Cos’è la famiglia? 10 domande a Chiara Saraceno

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Da Il Bollettino di Clio n. 13

10 domande a Chiara Saraceno sulla storia della famiglia

A cura di Giuseppe Di Tonto e Saura Rabuiti

  1. Quando si comincia a parlare di famiglia (non solo con gli studenti) ci si riferisce in prima battuta e in modo quasi ovvio alle esperienze che ognuno di noi vive personalmente. In realtà si tratta di un compito ben più complesso per le diverse articolazioni che concorrono alla definizione di famiglia e per la variabilità della famiglia nel tempo e nello spazio. Può aiutarci a delimitare concettualmente il termine? 

L’interrogativo su che cosa sia la famiglia, se ci sia un nucleo minimo universale su cui si innestano variazioni nello spazio delle diverse società e culture e nel tempo storico ha a lungo affannato gli antropologi che, nelle loro ricerche, erano e sono confrontati dalla diversità, non dalla omogeneità dei modi di fare famiglia. Per diverso tempo, la loro risposta è stata affermativa: si poteva trovare un nucleo comune a tutte le forme di famiglia, nonostante la loro ricca varietà. Una varietà che si è tentato di spiegare alla luce di una teoria evolutiva, o stadiale, al culmine della quale veniva posta la famiglia monogamica nucleare. Necessariamente, quindi, tutte le forme famigliari difformi da questa venivano interpretate come appartenenti ad uno stadio precedente, meno evoluto. Ma già nei primi decenni del Novecento le ricerche sul campo su culture molto diverse da quelle Occidentali, dove prevaleva la famiglia basata sulla coppia coniugale, avevano mostrato che esistevano, come teorizzato da Linton, almeno due grandi tipi di famiglie radicalmente diversi: quello delle famiglie “consanguinee”, basato, appunto, sulla consanguineità e co-discendenza e quello” coniugale”, basato sulla coppia, monogamica ma anche poligamica. Come osserva Remotti, anche questi due tipi di famiglie, oltre ad avere importanti differenze interne, possono mescolarsi dando luogo ad altri tipi. 

Come scrisse conclusivamente l’antropologa Yanagisako nel 1979, “è opportuno abbandonare la ricerca di un nocciolo irriducibile della famiglia e di una sua definizione universale”. Dopo aver contribuito alla diffusione di quella concezione naturalistica della famiglia come “universale umano” che tuttora è condivisa da chi pensa che esista un unico modello buono di famiglia, basato sulla coppia (eterosessuale), gli antropologi hanno iniziato ad occuparsi piuttosto delle diverse modalità, regole, con cui viene identificata quella comunità di relazioni, scambi, obbligazioni con  cui in contesti dati si identifica “la famiglia”, distinguendola da altre aggregazioni sociali.

Anche tra i sociologi, i politologi e i giuristi, benché ci sia ancora chi ritiene che vi sia una forma minima di famiglia universale, è ormai prevalente la consapevolezza che la famiglia è costituita dalla, o meglio dalle norme. Sono le norme – religiose, sociali, giuridiche – prevalenti in un determinato cotesto ed epoca a definire che cosa sia la famiglia, chi possa farla, quali relazioni vi appartengano e quali no, quali obbligazioni ne scaturiscano e così via. Ciò, per altro, significa anche che, pur mantenendo una forma apparentemente identica, ciò che ci si aspetta nelle e dalle relazioni famigliari – rapporti di coppia, di generazione, di parentela – può differire anche di molto da una società all’altra e da un’epoca all’altra nella stessa società. Cambia il significato del matrimonio, i modelli di genere, le aspettative nei rapporti intergenerazionali e di parentela. 

In conclusione, possiamo individuare che cosa qui ed ora è definito famiglia dalle norme implicite ed esplicite (per altro rendendoci conto che tale definizione varia anche limitatamente alle norme giuridiche a seconda che si tratti di norme anagrafiche, di diritto civile, fiscali, di sicurezza sociale), se e come queste definizioni siano coerenti tra loro e a quali dimensioni delle relazioni famigliari si riferiscono,  e se e come stiano in rapporto, ed eventuale tensione, con la percezione comune. 

