ALCUNE CONSIDERAZIONI SU “FOOD” E DIDATTICA DELLA STORIA* di Agnese Portincasa

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ABSTRACT

Nel presente il fenomeno “Foodies” si impone come una sorta di mania che è assai più di una moda. Ma il cibo e le sue storie possono essere utili a comprendere la storia del più recente passato? Possono i Food Studies rappresentare un contesto dal quale prendere ispirazione per la didattica della storia?

Introduzione

Nel significato del neologismo coniato da Marc Augè un nonluogo (1) è uno spazio che esiste solo per essere attraversato. Un attraversamento che pure può essere frequente o prolungato nel tempo – si pensi alle soste negli aeroporti, dove è necessario arrivare con grande anticipo rispetto alla partenza del proprio volo – ma nel quale gli individui entrano in relazione solo per veloci transazioni o piccole e distratte pratiche di consumo. In un modo simile si intende qui problematizzare la relazione fra storia dell’alimentazione e didattica per la storia, in particolare quella del Novecento. Poiché se non si può dire che il rapporto fra gli elementi costituitivi della relazione sia inesistente tuttavia va ammesso che si tratti di relazioni episodiche, mai riflessive né sistematiche. Relazioni nelle quali è spesso sfuggente proprio la storicizzazione dell’oggetto indagato(2).

Non si tratta, come sempre più di frequente accade ragionando di didattica della storia, di avviare una di quelle generiche lamentazioni sull’evidenza della sottovalutazione – nella scuola italiana – degli strumenti e delle risorse della didattica della disciplina, quanto piuttosto di focalizzare una specifica difficoltà che riguarda la didattica della storia del cibo e dell’alimentazione la cui motivazione va cercata anche nel posizionamento di questa tipologia di studi entro gli ambiti della ricerca storica (soprattutto nel quadro degli studi sulla contemporaneità). Non è possibile né utile – in questa sede – approfondire i termini di tali vicende. Conta tenerle sullo sfondo, anche per accedere al discorso inquadrandolo nella sua complessità, senza limitarsi ai dati di una contingenza che spiega pochissimo.

  1. Lessici e settorializzazioni

Come storica dell’alimentazione – questa è la definizione più ricorrente e meglio riconoscibile attualmente in Italia – mi è capitato di scontrarmi spesso con i lessici di un ambito di studi che è sfuggente già nel definire se stesso. Che cosa studia precisamente una storica dell’alimentazione? Cosa accade se al termine “alimentazione” si aggiunge anche quello di “cibo”? E cosa accade se – come mi capita spesso di proporre senza troppa fortuna – si volesse aggiungere quello di “gastronomia”?

Per la storia contemporanea – ci si riferisce qui a studi che riguardano il XX secolo – non è facile fornire risposte chiare. La storia dell’alimentazione è l’unica ad avere una sua tradizione che la identifica in special modo con gli approcci della storia sociale; quella del cibo ambisce a uno sguardo di storia globale che la rende apparentemente più agevole ma a bene vedere meno gestibile in ambito didattico; quella della gastronomia è percepita come un innocuo divertissement di cultori di una materia da specialisti.

Già provare a ricomporre tali ambiguità – lessicali solo a uno sguardo di superfice – aiuta a ragionare in termini meglio adeguati alla rilevanza (potenziale) del tema e contribuisce a indicare una direzione per uscire dall’impasse del nonluogo identificato all’inizio.

Andrebbe, innanzitutto, detto che identificare la storia dell’alimentazione come storia sociale appare riduttivo; in particolare perché dal secondo Novecento il cibo – o meglio la sua assenza – smette di essere l’indicatore di penurie usate per incardinare stratificazioni e/o appartenenze sociali. Nel contesto più ampio e complesso di una società dei consumi e del benessere di massa nella quale materie prime alimentari, prodotti, cibi, ricette e pratiche circolano incessantemente coinvolgendo miliardi di persone, regole e significati cambiano e si modifica quel modo di vivere strettamente ancorato ai parametri della sussistenza che era stato per secoli, e per i più, la norma.

