DIECI DOMANDE SUL NOVECENTO Intervista a Jürgen Osterhammel*

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A cura di Vincenzo Guanci ed Ernesto Perillo
Traduzione di Matthew Coleman

1. Una prima questione ci sembra essere quella dei confini temporali del Novecento e di una sua periodizzazione interna. Le ipotesi che su questo hanno fornito gli storici (pensiamo in particolare alla celebre tesi di Eric Hobsbawm sul secolo breve) hanno di fatto privilegiato la scala europea. Pensando invece a un Novecento globale, che abbraccia una scala mondiale, qual è o quali sono le periodizzazioni del Novecento globale che secondo lei possono aiutare noi e soprattutto i nostri studenti e le nostre studentesse a leggere le fasi importanti che hanno caratterizzato questo periodo e comprenderlo come totalità?

J. Osterhammel. 

Forse potremo entrare in un vivace dibattito se mi metto a sfidare due dei vostri presupposti inespressi. Uno dei presupposti è che sarebbe desiderabile comprendere un secolo “come totalità”. È molto difficile isolare una “totalità”. La storia non avviene come una sequenza di entità chiaramente delimitate che possono essere colte in modo olistico. A volte ci sono totalità/ insiemi chiaramente identificabili. Un dibattito parlamentare o una battaglia militare sembrano essere una “totalità” inequivocabile con un inizio chiaro, una fine chiara e una chiara struttura in mezzo. Già una grave crisi interna – per esempio la disintegrazione della Repubblica di Weimar – è molto più difficile da costruire come oggetto coerente di comprensione. Lo stesso vale per le guerre. Sappiamo quando è iniziata la prima guerra mondiale e quando è finita. Ma anche l’attuale guerra in Afghanistan è un “oggetto” altamente amorfo senza un chiaro punto di partenza. La seconda presupposizione che è discutibile è l’utilità del secolo del calendario [la centuria], come strumento per strutturare la continuità storica. Certo, abbiamo pensato in termini di secoli per un tempo molto lungo. Nessuno può sfuggire al calendario. D’altra parte, gli storici professionisti dovrebbero liberarsi dall’illusione che i secoli abbiano una forma temporale derivante dalla loro natura intrinseca. Gli editori odiano questo tipo di argomenti perché devono mettere le date sulla copertina dei libri di storia. Ma il mio unico criterio è l’utilità, e nel mio libro sul XIX secolo (The Transformation of the World: A History of the Nineteenth Century, Princeton UP, 2014) mi sono rifiutato di impegnarmi nei limiti temporali e ho usato diverse scale temporali per differenti aspetti della storia. In teoria, i vari sottosistemi hanno le loro temporalità. Ammiro molto Eric Hobsbawm ma penso che la celebre tesi, come la chiamate voi, sul breve XX secolo non sia uno dei suoi contributi più profondi. Quando Akira Iriye e io dovevamo decidere della sequenza cronologica dei volumi nella nostra serie in sei volumi sulla storia del mondo, in corso di pubblicazione da Einaudi con il titolo in italiano Storia del Mondo, abbiamo trovato la soluzione secondo la quale non proponiamo volumi sull’Ottocento e sul Novecento, ma uno sul periodo tra il 1750 e il 1870, il successivo dal 1870 al 1945, e poi un volume finale sul periodo dopo il 1945 (in italiano con il titolo appropriato Il Mondo Globalizzato). Dal momento che probabilmente vorrete una risposta più specifica, eccola: penso davvero che il 1945 sia stato una cesura di importanza globale. Altrimenti, potremmo forse pensare a un lungo XX secolo che inizia negli anni ‘70 o ‘80 dell’Ottocento e termina con l’apparente crisi della globalizzazione di cui siamo testimoni ai nostri giorni.

2. Molte anche le definizioni del secolo che tentano nella estrema sintesi di una enunciazione di coglierne i tratti caratterizzanti. Solo per citarne alcune: A. Besançon, Il Novecento. Il secolo del male (2008), E.J. Hobsbawm, Age of extremes (trad. it. Il secolo breve) (1994), AA. VV., Un secolo innominabile. Idee e riflessioni (1998), C. Pinzani, Il secolo della paura (1998). O, forse, resta ancora valida la definizione di “secolo americano” data dal giornalista Henry Luce nel 1941? Lei cosa ne pensa? Come definirebbe il Novecento?