  • In quanto costruzione storico-sociale pienamente umana, la famiglia è cambiata nello spazio e nel tempo. Limitandoci all’area dell’Europa occidentale e alla struttura della convivenza familiare, è possibile a suo parere individuare una linea evolutiva nel percorso storico della famiglia? 

Il sociologo Goran Therborn,  in un  bel libro di una quindicina di anni fa purtroppo non tradotto in Italiano (Between Sex and power, 2004) aveva messo a fuoco tre dimensioni interessate dal cambiamento negli ultimi cento anni: i diritti e  potere (in riduzione) dei mariti e padri; il nesso tra sessualità e matrimonio e l’emergere delle convivenze; il crescente interesse per le politiche demografiche, anche se di segno diverso a seconda del periodo e del paese.  

Con una ambizione molto più modesta per quanto riguarda il raggio comparativo e la documentazione statistica, nel mio libro Coppie e famiglie. Non è questione di natura, ho sintetizzato nel modo seguente quelli che a mio parere sono stati i principali mutamenti nel modo di fare famiglia in Occidente negli ultimi cinquanta anni, pur con intensità diversa da paese a paese.  

 Il primo riguarda i rapporti e le identità di genere. Il modo in cui viene oggi definita la «normalità» maschile e soprattutto femminile, che cosa ci si attende che facciano gli uomini e le donne. Ciò ha   provocato mutamenti sia nella organizzazione quotidiana delle famiglie, sia nei rapporti tra uomini e donne, anche se questo cambiamento non è avvenuto nello stesso modo e nello stesso tempo in tutti i paesi. 

Un secondo mutamento riguarda i rapporti tra le generazioni. Esso dipende innanzitutto dal mutato contesto demografico nei paesi sviluppati, segnato dai due fenomeni responsabili dell’invecchiamento della popolazione: a fronte di una fecondità molto contenuta, che ha drasticamente ridotto il numero di figli per famiglia, si vive più a lungo. Si hanno perciò meno fratelli/sorelle, ma più nonni viventi con cui si possono stabilire rapporti lungo tutto il periodo della crescita ed anche da giovani adulti.  Ciò comporta anche che i ruoli generazionali – figlio, genitore, nonno, bisnonno – non si avvicendano, ma si cumulano, soprattutto nelle età centrali, quando si può essere contemporaneamente già genitori (e talvolta nonni) ma ancora figli. Ciò comporta anche la possibilità che nel corso della vita, in questo avvicendamento, i ruoli generazionali si invertano. L’invecchiamento, infatti, aumenta il rischio di entrare in una fase della vita in cui si diventa (di nuovo) dipendenti dalla cura di altri e, simmetricamente, la possibilità che si debba diventare, in qualche misura “genitore del proprio genitore”. La maggiore verticalità delle relazioni famigliari, tuttavia, non ha portato ad un rafforzamento della verticalità delle relazioni di potere e autorità tra le generazioni. Al contrario, i rapporti tra le generazioni sono diventati tendenzialmente più paritari. Soprattutto, i bambini sono diventati soggetti di diritti a pieno titolo dentro e fuori la famiglia.  

Un terzo fenomeno ha a che fare con i processi di formazione e dissoluzione della coppia e della famiglia. Sempre più, anche in Italia, si va a vivere insieme senza essere sposati e prima di sposarsi. Ed anche la nascita del primo figlio può precedere il matrimonio (in un caso su tre in Italia, ove il fenomeno è relativamente recente). La potenziale lunga durata dei matrimoni dovuta all’allungamento delle speranze di vita è stata corretta dalla diffusione dei divorzi consensuali. Ciò a sua volta ha rotto l’ovvietà per cui figli e genitori appartengono alla stessa unità famigliare e solo a quella. 