Da questo dato conseguono rilievi essenziali per comprendere le specificità della storia del XX secolo. Se è certamente vero che il nostro modo di intendere e consumare il cibo – si pensi alla pervasività del concetto di “dieta mediterranea” e alla pregnanza che ha acquisito negli ultimi decenni, in particolare dopo il suo riconoscimento come Patrimonio Culturale Immateriale Unesco (2010) – è il prodotto di un tempo lungo e del sedimentarsi di alcuni processi, non bisogna commettere l’errore di andare alla ricerca di una qualche origine dipanando il processo a ritroso. Il Novecento è un secolo che non assomiglia a nessun altro nei termini dell’accelerazione della velocità e della pervasività dei fenomeni: si tratta di un mutamento sostanziale che nelle pratiche alimentari si specchia in maniera evidente, stabilizzando una serie di eventi di cesura e/o periodizzanti (3).

Per studiare tutto questo la storia da sola non basta. Uno storico dell’alimentazione che si occupi del Novecento deve approcciare il suo tema sapendo maneggiare con una certa cura almeno gli strumenti dell’antropologo, del sociologo e del semiologo. Può entrare in archivio – e se lo fa ha senz’altro ottime possibilità di comprendere con maggiore precisione alcuni dettagli – ma può anche farlo con parsimonia. Può succedere, infatti, che uno storico si trovi a maneggiare un oggetto di studio che ha sedimentato pochissime fonti nei luoghi deputati della ricerca storica tradizionale. In casi simili, quello storico può procedere in due modi: insiste per non distaccarsi troppo dalla prassi condivisa della disciplina e lavora esclusivamente con le fonti d’archivio arrivando dove la tipologia di documenti utilizzata gli consente, oppure mette in discussione il suo metodo per comprendere come e dove cercare quello che in archivio proprio non c’è, come manipolare e mescolare una pluralità di materiali.

Nello scenario della ricerca internazionale (4) la soluzione seguita è senz’altro la seconda; da questo punto di vista non è casuale la scelta di una definizione volutamente generica e onnicomprensiva – quella di Food Studies – nella quale differenti approcci si mescolano senza generare pruriti metodologici o smanie da controllo disciplinare (5).

Anche solo questo essere costituzionalmente inter e intradisciplinari fa dei food studies un ambito di grande interesse per la didattica della storia.

  1. Food e per rispondere a quali esigenze

L’unico indirizzo scolastico in cui il tema food entra di diritto nel curricolo è quello degli istituti alberghieri. Accade perché conoscere la storia    del    cibo    e    dell’alimentazione    è identificato come un prerequisito di massima che ogni tecnico della ristorazione deve possedere per dirsi professionalmente pronto a passare la sua vita in cucina o in sala.

In altri ordini di scuola o in altre indirizzi il tema comincia da pochi anni – in particolare grazie a quella vera e propria moda globale che è il fenomeno foodies – a trovare piccoli spazi di approfondimento nella manualistica scolastica. I temi ricorrenti e canonizzati sono fondamentalmente tre: la civiltà latina e la sua vita quotidiana (a partire da un qualche riferimento ai ritrovamenti archeologici a Pompei, alla cena di Trimalcione o al ricettario di Marco Gavio Apicio); lo scambio colombiano e le nuove piante americane; i cibi di guerra (come nei casi della nascita e diffusione dell’appertizzazione o al rancio della Prima Guerra Mondiale). Trasversalmente a queste scelte di contesto è molto diffusa anche la proposta di aprire una galleria di immagini di opere d’arte – più raramente spezzoni cinematografici – da utilizzare come fonte per la storia dell’alimentazione (operazione solo apparentemente semplice, ma che ha il vantaggio di essere evocativa e potenzialmente apprezzabile dagli studenti).

Sul secondo Novecento, invece, si lavora poco e i motivi sono noti. Non ultimo quello per cui ci si troverebbe costretti ad aggiungere approfondimenti in un anno di corso che è già sul punto di scoppiare e che pone moltissime difficoltà di gestione. Esclusa, dunque, l’inserzione nel quinto anno della secondaria di secondo grado, il tema del “quando” dipende dall’interesse del docente, ma potrebbe avvenire fin dalla terza classe della secondaria di primo grado.

Contemporaneamente al “quando” la domanda da porsi è: perché un docente dovrebbe occuparsi di storia di cibo/alimentazione/gastronomia?

Una possibile risposta è: per chiarire con un approccio di reale accessibilità le radici storiche del nostro tempo e usare il dato alimentare come chiave di accesso alla comprensione della società dei consumi e del benessere di massa.

Il dato dell’accessibilità non ha quasi bisogno di essere spiegato: la pratica alimentare è un gesto comune quotidiano di tutti gli uomini, in tutti i tempi della storia e in ogni luogo del mondo e non sono necessari prerequisiti di sorta per accedere a questo tipo di ragionamento (lo stesso non si potrebbe mai dire per nessun tema di cui abitualmente si discorra nei manuali scolastici).