J. Osterhammel.

La mia risposta alla vostra prima domanda ha già messo in evidenza la mia riluttanza a comprimere interi secoli in slogan molto semplici. I libri che menzionate non sarebbero affatto interessanti se non facessero altro che sviluppare tesi monomaniacali sull’essenza di un secolo particolare. Ho il sospetto che questi titoli siano stati scelti in stretta collaborazione con le rispettive case editrici. Loro, naturalmente, amano titoli semplici e sorprendenti. L’Ottocento è il paradigma di un “secolo innominabile”. Non ha un nome convenzionale nel modo in cui chiamiamo il Settecento “L’Età dei Lumi”. All’opposto, molti suggerimenti sono stati fatti per etichettare il XX secolo. Come in precedenza, se mi chiedete di fissare/ridurre il periodo in una definizione risponderei: è stato un periodo in cui scienza e tecnologia hanno avuto un impatto sulla vita materiale e sulla prospettiva culturale delle persone in un modo completamente nuovo. Questo secolo della scienza inizia qualche tempo dopo la metà del XIX secolo. È impossibile specificare un anno preciso o addirittura un decennio. Il nuovo periodo cominciò con progressi incredibili, ad esempio nello studio dell’elettricità e della chimica. Nella fase iniziale Charles Darwin sviluppò la sua teoria della selezione naturale che continua a plasmare la nostra visione del mondo fino ai nostri giorni. Allo stesso tempo, le moderne scienze sociali e culturali, come le conosciamo ancora, hanno preso forma durante la seconda metà del XIX secolo. Viviamo ancora in questa era di scienza con tutta la sua ambivalenza, compresi gli effetti collaterali distruttivi dei cambiamenti scientifici e tecnologici.

3. Una questione centrale del Novecento è quella dello sterminio degli ebrei e dei diversi genocidi compiuti durante il secolo scorso, della violenza di massa e della razionalità moderna, della minaccia nucleare e dello sviluppo scientifico; in definitiva del rapporto tra progresso e umanità. Come affrontare questo tema/problema tra storiografia e memoria, unicità della Shoah e comparazione, comprensione critica e rischio della retorica celebrativa e leggere questi eventi nella storia globale del Novecento?

J. Osterhammel.

I vostri lettori dovrebbero sapere che ho scritto libri sul Settecento e l’Ottocento e che ho fatto ricerche molto più mirate su specifici argomenti della storia del XX secolo. Non ho l’intenzione di scrivere una storia generale o “globale” del XX secolo. Pertanto, non rispondo a questa difficile domanda come se fossi qualcuno in grado di offrire una soluzione. Una delle ragioni – ce ne sono molte altre – per non tentare di scrivere una storia così generale è il dilemma che uno storico tedesco deve affrontare con particolare intensità: come affermare l’assoluta centralità della Shoah, quando si corre il pericolo di relativizzarla all’interno del vasto panorama degli orrori del XX secolo. Un approccio globale non è l’ambita via d’uscita, ma invece, come ho cercato di dire, parte del problema. Non ho visto una soluzione convincente, e nello stesso tempo sono allarmato dalle storie mondiali di un volume – nessuna delle quali finora scritta da un autore tedesco – che dedicano diverse pagine a temi standard della storia mondiale come l’impero mondiale mongolo o il traffico transatlantico di schiavi, mentre menzionano a malapena ciò che accadde durante la seconda guerra mondiale nei paesi occupati dalla Germania e dal Giappone e persino alcuni anni dopo nei campi del gulag durante gli ultimi anni di Stalin. Un altro modo per aggirare il problema è concentrarsi interamente sulla memoria. In questo senso, non esiste una “vera” storia, ma solo la storia ricordata, e gli sforzi degli storici per ricostruire il passato da fonti non sono altro che un’illusione. Posso essere d’accordo con questa posizione solo in misura molto limitata e, invece, insisterei sul compito critico della storiografia – fondamentale nel duplice senso di trattare le fonti in modo scientifico e non avere paura di esprimere giudizi critici sugli sviluppi del passato.

4. Per avvicinarci al Novecento e comprendere globalmente questo periodo, accanto alle periodizzazioni e alle definizioni, ci sembra indispensabile individuare le concettualizzazioni chiave, i cambiamenti e le problematizzazioni più rilevanti. Può darci qualche indicazione a questo proposito?