La messa in discussione dell’eterosessualità ed etero-normatività come fondamento della famiglia è certamente il cambiamento percepito come più radicale, oltre che più controverso.  È sicuramente l’esito dei movimenti delle persone omosessuali in difesa del proprio diritto ad avere, come le persone eterosessuali, relazioni affettive legalmente riconosciute e a formare una propria famiglia. Tuttavia è stato possibile anche a motivo di un processo di convergenza nelle aspettative e modelli culturali relativamente alla famiglia delle persone eterosessuali e omosessuali. Da un lato, la centralità dell’amore come legittimazione del matrimonio (e della sua continuità), lo scollamento tra sessualità e riproduzione non solo fuori dal matrimonio, ma anche al suo interno, e tra genitorialità e riproduzione genetico-biologica, i cambiamenti nei ruoli sociali di genere maschile e femminile, hanno modificato dall’interno la famiglia coniugale e le motivazioni del suo non potersi basare altro che su una coppia di persone di sesso diverso.  La coppia è emersa sempre più come un valore e un fine in se stessa, a prescindere dalla finalità riproduttiva, indebolendo così uno dei fondamenti – la finalità riproduttiva – del dato per scontato che una coppia che voglia essere famiglia non possa altro che essere composta da un uomo e una donna. 

Mentre la messa in discussione della eteronormatività come fondamento della coppia coniugale non indebolisce il ruolo centrale di questa nella formazione della famiglia coniugale, la progressiva equiparazione di figli nati entro e fuori da un matrimonio e della possibilità di essere legalmente coniugati e riconoscere figli nati da altri rapporti, invece, di fatto costituisce un importante indebolimento di quel ruolo, riconoscendone alla filiazione consanguinea uno (quasi) altrettanto importante e autonomo. 

Sul campo della filiazione sono avvenuti anche altri grandi cambiamenti a motivo della disponibilità, e diffusione, delle tecniche di riproduzione assistita. In tutte le sue possibili varianti, essa separa radicalmente, per etero e omosessuali allo stesso modo, sessualità da procreazione e, nel caso di ricorso alla gestazione per altri, procreazione da genitorialità,  allo stesso tempo moltiplicando i soggetti che potenzialmente possono concorrere  al processo che porta sia alla procreazione stessa, sia  alla genitorialità, quindi alla filiazione e all’inserimento in un sistema parentale, non solo o tanto dal punto di vista giuridico, ma relazionale ed emotivo.

I più radicali di questi cambiamenti, specie quelli relativi ai rapporti di genere e alle identità di genere, all’accesso al matrimonio e alla filiazione da parte delle coppie dello stesso sesso,  alla riproduzione assistita con donatore/donatrice e alla gestazione per altri, sono stati e sono oggetto di conflitti di vario genere ogniqualvolta i singoli paesi, o anche organismi internazionali (Corte europea dei diritti dell’uomo, Corte dell’Unione Europea) hanno affrontato la questione della loro regolazione. 

I tempi, modalità, intensità differenti, con cui ciascun paese ha riconosciuto e regolato queste trasformazioni, hanno introdotto un’altra forma di differenziazione in ciò che è inteso come famiglia in occidente. Paesi che appartengono allo stesso spazio politico-economico, ad esempio la UE differiscono in modo più o meno forte rispetto al modo in cui regolano relazioni formalmente simili – ad esempio i diritti e doveri reciproci dei coniugi, la durata della responsabilità economica verso i figli, l’ampiezza e intensità delle obbligazioni di parentela, le modalità del divorzio e i criteri di affidamento dei figli. 

 

  1. Un gran numero di ricerche sociologiche, storiche, antropologiche, etnografiche ha offerto ampia documentazione del fatto che non solo la famiglia ma anche i rapporti parentali sono costruzioni sociali che hanno assunto forme assai diverse nel tempo e nello spazio. Eppure è ancora diffusa la convinzione che siano qualcosa di naturale e immutato nel tempo, anche di fronte al diffondersi di forme diverse di famiglia. Se ciò corrisponde al vero come spiegare questo ingenuo senso comune?