Per contro parlare di food non è affatto semplice. Non fosse altro per il fatto di dovere superare il pregiudizio ricorrente che lo identifica come un tema triviale, inadatto alla cultura scolastica, troppo quotidiano. Contro questo pregiudizio ci sono pochi strumenti: è diffusissimo in Italia dove, invece, gran parte delle nostre esportazioni e della nostra visibilità internazionale si legano esattamente a ciò che pare irrilevante approfondire.

A questo proposito, poi, occorre aggiungere come la questione non possa essere archiviata con la frettolosa identificazione della didattica come chiave per la patrimonializzazione delle risorse della “tradizione”, della “tipicità”, del “locale” o del “paesaggio”. Sebbene questo sia l’approccio più ricorrente nella didattica museale dedicata o di quella legata alla valorizzazione turistica delle risorse enogastronomiche nei territori, a scuola l’obiettivo deve potere essere differente e contemplare approcci e analisi che in nessun altro contesto educativo risulterebbero praticabili.

Un solo esempio fra i molti possibili e che parte dalle sollecitazioni del presente. Si pensi al tema di quell’emergenza percepita/reale che prende il nome di “sostenibilità”. I comportamenti e le scelte alimentari hanno molto a che vedere con la sostenibilità e da molti punti di vista. Non c’è nemmeno bisogno di arrivare a parlare di “biodiversità”, di “multinazionali” o di “land grabbing”, argomenti spesso affrontati perché permettono di focalizzare alcune implicazioni politico- economiche di per sé interessanti, ma la cui contestualizzazione e messa a fuoco sono francamente ardui in classe, a meno di non accontentarsi di un intervento a spot che fatica a sedimentare conoscenze e competenze.

Potrebbe essere utile, invece, partire da un semplice sondaggio sulla plastica. Si potrebbe chiedere agli studenti di fare una piccola ricerca sulla propria produzione domestica settimanale di plastica da riciclare. Quanti degli imballaggi di materia plastica servono per imballare/contenere cibo o bevande? A conclusione del sondaggio, dai risultati già di per sé evidenti, ci si potrà domandare da quanto tempo viviamo in una società che vende carote e acqua minerale avvolte nella plastica. Quando nasce questo sistema di produzione che si connette a uno specifico modello della grande distribuzione? A quali esigenze risponde (dei produttori, dei consumatori)? E “prima”, invece, che cosa c’era? E questo “prima” esattamente quand’è? Lo sradicamento dal presentismo in cui siamo immersi s’innesca, in questo modo, in maniera non ideologica: spinto da domande, sollecitazioni a spostare lo sguardo e storicizzazione delle nostre piccole prassi quotidiane.

  1. Food e didattica. La dimensione temporale degli oggetti culturali

Uno degli elementi didattici interessanti degli interrogativi nati dalla presa d’atto del rapporto fra cibo e materie plastiche consiste nel dovere riconoscere al tema food una rilevanza inattesa: una sua capacità di smascherare l’ovvietà di quanto è scontatamente uguale da sempre per mostrare gli oggetti e le pratiche umane nella loro dimensione storica, nel loro rapporto con il tempo.

Quello che accade spesso con il food è che la dimensione del passato vi stia ambiguamente dentro. “Prima”, “dopo”, “durante” vi si confondono costantemente e quello che arriva nei nostri piatti o nei nostri supermercati sembra esistere nell’immaginario dei consumatori in una sorta di presente assoluto.

È molto difficile ci si chieda da dove arrivino o che storia abbiano una materia prima agricola, un prodotto o una ricetta. Nella migliore delle ipotesi – soprattutto per quanto riguarda le ricette – si affonda nel ricordo di una memoria famigliare non meglio attestata e dall’incerto significato.

Senza contare che viviamo in una società che produce immaginari potentissimi e pervasivi da cui è difficile astrarsi. Quanti di noi hanno ragionato sul fatto che le preparazioni gastronomiche della Roma antica, proprio quelle che studiamo per mettere a valore una nostra presunta identità culturale – erano piatti incolori e che nessun latino di età imperiale si riconoscerebbe nella nostra cucina di oggi? Il pomodoro, che ci sembra nostro da sempre, arriva nel continente europeo dopo la scoperta e la conquista dell’America; apprezzato per la sua bellezza entra presto nei giardini europei, ma è considerato insano e fatica moltissimo a imporsi come pianta commestibile. Il peperoncino, orgoglio della cucina meridionale, ha una storia simile, solo meno avventurosa perché il gusto piccante risultò subito  molto gradito agli  europei   più poveri che non potevano permettersi il costosissimo pepe delle tavole nobiliari.

