DIECI DOMANDE SUL NOVECENTO Intervista a Giovanni De Luna*

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A cura di Vincenzo Guanci ed Ernesto Perillo

1. Rispondendo a Claudio Pavone (‘900. I tempi della storia, Donzelli 1997) che gli chiede quali siano le date più significative del secolo, quelle che possono periodizzarlo, scandirlo in maniera precisa, Vittorio Foa dichiara che “la periodizzazione per uno storico è una cosa molto importante, perché è il modo con cui egli fa sapere che vede delle cose nuove nella storia; altrimenti non ha senso, se non è un veicolo per sottolineare una visione nuova…” Qual è, o quali sono le periodizzazioni del Novecento che secondo lei possono aiutarci a vedere cose nuove? E a comprenderlo come totalità?
G. De Luna.
La “periodizzazione” è utile innanzitutto «a rendere pensabili i fatti storici» (Pomian, 1980). Nella loro dimensione di puri eventi, questi si presentano infatti collegati uno all’altro da una semplice sequenza cronologica. La periodizzazione implica invece una “concettualizzazione del tempo” e introduce quindi nella dimensione piatta dell’allineamento cronologico uno specifico elemento cognitivo: indica date che sono altrettanti capisaldi interpretativi, rende leggibili gli eventi proponendo anche la loro aggregazione intorno a un elemento immediatamente riconoscibile, un “personaggio” (“l’età napoleonica”, “l’età giolittiana”) o anche un oggetto materiale (“l’età del ferro” o, riferita al Novecento, “il secolo delle ciminiere” evocato da Charles Maier). In questo senso, la periodizzazione ha una sua efficacia soprattutto nello svelare la trama nascosta del tempo. Tra un fatto e l’altro non c’è mai il vuoto. Quello in cui ci si imbatte è un vuoto storico determinato dall’assenza di tracce visibili. Ebbene gli eventi racchiusi all’interno di una periodizzazione sono in grado, se non di colmare, almeno di ridurre questo vuoto proprio grazie al collegamento concettuale che si stabilisce tra le loro tracce e quelle lasciate dagli eventi immediatamente precedenti e seguenti. Per questo sono molto significative le date del 1914 e del 1989. Molte delle definizioni che sono state date del “secolo breve” scaturiscono proprio da questi due estremi cronologici: da un lato la prima guerra mondiale come disvelamento di una realtà già pienamente novecentesca, dall’altro la caduta del Muro di Berlino come momento chiave di congedo dall’esperienza totalitaria che ha segnato in profondità il Novecento.