 

Non è particolarmente sorprendente che a livello di senso comune si pensi che l’unico, o normale, modo di fare famiglia sia quello consolidato nella propria cultura e negli ordinamenti normativi – giuridici, e non solo – della società in cui si vive. E’ anche comprensibile che l’idea che ci possano essere altri modi produca ansietà, incertezza, quando non ripulsa, soprattutto quando tocca aspetti fondamentali di quella che si è imparato essere la “normalità”: modelli di genere, di sessualità, di riproduzione. Anche se tutti sappiamo che ogni famiglia è diversa da tutte le altre anche se ne condivide la forma, l’esistenza di norme, modelli standard di sicurezza, anche se può produrre sofferenza in chi non può o non vuole adeguarvisi. Del resto il cambiamento nasce solo quando questa sofferenza, questo senso di inadeguatezza, riesce a diventare voce collettiva, inducendo riflessioni, aprendo crepe in certezze consolidate. 

E’ più sorprendente che la convinzione che vi sia un nucleo originario di famiglia attorno al quale possono esserci variazioni spazio-temporali, ma senza intaccarne il senso, sia condivisa anche da studiosi e intellettuali. Ed è, condivisa anche da esponenti religiosi, a partire da papa Francesco. L’enciclica Amoris Laetitia ne è un esempio. E’ vero che parla di “inculturamento” della famiglia. Ma dà per scontato che al suo centro vi sia sempre la coppia coniugale (eterosessuale, naturalmente) e la relazione genitori-figli e che queste relazioni siano regolate dal codice affettivo e dalla cura reciproca. Come se fosse stato sempre e dovunque così, laddove sappiamo bene che anche nelle società occidentali l’affettività, la cura reciproca, insieme al rispetto della individualità di ciascuno come codici delle relazioni famigliari sono relativamente recenti.

 

  1. Nella cultura occidentale, il matrimonio ha definito per secoli la famiglia, o meglio un modello di famiglia fondato sulla coppia in un quadro di forte asimmetria nei rapporti di sesso e di generazione. Accanto ai cambiamenti, la storia della famiglia registra dunque anche permanenze di lunga durata o, a ben guardare, anche il matrimonio e il modello di famiglia che definiremmo tradizionale non sono mai stati sempre gli stessi?

 

Come ho già detto sopra, gli istituti possono rimanere gli stessi, ma il loro contenuto ed anche le regole di formazione possono cambiare o essere differenti da un luogo all’altro e da un periodo all’altro. Ad esempio, si è passati dalla regola dei matrimoni combinati dalle parentele, che per altro esiste ancora in molti paesi, a quella in cui sono i potenziali coniugi a scegliersi. Dalla asimmetria di potere tra i sessi nel matrimonio (ancora in vigore nel codice civile italiano e nel diritto canonico della Chiesa cattolica quando mi sono sposata io negli anni sessanta del secolo scorso), al principio, almeno formale, di uguaglianza. Dall’idea che il fine del matrimonio fosse la procreazione a quella che altrettanto importante, se non di più, è stare, e farsi stare bene insieme. Dalla coppia asimmetrica basata sulla gerarchia di genere a quella fusionale, a quella che la sociologa francese Irene Thery ha chiamato “coppia conversazione”. Analogamente, sono cambiati e differiscono i rapporti intergenerazionali. Certamente una trasformazione radicale è avvenuta con l’emergere del principio che i bambini sono soggetti di diritto, non solo strumenti delle strategie famigliari.  Quindi sempre di matrimonio e di filiazione si tratta, sul piano della forma, ma i contenuti sono profondamente cambiati.