J. Osterhammel.

C’è una risposta breve e semplice: il XX secolo è pieno di auto-concettualizzazioni, in altre parole, è un secolo delle scienze sociali. Le società si sono osservate a un livello senza precedenti. Gli storici globali che studiano quell’età dovrebbero conoscere molto bene la letteratura delle scienze sociali e applicare i loro concetti in modo non dogmatico. Si va da concetti molto generali di “modernizzazione” e “globalizzazione” (che sono spesso troppo vaghi per essere utili) a teoremi altamente specifici nella storia economica o nella storia demografica. Gli storici hanno raramente sviluppato propri concetti accettabili – “l’invenzione della tradizione” di Eric Hobsbawm (e di Terence Ranger) ne potrebbe essere un esempio autorevole. Ma sono in grado di saccheggiare il magazzino di concetti che già esiste.

5. Le nuove storiografie nate nel secolo scorso hanno riletto il passato e lo stesso Novecento attraverso nuovi soggetti e oggetti storici. E anche la soggettività di chi indaga sul passato si è progressivamente affermata come un elemento imprescindibile della scrittura della storia. Sono state in particolare le storiche a rivendicare e praticare nuovi punti di vista, modificare il questionario della ricerca, riconoscere la inevitabile interazione tra osservatore/osservatrice e campo, oggetto osservato. E, ci pare, questo possa valere soprattutto per il Novecento. O no? Avremo non uno solo, ma molti Novecento?

J. Osterhammel.

Quello che dite sembra essere abbastanza ovvio per me. Che gli storici guardino al passato da diversi punti di vista di valore sostanzialmente uguale è già stato stabilito dal teorico dell’Illuminismo Johann Martin Chladenius (1710-1759). Il grande Leopold von Ranke può aver pensato a se stesso di tanto in tanto come osservatore obiettivo che poteva bandire la propria individualità. Ma già con l’emergere dell’ermeneutica filosofica – e Ranke stesso era un pensatore molto più sottile di quanto molti credano oggi – una tale posizione divenne insostenibile. Ho molta simpatia per gli esperimenti letterari. Come scrisse un critico del mio libro sull’Ottocento, il libro è in parte scritto nello stile dei grandi romanzi realistici del periodo. Se dovessi progettare – e forse scrivere – una storia del XX secolo, procederei in modo molto diverso e terrei conto del fatto che siamo in un secolo di avanguardia in tutte le arti. Come si scrive la storia nell’epoca, e per l’epoca di James Joyce? Allo stesso tempo, vorrei tracciare una stretta linea di demarcazione fra ricerca storica e finzione. Anche le speculazioni controfattuali, per quanto possano aprire gli occhi come giochi con la virtualità, non fanno parte del lavoro serio degli storici.

6. Altro cambiamento importante è stato quello delle fonti: per la conoscenza del Novecento a scala globale sono disponibili tipologie e quantità di fonti del tutto inedite in precedenza. Come queste nuove risorse condizionano la ricerca storica, quali problemi pongono e come, a suo avviso, se ne può fare anche un buon uso didattico?

J. Osterhammel.

A questa domanda è impossibile rispondere in modo generale. Quando gli storici globali responsabili lavorano “su scala globale” – e qui sto pensando, ad esempio, ai candidati al dottorato di ricerca con cui ho avuto il piacere di lavorare – non navigano su un oceano di fonti ma usano documentazioni molto specifiche per i loro problemi di ricerca. La principale sfida pratica è che gli argomenti globali richiedono spesso maggiori competenze linguistiche rispetto alla ricerca in un solo paese. Inoltre, vi è la gradita sfida degli studi umanistici digitali. Alcuni argomenti globali si prestano molto bene a un approccio basato sui big data. Ma quel tipo di ricerca richiede un’enorme quantità di risorse. I progetti digitali sono in genere molto più costosi da organizzare e implementare e qualcosa da affrontare solo da squadre e istituti generosi. Per quanto riguarda l’istruzione, qualsiasi fonte può essere utilizzata se ben preparata allo scopo. Non vedo alcuna differenza tra vecchie e nuove fonti.