 2. Molte le definizioni del secolo che tentano nella estrema sintesi di una enunciazione di coglierne i tratti caratterizzanti. Solo per citarne alcune: A. Besançon, Il Novecento. Il secolo del male (2008), E.J. Hobsbawm, Age of extremes (trad. it. Il secolo breve) (1994), AA. VV., Un secolo innominabile. Idee e riflessioni (1998), C. Pinzani, Il secolo della paura (1998). O, forse, resta ancora valida la definizione di “secolo americano” data dal giornalista Henry Luce nel 1941? Lei cosa ne pensa? Come definirebbe il Novecento?
G. De Luna.
Tutte le definizioni proposte oscillano tra il pessimismo più cupo (“secolo della paura”, “dell’odio”, “della violenza”) e l’ottimismo più rassicurante (“secolo dello sviluppo”, “del progresso”, “della democrazia”, “dell’emancipazione”) e seguono uno schema ricorrente, articolato in tre punti: l’identificazione dei tratti distintivi del Novecento attraverso uno o più fenomeni che si ritengono storicamente decisivi; la scelta di una periodizzazione funzionale all’enfatizzazione di quei fenomeni; un corredo di cifre chiamate a offrire una solida base quantitativa alla definizione prescelta. Un criterio squisitamente ideologico indica così nel ‘900 il “secolo dei totalitarismi”, leggendo quindi come sua irriducibile specificità l’affermarsi di una forma di organizzazione statuale che si presentò con i caratteri di una radicale negazione delle fondamentali caratteristiche dello Stato liberale. Con un approccio interpretativo diverso, e usando un indicatore essenzialmente economico, Maier ha invece optato per una definizione (“secolo delle ciminiere”, appunto) modellata sul paesaggio e sul sistema di produzione industriale. È in questo ambito che il Novecento diventa il “secolo del fordismo”, segnato quindi dalla diffusione in tutto l’Occidente industrializzato del sistema produttivo scaturito dalla rivoluzione tayloristica (prestazione dell’operaio fondata su tempi e movimenti subordinati a macchine progettate per queste subordinazioni). A partire dagli inizi del XX secolo le innovazioni tecnologiche moltiplicarono la massa delle merci disponibili sul mercato; per venderle fu necessario sradicare consolidate abitudini di autoproduzione e di consumo comunitario, imponendo attraverso la pubblicità (grazie all’uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa) standard che modificarono drasticamente la mappa dei bisogni primari ereditata dal passato. Furono gli Stati Uniti il luogo storico in cui si affermò questa nuova economia del consumo che ben presto dilagò con successo in tutte le società industrializzate. “Secolo del fordismo” e “secolo dei consumi” sono così due lati della stessa medaglia. Un’altra definizione, che usa invece un indicatore di tipo geopolitico ma anche con forti venature ideologiche e psicologiche, identifica nel Novecento il “secolo delle guerre”, tragicamente fondato sull’imponenza del numero dei morti in seguito a eventi bellici. Tra il 1900 e il 1993 sono state censite 54 guerre; il calcolo più analitico circa le vittime è quello di Maier, che arriva a un totale di 100 milioni. A me pare che i tratti distintivi del Novecento scaturiscano proprio dagli elementi comuni riscontrabili in tutte queste definizioni. Dietro il totalitarismo, il fordismo, le guerre, le violenze, il genocidio si agitano le schiere di un’umanità completamente massificata. Non solo la morte di massa, dunque; di massa è stata la partecipazione politica così come la produzione e i consumi, e soprattutto i mass media. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, la crescita del loro numero, della loro potenza, della loro disponibilità, è stato infatti un fenomeno inarrestabile lungo tutto l’arco del secolo, lasciando affiorare i lineamenti di una società in cui il settore delle comunicazioni, dell’elaborazione e scambio delle informazioni ha assunto un ruolo di perno della vita economica e sociale. Qualunque indicatore venga scelto – la politica, l’ideologia, le strutture economiche, la comunicazione –, ci si trova così a declinare diverse accezioni di un unico concetto guida: il Novecento è stato plasmato nei suoi caratteri più profondi dall’ingresso attivo delle masse nella storia. “Secolo delle masse” è così la sua definizione più appropriata. 

3. Una questione centrale del Novecento è quella dello sterminio degli ebrei e di tutti i genocidi compiuti durante il secolo scorso, del rapporto tra progresso e umanità, della violenza di massa, della razionalità moderna. Come affrontare questo tema tra storiografia, memoria e postmemoria, unicità di Auschwitz e comparazione, comprensione critica e rischio della retorica celebrativa?
G. De Luna.
La questione storiografica più rilevante a me pare quella di un’adeguata collocazione dello sterminio degli ebrei nell’ambito del tratto epocale della violenza novecentesca. A differenza di altre forme di sterminio, il lager va studiato proprio perché ci restituisce nella maniera più nitida il carattere eccessivo e smisurato di quella violenza, non tanto e non solo nella sua dimensione quantitativa, quanto soprattutto nel profilo qualitativo che essa assume svincolandosi da ogni scopo ragionevole. Nell’esperienza del nazismo il genocidio è prioritario, è il principale scopo della guerra, un orrore perpetrato senza altra remunerazione che la scomparsa dell’oggetto odiato. In questo senso, la morte come progetto totale è la diretta conseguenza della “politicizzazione della vita” in cui il corpo dell’individuo diventa la posta in gioco delle strategie politiche. Nel nazismo la politica, diventata biopolitica, si appropria della nuda vita, immettendola dentro il circuito della statualità: la vita e la morte non sono più concetti scientifici ma politici. La biopolitica pretende di decidere «sul valore (o sul disvalore) della vita come tale» (Agamben), e quindi stabilisce qual è la “vita indegna di essere vissuta”. Il lager è il luogo in cui si racchiude l’essenza ultima della dimensione biopolitica del Novecento. II lager e non il gulag. I campi di sterminio riservati alle razze inferiori come ebrei e zingari appartengono solo all’universo nazista; la morte segna in profondità anche le strutture del gulag, ma costituisce un semplice sottoprodotto del sistema, non ne rappresenta certo una finalità immediata. Aron non mancava di ricordare che l’esito del terrore erano in un caso i lavori forzati e nell’altro la camera a gas. Auschwitz, oltre a essere radicalmente “gratuito”, è esplicitamente diretto alla distruzione dell’essenza stessa dell’uomo, alla cancellazione della nuda vita nella sua semplice esistenza, a prescindere da ogni altro risultato atteso che non fosse l’annientamento stesso: «Gli ebrei erano perseguitati perché erano tali, non in ragione delle loro opinioni, o della loro fede: è l’esistenza stessa che era loro rifiutata; non li si accusava di professare questo o quello, li si accusava di esistere» (Arendt).