Quanti, sempre per continuare con esempi di cibi considerati identitari dei quali dovremmo essere avvertiti, hanno ragionato sul fatto che la “dieta mediterranea” patrimonio Unesco è codificata negli anni Sessanta del XX secolo dal fisiologo statunitense Ancel Keys, preoccupato della crescita esponenziale delle malattie cardiovascolari negli Stati Uniti? E che l’opera nella quale ne tratta diffusamente (How to eat well and stay well. The Mediterranean way) è stata solo recentemente tradotta in Italia (6)?

Il primo passo per ragionare didatticamente di questi argomenti è uscire dall’ambiguità e dalla genericità dell’ovvio e riconoscere come di qualunque materia prima, ricetta o prodotto, di qualsivoglia consumo e pratica si possa ragionare in termini storici: ricostruendo per ognuno di loro una periodizzazione e un contesto territoriale di riferimento, dei soggetti agenti che gli hanno riconosciuto valore e dei fatti rilevanti che ne costituiscono l’ossatura evenemenziale.

  1. Una proposta per la lettura di un “secolo brevissimo”

La ricostruzione di una storia specifica per temi e questioni dell’alimentazione, tuttavia, è ambito specialistico da Food Studies e non facilmente potrebbe entrare nelle aule scolastiche (anche se va detto che ci arriverebbe più facilmente se in Italia fossero davvero diffusi lo studio e gli approfondimenti di questo ambito di ricerca).

E allora cosa farsene della storia dell’alimentazione a scuola? Come farla entrare fra gli argomenti del curricolo? La soluzione proposta è quella di usarla come una sorta di “grimaldello” per penetrare nei temi di storia generale, nella comprensione di passaggi periodizzanti di altrimenti più ardua comprensione.

Si pensi a come potrebbe essere contestualizzata la trasformazione economica avvenuta nel XX secolo. Se c’è qualcosa che accade al cibo nel corso del Novecento è il passaggio – veloce, diffuso e pervasivo – da risorsa soggetta a rischi di scarsità a risorsa disponibile e abbondante fino allo spreco. È possibile evidenziare e lavorare sulle fasi di questa trasformazione in molti modi differenti. Qui ne sarà proposta sinteticamente una, nella quale dal raffronto di due immagini esplode una serie di suggestioni, utili a suggerire come la focalizzazione sul tema cibo possa essere utile a studiare, da una diversa angolazione, la storia del secolo scorso.

Si mostreranno agli studenti le due immagini: la prima è la celeberrima fotografia della documentarista Dorothea Lange (1895- 1965) dal titolo Migrant Mother, la seconda è un’immagine pubblicitaria Kelvinator del 1956. La figura femminile nel suo ruolo di madre ha, in entrambe, un ruolo prioritario e, tuttavia, non è possibile pensare a due mondi tanto differenti. Proprio la discontinuità antitetica colpisce, ma non va anticipata o esplicitata dal docente. Si chiederà agli studenti, in un clima disteso da brainstorming, una prima semplice descrizione di ciò che vedono o che possono desumere dalla didascalia (a seconda del tempo a disposizione si potrà aprire il ragionamento alla metodologia di critica della fonte e ad alcuni aspetti di media literacy).

Dopo avere dedicato almeno una ventina di minuti all’operazione preliminare, si potrà procedere problematizzando l’analisi e introducendo alcune domande di lettura storica.

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Figura 1. Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936, Rural Resettlement Administration

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 Figura 2. Pubblicità elettrodomestici Kelvinator (Detroit), 1956

Cosa sta accadendo negli Stati Uniti d’America quando viene scattata la prima?

E quando è messa in scena la rappresentazione della seconda?

Quanti anni passano dalla prima alla seconda (cos’è accaduto nel frattempo)?

Com’è possibile che dalla penuria disperante dell’una (assenza di cibo, oltre che di qualunque cosa che permetta la sopravvivenza) si passi in soli vent’anni all’abbondanza consumistica (pervasività del cibo e sua specifica rappresentazione) della seconda?

L’innovazione tecnologica può avere un ruolo in questa velocissima trasformazione?