7. La narrazione del passato sotto forma di breve racconto indirizzato alle nuove generazioni è un genere di storia ultimamente affermato (tra gli altri esempi: A. Wieviorka (1999), Auschwitz spiegato a mia figlia e per l’Italia, A. Cavaglion (2005) La Resistenza spiegata a mia figlia). Immaginando di dover spiegare/raccontare il Novecento ad una figlia o un figlio, quali sono i temi da cui non si può assolutamente prescindere?

J. Osterhammel.

Sarete probabilmente sorpresi di sapere che non racconterei mai “la storia” del Novecento a nessuno. Ci sono migliaia di storie da raccontare e, prima o poi, i bambini e i giovani adulti avranno le loro domande, e allora dovremmo avere delle storie disponibili per loro. La domanda più realistica potrebbe essere questa: cosa farei come ministro della pubblica istruzione incaricato dei curricula. È qui che la storia globale diventa davvero importante. Almeno nel mio paese, l’insegnamento della storia è principalmente limitato alla storia tedesca, di solito vista in una luce altamente critica e realistica – storia nazionale e non storia nazionalistica, che sono due cose diverse. La storia globale può essere insegnata solo attraverso le storie e i casi di studio (compresi i film). Questo è molto difficile, e i materiali di studio rimangono da sviluppare. Noi insegnanti universitari abbiamo una grande responsabilità nel sostenere gli insegnanti di storia nelle scuole.

8. Il racconto del passato fatto dagli storici, soprattutto quello recente, oggi rischia di risultare minoritario e perdente (al di là della platea degli specialisti) rispetto ad altre modalità di comunicazione (su tutte il web e in generale i media). Gli usi pubblici della storia e gli stili comunicativi connessi sono spesso finalizzati a sostenere tesi ideologicamente predefinite, scelte e orientamenti politici, quando non la semplice affermazione della propria opinione e del proprio giudizio stereotipato. Come e a quali condizioni la storia del Novecento raccontata dagli storici può essere uno strumento efficace per la formazione di una buona cultura storica per un cittadino consapevole?

J. Osterhammel.

Può darsi che gli storici del XX secolo si trovino in una posizione migliore rispetto agli esperti dei periodi precedenti, a meno che il loro materiale non sia esposto in musei e mostre storiche, molte delle quali sono attualmente eccellenti. La conoscenza di tutto ciò che è accaduto prima dell’ascesa del film documentario rischia ora di essere emarginata o relegata alla mera fantasia. Gli storici del Medioevo che si preoccupano dell’impatto pubblico del loro lavoro hanno difficoltà a combattere contro immagini del tutto fittizie del “loro” periodo, stereotipi dei secoli bui “barbarici” e così via. In generale, la variabile cruciale è l’accesso ai media di qualità. Alcuni storici ce l’hanno, altri no. Alcuni sono personalità mediatiche di talento, altri si rendono ridicoli e farebbero meglio a stare lontano dalla televisione. Sono forse troppo conservatore visti i rapidi cambiamenti che ci circondano. Ma mi sembra che ci sia ancora un mercato per libri di storia seria e che questo modo classico per raggiungere un pubblico dovrebbe continuare ad essere la nostra principale linea di business. In Germania, la storia è uno degli ultimi rimanenti campi di espansione nella produzione di libri. Parlando di me stesso, ho scritto libri molto lunghi e molto brevi. Ora sento che i libri di storia dovrebbero essere brevi e concisi. Anche il politico dovrebbe ogni tanto trovare il tempo di leggerne alcuni. Ci sono attualmente così tanti argomenti in questi giorni, storici e attuali, che richiedono la nostra attenzione. Sono anche passato di moda nel credere che i “cittadini informati” sono in grado di creare “una buona cultura storica” per se stessi. Abbiamo il solo dovere di fornirgli i materiali.

9. Il Novecento è stato il secolo dell’iper-nazionalismo e delle guerre mondiali che hanno portato alla creazione di enti sovranazionali. “Le Nazioni Unite – ricorda Lei stesso – da un lato garantiscono l’esistenza degli Stati nazionali, difendendo il principio del non-intervento, dall’altro istituzionalizzano valori che minano la sovranità nazionale.” Stiamo vivendo davvero un’epoca “globale”? In che misura? O la tendenza al sovranismo (nazionalismo) e al primatismo (egoismo) della propria nazione che si sta diffondendo nel mondo possiamo chiamarla già la “terza guerra mondiale a pezzi”, come ha dichiarato papa Bergoglio?