4. Come si caratterizza, in questo quadro, l’antisemitismo italiano rispetto a quello della Germania nazista? Quali analogie, specificità, differenze?
G. De Luna.
In questo quadro, l’antisemitismo fascista, emerso nitidamente nelle leggi del 1938, appartiene al razzismo e a una tradizione tipicamente italiana ma si sottrae a ogni possibile confronto con l’”unicità” di Auschwitz.

5. Il Novecento italiano è segnato dal fascismo. La primavera di quest’anno ha visto più di un libro, oltre ad articoli di riviste e quotidiani, nei quali intellettuali e storici dibattono sul significato della parola, o meglio, dell’epiteto “fascista”, sulla possibilità o meno di un confronto e di analogie con il tempo presente. Vuole precisarci la sua opinione in merito?
G. De Luna.
C’è un’urgenza civile dietro questa discussione, in grado di sottrarla a ogni rituale accademico e a ogni astrattezza terminologica. La riflessione sulla possibilità di parlare di fascismo in relazione a quanto accade oggi ha infatti un senso solo se si lega al tentativo di definire i tratti salienti di una destra che si è saldamente installata nel sistema politico italiano, conquistando un’egemonia culturale che oggi sembra impossibile da scalfire; alla ricerca, quindi, degli strumenti indispensabili per poterla comprendere, anche nel momento in cui lei stessa non trova ancora le parole per definirsi. Si tratta, infatti, di un’esperienza politica in atto, tutta realizzata nel presente, che non ha ancora trovato un linguaggio concettualmente in grado di riassumerla. Per studiarla è necessario anzitutto scegliere un metodo di lavoro che sia quello tipico della nostra disciplina. Si tratta, cioè, di usare proficuamente la coppia interpretativa continuità/rottura, in un duplice viaggio nel tempo (dal presente al passato e ritorno). In questo senso, partire dal presente ci obbliga a confrontarci non tanto con la realtà storiografica del fascismo storico (1919-1945), ma con quelli tra i suoi elementi costitutivi che oggi vengono evocati dalla destra per definire la propria identità (“le cose buone fatte da Mussolini”, per intenderci). È una griglia concettuale che ci permette così di selezionare alcuni temi su cui concentrarci, lasciandone cadere degli altri. Vorrei esemplificare questo approccio indicando un elemento che appartiene solo al Novecento e al fascismo storico (l’uso della violenza politica come principale risorsa per la conquista del potere), un elemento che appartiene sia al fascismo storico che alla destra di oggi (l’impronta razzista e xenofoba che segna gran parte del suo corpo elettorale richiamandosi, come nel caso del fascismo mussoliniano, a una consolidata tradizione italiana), un elemento che appartiene solo alla destra di oggi (la sostituzione del mito politico con una “rappresentazione” mediatica della realtà, in cui l’elemento utopico è stato soppiantato dal dilagare delle fake news). Ma ce ne sarebbero anche altri, (l’abolizione del futuro in nome del presente, ad esempio) sui quali ragionare.

