi sono da un lato le popolazioni il cui tasso di fecondità generale è sceso sotto 2,1 e anche sotto 1,5 e che sono avviate a una diminuzione; dall’altro quelle che mantengono un numero di figli per donna superiore a 2,5 e anzi superiore a 5 e 6 (nell’Africa subsahariana ma anche in Asia e nell’America latina). Su una popolazione mondiale che ha superato i 7,5 miliardi i paesi con tasso di fecondità generale inferiore a 2,1 rappresentano un buon 40 per cento. Gli altri due gruppi di paesi si dividono in maniera più o meno uguale. Il TFT dei paesi in coda alla sviluppo e di quelli più sviluppati si trovava verso il 1955 in un rapporto di circa 2,3 (6,6 figli per donna contro 2,8). Invece di una convergenza si è poi realizzata una crescente divergenza: lo stesso rapporto era di 3,5 nel 2015 (5,7 contro 1,6 figli per donna). Ancora maggiore appare la divergenza se guardiamo ai tassi di crescita: 2,2 per cento contro 1,2 nel 1955-60 (rapporto 1,9), 2,33 per cento contro 0,26 nel 2015-20 (rapporto 9). Questa divergenza sarà a lungo un fatto essenziale del XXI secolo. Da una parte il costo dell’investimento economico e/o affettivo ed emotivo sui figli conduce spesso verso tassi inferiori a 1,5 e verso il modello del figlio unico medio (con un rinvio così prolungato da diventare una rinuncia), che comporta il dimezzamento nell’arco di una generazione e l’ombra dell’estinzione. Dall’altra incombono le vecchie profezie di Malthus, anche se, per la verità, nessuno può essere sicuro di cosa accadrà in questi paesi.

 

Scipione Guarracino ha insegnato Metodologia della ricerca storica all’Univesita di Firenze. Fra le sue pubblicazioni: Storia e insegnamento della storia (1980), Il Novecento e le sue storie (1997), Mediterraneo, Immagini, storie e teorie da Omero a Braudel (2007), Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo (2010), Storia degli ultimi settant’anni. Dal XX al XXI secolo (2010), L’Italia disunita. Idee e giudizi da Dante a Gramsci (2013), Allarme demografico (2016).

BIBLIOGRAFIA ITALIANA

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