Il fatto che la prima immagine sia documentaristica (e dunque si prefigga di ritrarre il vero) e la seconda pubblicitaria (e dunque abbia la funzione di vendere un prodotto e rappresentare un ideale) cambia i termini delle analisi nei termini della verosimiglianza o della rappresentazione?

È possibile che la sfacciata ed esagerata ostentazione della seconda abbia un qualche legame con la misera realtà della prima?

Il modello del consumismo americano della seconda influenza anche l’Europa? Esistono rappresentazioni pubblicitarie simili nella società italiana del tempo?

Oggi come si pubblicizzano i frigoriferi? Si mostra il loro interno? Si mostra il resto del locale di cucina dove sono posizionati?

Le domande di partenza sono tutte potenzialmente rilevanti, ma aprono scenari di approfondimento differenti. Non è detto debbano essere messe in azione contemporaneamente o che su tutte si debba lavorare con lo stesso grado di profondità. Potrebbe essere utile pensare di introdurre la crisi degli anni Trenta proprio con quest’attività: per lavorare sulla connessione profonda fra “Grande depressione”, New Deal, guerre mondiali negli Usa e in Europa e “Trenta gloriosi”. In seconda battuta si potrebbe ragionare del ruolo delle innovazioni tecnologiche sulla crescita e sul consumismo, sul ruolo del cibo e dei prodotti alimentari in questa crescita; sull’idea di una società che guarda all’opulenza diffusa come ideale di riferimento e che stabilizza particolari rapporti con gli oggetti della vita quotidiana. Non dovrà essere trascurato il brevissimo lasso di tempo che divide le due immagini per lavorare sul concetto di accelerazione e durata nei processi storici. Che lo si faccia introducendo le proposte periodizzanti di Hobsbwam, Mayer, Arrighi o quelle tematizzanti di De Grazia7 o di de Certeau8 è a scelta del docente.

Con o senza riferimenti all’approfondimento storiografico conta che il cibo – la sua assenza, la sua abbondanza – aprano a una lettura del Novecento come secolo di passaggio e di radicali trasformazioni. E che degli effetti di quelle trasformazioni sia permeato il nostro presente.

1 M. Augé, NonLuoghi: introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1993.

2 Sul rapporto fra alimentazione, storia e didattica ha opportunamente e recentemente ragionato «Il

3 La letteratura sull’argomento è vasta. Solo per aprire il ragionamento che si può originare dall’approfondimento storiografico, in Italia, sui temi dell’alimentazione e dei consumi si possono citare gli Annali 13 e 27 della Storia d’Italia pubblicata da Einaudi: A. Capatti, A. De Bernardi, A. Varni (a cura di), 13: L’alimentazione, Torino, Einaudi, 1998; S. Cavazza, E. Scarpellini (a cura di), 27: I consumi, Torino, Einaudi, 2018.

4 Si tratta di un approccio e di un filone di studi molto frequentato in Canada e negli Stati Uniti. In Europa un’esperienza interessante verso la stessa direzione è quello che fa capo alla rivista «Food and History», pubblicata dal 2003, erede dell’esperienza di «Food and Foodways»   (1986)   e   del   lavoro  dell’International Commission for Research into European Food History (ICFREH).

5 Una recentissima pubblicazione che testimonia dell’intreccio e dei metodi in questo ambito di studi e ricerche è: W. Zhen, Food Studies. A Hands-On Guide, London, Bloombury Academic, 2019.

6 A. and M. Keys, La dieta mediterranea: come mangiare bene e stare bene, Bra, Slow Food, 2017.

Agnese Portincasa ha conseguito il Master europeo in Storia e cultura dell’alimentazione nel 2005 e il dottorato di ricerca in Storia d’Europa all’Università di Bologna, sotto la direzione di Alberto De Bernardi e Alberto Capatti, nel 2009. Insegnante di ruolo, dal 2011 è in distacco presso l’Istituto per la Storia e le Memorie del ’900 Parri E-R, dove si occupa di didattica della storia. Ricercatrice associata di FoodLab, socia della Società italiana delle storiche, ha tenuto incarichi di docenza presso l’Università di Bologna e l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche; è attualmente docente a contratto all’Università di Parma, dove insegna Storia del cibo e dell’alimentazione. Membro della redazione delle riviste digitali «Novecento.org» e «E-Review», è autrice di Scrivere di gusto. Una storia della cucina italiana attraverso i ricettari 1766-1943, Bologna, Pendragon, 2016.

*Articolo tratto da “Il Bollettino di Clio” NS n. 11-12 https://www.clio92.org/bollettini/

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