6. Se è vero che il Novecento nel mondo è stato il secolo delle guerre con 100 milioni di morti, di cui 80 milioni di civili, l’Europa, con l’Italia, sono state tra le maggiori protagoniste. La creazione dell’Unione Europea ha garantito finora l’assenza di guerre in Europa Occidentale, tanto da valerle il premio Nobel per la Pace. È questa la strada verso l’utopia di un mondo senza guerre? È possibile preservare la propria identità e far valere i propri interessi nazionali senza ricorrere a conflitti armati? Nelle pagine conclusive del suo “Il corpo del nemico ucciso” ricorda che “in una dimensione laica, è stata la cultura a combattere con efficacia l’«amore per la guerra»”; in questo quadro quale può essere il compito non generico degli storici e degli insegnanti di storia?
G. De Luna.
La grande speranza dell’Europa è quella di proporsi come un formidabile strumento di pace. La sua storia novecentesca è stata segnata, come abbiamo visto, dall’incubo della guerra. La sua scoperta del valore della pace nasce dalle viscere più profonde di una sofferenza inaudita. Questo dovrebbe essere il centro intorno al quale organizzare la trasmissione del sapere storico. Pensiamo alla “generazione Erasmus” che, a partire dal 1987, ha visto quattro milioni di studenti andare a studiare qualche mese all’estero. È questa un’esperienza concreta sulla quale misurare gli sviluppi del progetto di “fare gli europei”. Tra il 1914 e il 1918 ci si dilaniò in una guerra catastrofica. Un secolo dopo, il 10 dicembre 2012, all’Unione Europea è stato attribuito, appunto, il premio Nobel per la pace in virtù del suo contributo “alla costruzione di un continente di pace e di riconciliazione” e di un modello sociale “fondato sul Welfare e la Carta dei diritti fondamentali”. Oggi quel Nobel sollecita però una riflessione su un’Europa paurosamente priva di una sfera condivisa di appartenenza e di identità. La sua costruzione simbolica è ferma alla scelta della bandiera (un cerchio di 12 stelle dorate su uno sfondo blu), dell’inno ufficiale (l’Inno alla gioia della Nona sinfonia di Beethoven), del motto (Unità nella diversità, variegate concordia), e di una giornata, quella del 9 maggio, celebrata in tutti gli Stati che aderiscono all’Unione, in ricordo del 9 maggio 1950, data dell’appello di Robert Schuman per la fondazione della Ceca. Per il resto quello europeo resta un immaginario essenzialmente monetario, mentre manca una legittimazione che derivi da un insieme di principi costituzionali sanciti dal voto popolare. Nel triennio 2001-2004 una Convenzione aveva lavorato per approntare una Costituzione europea. I punti di partenza erano la valorizzazione degli elementi comuni nelle disposizioni legislative vigenti nei paesi aderenti all’Unione e la necessità di approntare un catalogo di diritti e valori condivisi. Si arrivò all’elaborazione di principi di respiro universale (la dignità della persona, la libertà individuale, l’uguaglianza uomo-donna, la solidarietà, la giustizia sociale) fondati sui due pilastri della democrazia e dello stato di diritto. Quando entrò in vigore, il 1 dicembre 2009, la Costituzione aveva però smarrito i suoi caratteri “costituenti”, presentandosi come un documento più “leggero”, amputato proprio dei suoi elementi che avevano un maggiore significato simbolico. Il vissuto della “generazione Erasmus” racchiude così la dimensione esistenziale di un’Europa ancora tutta da costruire ma che ci fa guardare con speranza al nostro futuro, purché non ci si dimentichi delle tragedie della storia. 
7. L’affermazione delle istituzioni democratiche dopo la stagione dello stato liberale e del fascismo, la conquista dei diritti, primo fra tutti quello del suffragio universale, la presenza di nuovi soggetti politici (dalle masse popolari, ai giovani, alle donne) che hanno posto nuove domande di partecipazione, gestione del potere, organizzazione stessa della società, rappresentano un altro filone tematico attraverso cui riconsiderare la recente storia nazionale. Quale bilancio se ne può trarre a conclusione del Novecento, quali continuità e rotture con la democrazia italiana del tempo presente?
G. De Luna.
Per quanto riguarda l’Italia, vorrei indicarne una in particolare, quella legata allo stretto parallelismo esistente tra le forme dell’organizzazione politica e quelle assunte dai mezzi di comunicazione di massa. Per gran parte del Novecento, all’egemonia della carta stampata corrispondeva infatti il moderno “partito di massa”- incarnatosi, nell’Italia repubblicana, nei tre grandi partiti DC, PCI e PSI – con le riviste, i giornali, i manifesti, i libri, i volantini a definirne l’identità e il profilo organizzativo. Quando, con l’avvento della Seconda Repubblica, Berlusconi si affacciò sulla scena, la carta stampata era stata già sovrastata dalla diffusione senza precedenti del mezzo televisivo, di una televisione carica di suggestioni e di seduzioni molto potenti, fortemente plasmata dai linguaggi della pubblicità commerciale. Era l’alba di una “videocrazia”, in un passaggio culturale, – dalla lettura all’audiovisione –, che sul piano delle forme di organizzazione della politica Forza Italia rappresentò con grande efficacia. Il declino della destra berlusconiana oggi si può interpretare anche come il segnale dell’avvento di un populismo digitale che si sostituisce alla pervasività della televisione e che, nel rapporto privilegiato che Salvini intrattiene con il web, trova gli strumenti per la costruzione di un leader altro e diverso anche rispetto a Berlusconi. 