J. Osterhammel.

Le aspettative ottimistiche degli anni ‘90, il punto più alto dell’entusiasmo globalista, sono ora in gran parte scomparse. Siamo ovviamente entrati in “un’era globale” nel senso che non dobbiamo fare uno sforzo personale per stabilire connessioni globali. Sono già qui nel momento in cui sono praticamente in grado di leggere migliaia di quotidiani in centinaia di lingue sul computer desktop nel mio ufficio. Tuttavia, la nostra “globalità” è altamente contraddittoria. Non si dovrebbe confonderla, come lo era negli anni ‘90 ed è ancora in alcuni ambienti degli studi globali e della storia globale, con una vittoria del cosmopolitismo, dei diritti umani e della governance globale razionale. Gli storici globali, se posso ancora una volta scegliere uno stretto focus disciplinare, hanno trascurato la guerra e la pace per troppo tempo. C’è stato uno sfortunato antagonismo tra la storia globale e la storia internazionale, dove, in realtà, dovrebbero essere le due facce della stessa medaglia. L’attuale tendenza verso il sovranismo (un concetto molto italiano) è spaventosa e pericolosa sia a livello nazionale che internazionale. Persino gli Stati Uniti, con tutta la loro forza e potenza, probabilmente impareranno che il loro tipo di nazionalismo unilaterale non è la migliore ricetta per il futuro. Le conseguenze della Brexit forniranno una lezione per l’Europa. Lo sviluppo più spaventoso degli ultimi anni è lo smantellamento delle istituzioni che finora ci hanno protetto da una ricaduta nell’anarchia internazionale. Questo spazia dai trattati specifici e dalla legislazione internazionale in generale agli accordi sul clima, per quanto modesti possano essere stati finora. Ciò che è particolarmente spaventoso per i tedeschi della mia generazione è il crollo effettivo delle più antiche democrazie del mondo. Siamo stati allevati con ammirazione per i sistemi politici della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (chiamati anche “l’Occidente”). Ora rimane poco da ammirare.

10. Chiudiamo questa intervista affidandole l’arduo compito di suggerire ai nostri lettori due o tre libri, siti web, film, che, secondo lei, possano raccontare e rappresentare adeguatamente il Novecento globale.

J. Osterhammel.

Posso consigliare il grande giornalista polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007) i cui libri e lavori più brevi sono stati tradotti in molte lingue. In un certo senso, lui continua il lavoro di un altro autore polacco, il grande scrittore di romanzi Joseph Conrad (1857-1924), una magnifica guida all’inizio del XX secolo.

Jürgen Osterhammel è uno storico tedesco, inizialmente formato negli studi di germanistica, scienza politica e storia presso l’Università di Marburg e quindi in storia internazionale alla London School of Economics and Political Science, sotto la guida di Ian Nish. Dal 1990 al 1997 ha insegnato ‘Neuere und Auβereuropäische Geschichte’ (storia moderna ed extra-europea) alla FernUniversität di Hagen. Dal 1997 al 1999 ha insegnato come professore ordinario di storia delle relazioni internazionali all’Institut Universitaire des Hautes Études Internationales di Ginevra. Dal 1999 all’aprile 2018 è stato professore di storia moderna e contemporanea all’Università di Konstanz. Particolarmente importante il suo contributo agli studi di storia globale attraverso le centinaia di lavori pubblicati su periodici e volumi miscellanei editi in Germania e in molti altri paesi. In questo ambito si segnalano tra gli altri: Die Verwandlung der Welt. Eine Geschichte des 19. Jahrhunderts, München 2009, 1568 pp. (tradotto in numerose lingue), volume nel quale la storia mondiale di un secolo emerge attraverso una miriade di punti di osservazione, dai quali l’autore elabora le sue connessioni e le sue comparazioni. Con Niels P. Petersson, Storia della globalizzazione, Bologna, Il Mulino, 2005 (2003) saggio che ripercorre le tappe fondamentali del processo di globalizzazione dalle premesse medioevali e moderne fino ad oggi. I sei volumi della History of the World (2012 ss.) (in via di traduzione in Italia presso l’editore Einaudi), da lui curati insieme con Akira Iriye: un’opera polifonica, punto di riferimento per lo studio della storia globale.

*da “Il Bollettino di Clio” NS n. 11-12 https://www.clio92.org/bollettini/

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