8. Tra i cambiamenti del Novecento possiamo anche registrare quelli della stessa storiografia e dei suoi paradigmi, che hanno permesso una rilettura del passato attraverso nuovi oggetti e nuovi sguardi (basti pensare alla scuola delle Annales, ma non solo). E tuttavia non è solo questione di nuovi oggetti della ricerca storica. La soggettività di chi indaga sul passato si è progressivamente affermata come un elemento imprescindibile della scrittura della storia. Sono state in particolare le storiche a rivendicare e praticare nuovi punti di vista, modificare il questionario della ricerca, riconoscere la inevitabile interazione tra osservatore/osservatrice e campo, oggetto osservato. Non uno solo, ma molti Novecento da raccontare, dunque?
G. De Luna.
Credo che per noi storici si tratti di una sfida che, all’inizio, riguardava soprattutto i mezzi di comunicazione di massa e la loro capacità di incidere direttamente nella costruzione del sapere storico diffuso, proponendosi come elementi di un’affascinante narrazione del passato, in grado di soddisfare il bisogno di presente, l’ansia di immediatezza, il rifiuto della complessità e tutte le altre caratteristiche di questa specifica congiuntura culturale. Per accettare quella sfida è stato necessario entrare nell’arena dell’«uso pubblico della storia», riattraversando con uno sguardo diverso gli stessi capisaldi dello statuto scientifico della nostra disciplina, aprendoci a un nuovo metodo di critica delle fonti e a nuove forme di narrazione, guardando alla storia contemporanea come allo studio di una realtà dilatata in termini quantitativi e geografici, cercando non solo di coglierne gli aspetti politici e istituzionali, ma anche di comprendere i comportamenti collettivi, i sentimenti, le coordinate dell’esperienza quotidiana dei miliardi di uomini che abitano il nostro pianeta, il loro modo di percepire il tempo e lo spazio, il dolore e la morte, i sentimenti, le paure. In questo senso è stato necessario fornirsi di una critica delle fonti innovativa, in grado di aggiornare i fondamenti stessi di uno statuto scientifico ancora troppo legato a formule che si erano modellate quasi esclusivamente sui documenti scritti. La concezione dinamica delle fonti – ripresa dalla lezione delle Annales ma adattata alle esigenze della contemporaneità – ha portato all’elaborazione di un nuovo approccio filologico in grado di accompagnare i mezzi di comunicazione di massa lungo un percorso che da beni culturali, prodotti artistici, oggetti di consumo e di mercato li ha trasportati dentro il laboratorio dello storico, sottoponendoli all’esame dei suoi metodi, vagliandoli alla luce delle esigenze della sua disciplina. Un’operazione condotta con successo, al termine della quale i media, più che un’insidia, si sono rivelati una straordinaria risorsa conoscitiva. Il cinema, la televisione, la fotografia, etc… hanno ognuno una propria «storia» specifica, una disciplina dedicata esclusivamente al loro studio: storia del cinema, storia della televisione, storia della fotografia … Nel loro confronto con la storia tout court sono stati invece declinati in tre direzioni diverse, guardati dallo storico come agenti di storia, strumenti per raccontare la storia, fonti per la conoscenza storica. A partire da queste acquisizioni, sia nella ricerca che nella didattica l’uso dei documenti audiovisivi è diventata una pratica diffusa e consolidata. La possibilità di giovarsi con efficacia di spezzoni radiofonici, film, fotografie, immagini televisive ha condotto gli studenti e i ricercatori a frequentare nuovi tipi di archivi (cineteche, fototeche, ecc.) dando a tutti la possibilità, proprio grazie ai documenti proposti dai media, di approfondire la conoscenza della contemporaneità in tutti i suoi aspetti, dalla vita quotidiana alle forme dell’agire politico. Più insidiosa si è rivelata la sfida portata dal web. L’immensità della rete, infatti, ha scaraventato lo storico in una dimensione così smisurata da metterne in crisi pure quella onnivoracità di cui si era ampiamente giovato nel confronto con i mezzi di comunicazione di massa. E il web è apparso da subito come un territorio pieno di trappole. Non è chiaro, ad esempio, come i motori di ricerca operino la selezione dei vari siti storici. Qual è il criterio di reperibilità e di ordinamento dei risultati? Perché un link appare a pagina 1 invece che a pagina 360, dove nessuno arriverà mai? Qual è il grado di attendibilità dei dati proposti? Chi li verifica, chi li certifica? Se si cita un sito come fonte per un’affermazione o una pubblicazione, e questo «scompare», se un domani l’afferma- zione dovesse risultare falsa, a chi sarebbe attribuibile l’errore? Pure oggi la stragrande maggioranza degli studenti e dei giovani ricercatori usa la rete: è più agevole da consultare, semplifica l’elaborazione attraverso il “copia-e-incolla”, è un mondo più familiare di quello ostico della lettura e del libro. Alla facilità di accesso si è accompagnato però anche un impoverimento dello spessore storico del documento; la sua fruizione immediata ha annebbiato il suo valore di «prova» e, come ha scritto Stefano Vitali, la rete «tende a opacizzare il contesto di origine e di riferimento dell’informazione, riducendolo in genere a una sorta di rumore di fondo». 

9. Un altro cambiamento importante è stato quello delle fonti: per la conoscenza del Novecento sono disponibili tipologie e quantità di fonti del tutto inedite in precedenza. Come queste nuove risorse condizionano la ricerca storica, quali problemi pongono e come se ne può fare un buon uso didattico?
G. De Luna.
Soprattutto per gli insegnanti è oggi indispensabile raccogliere questa sfida, partendo dalla consapevolezza che il web è anche una grande risorsa conoscitiva, consente l’accesso a un corpus smisurato di fonti, si propone come l’ambito di una storia finalmente e compiutamente globale. Si tratta quindi di lavorare anzitutto a una certificazione delle fonti on line, suggerendo come criterio per valutarne la validità quello dell’esame dei contesti in cui affiora l’informazione in esse racchiusa. È evidente, infatti, come un documento reperito sul sito dei National Archives abbia un livello di attendibilità diverso da quello del materiale messo in rete da un amatore o da un sito – come quelli negazionisti – ideologicamente schierato. La riflessione sulla distinzione tra il “vero” e il “falso”, quella sull’intenzionalità della fonte, sulla congruenza necessaria tra la stessa fonte e l’oggetto della ricerca, tutti i capisaldi, insomma, della concezione dinamica delle fonti ci tornano straordinariamente utili per affrontare il nodo del rapporto tra la storia e il web con la consapevolezza critica necessaria. Così come le narrazioni proposte dalla rete vanno valutate sulla base di criteri che appartengono integralmente alla nostra disciplina: l’ipotesi storiografica che ne è alla base, la congruenza delle fonti con tale ipotesi, la solidità e la coerenza dell’argomentazione e della interpretazione… È una partita che si gioca nella scuola e nella ricerca, ma che riguarda anche una sorta di impegno civile. Il web ha inciso sulla nostra identità collettiva in maniera decisiva, alterando la tradizionale distinzione tra pubblico e privato, incidendo soprattutto sulle forme in cui si organizza l’agire collettivo. Favorire un approccio non subalterno e critico alle sue acquisizioni appare oggi come un’operazione strettamente legata ai valori di una cittadinanza fondata sulla partecipazione e la condivisione. 

10. Chiudiamo questa intervista affidandole il compito di suggerire ai nostri lettori due o tre libri, siti web, film, che, secondo lei, possano raccontare e rappresentare adeguatamente il Novecento “italiano”.
G. De Luna.
Sono molto interessato ai rapporti tra storia e letteratura. In questo senso mi sento di consigliare L’Orologio di Carlo Levi per capire bene alcune dinamiche della ricostruzione del dopoguerra, La vita agra di Luciano Bianciardi per avvicinarsi ai risvolti “antropologici” del boom economico, Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini per entrare nelle profondità degli anni ’70. Quanto al cinema, non si può prescindere da Una giornata particolare di Ettore Scola e La notte di san Lorenzo dei fratelli Taviani, film che hanno significativamente anticipato molti dei temi del dibattito storiografico sul fascismo e sulla resistenza.

Giovanni De Luna è uno storico italiano che ha insegnato Storia contemporanea all’Università degli studi di Torino. È autore di trasmissioni radiofoniche e televisive, collabora con La Stampa, Tuttolibri e il programma di Rai Storia Italia in 4D. È stato membro del comitato scientifico del programma televisivo Rai 3 Il tempo e la storia dal 2013 al 2017 e in seguito quello di Passato e presente. Ha scritto il saggio Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, pubblicato da Feltrinelli, in cui è narrato un decennio di storia italiana a partire dalla strage di Piazza Fontana del 1969. Tra le sue ultime pubblicazioni, La Resistenza perfetta, Milano, Feltrinelli, 2015; La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione 1946-1948, Milano, Feltrinelli, 2017.

*da “Il Bollettino di Clio” NS n. 11-12 https://www.clio92.org/bollettini/

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