 

  1. A proposito delle trasformazioni dell’istituto del matrimonio, ci piacerebbe che lei si soffermasse in particolare su un aspetto che sembra abbia un suo valore storico e un interesse particolare per le nuove generazioni: il passaggio dai matrimoni di convenienza ai matrimoni che trovano nell’amore la loro legittimazione. Come è possibile ricostruire questa transizione che per i giovani di oggi sembra scontata, quali le fasi e i caratteri che l’hanno accompagnata?

 

A lungo, anche nelle società occidentali, l’innamoramento è stato visto come un fondamento troppo fragile e inadeguato per un rapporto di lunga durata, quale è (era) inteso il matrimonio: non solo perché non è garantito che l’amore duri per sempre, ma perché può orientare la scelta verso la persona “sbagliata”, innanzitutto dal punto di vista sociale. In questa modalità di concepire e praticare la famiglia, la forza della coppia, e ciò che ne garantisce la durata, non sta nell’investimento emotivo reciproco dei partner, ma nella forza delle convenienze sociali ed economiche che l’hanno originata.  La famiglia coniugale intima, dove è centrale la qualità del rapporto tra i coniugi, è emersa lentamente, tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento, con tempi diversi nei vari ceti sociali. Si fa strada, quindi, una maggiore autonomia della coppia, e dello scegliersi come coppia, rispetto alle parentele e l’idea che si debba essere attratti reciprocamente e ci si debba voler bene già prima, non solo eventualmente dopo essersi sposati (mia nonna, invece, sposatasi a fine Ottocento, diceva che “l’amore poi verrà”). Centrale, almeno a livello retorico, diventa l’innamoramento come legittimazione del matrimonio e, appunto l’intimità nei rapporti tra coniugi, che significa  essere in confidenza l’uno con l’altra, provare reciproco piacere nella sessualità, avere una comunanza di vita non solo nel lavoro ma anche nella socialità, anche se i criteri di convenienza e di omogamia sociale continuano ad agire e i rapporti tra marito e moglie continuano ad essere asimmetrici anche legalmente per molto tempo. Ma proprio l’irruzione dell’amore come fondamento del matrimonio rende concettualmente insostenibile la disuguaglianza, a pensarci bene, anche se coloro che uccidono “per amore” sembra non riescano ad accettarlo.

 

  1. La letteratura, il cinema e l’arte pittorica ci hanno fornito spesso descrizioni dettagliate e veritiere delle strutture familiare, della loro durata nel tempo, delle strategie matrimoniali, della vita quotidiana, dei rapporti tra genitori e figli e quant’altro. Ci può spiegare in che modo, quand’anche frutto della finzione letteraria ed artistica, queste forme artistiche possono aiutare sociologi e storici nei loro studi e nelle loro ricerche, proponendoci se possibile qualche utile esempio utilizzabile nella didattica. 

Il romanzo I Buddenbrook di Thomas Man è il più grande affresco della famiglia altoborghese, del suo successo, delle sue interne tensioni, che io conosca. Consigliavo sempre di leggerlo ai miei studenti. E il modo in cui i pittori hanno ritratto le famiglie nelle varie epoche è molto istruttivo non tanto della loro quotidianità, ma della loro rappresentazione pubblica. Utili sono i dipinti, ma anche, per i periodi più recenti, le foto di famiglia. Chiedere agli studenti di rintracciare foto di famiglia a partire dai loro nonni, per analizzare insieme come era rappresentata la famiglia, ma anche i bambini e ragazzi nelle varie generazioni, può essere un utile esercizio. Si possono anche utilizzare archivi fotografici. I film sono certo un veicolo potente, anche se vanno contestualizzati non solo nel loro tempo, ma nell’immaginario dell’autore. Si potrebbe chiedere agli studenti di controllare quante fossero le famiglie con tre generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto a Roma nel periodo rappresentato nel film di Scola La famiglia, quante fossero le donne sposate che avevano una occupazione e in quali ceti, se figli e figlie avevano le stesse opportunità di studiare, come fossero le abitazioni nei diversi ceti sociali, e così via.

 

  1. Focalizzando l’attenzione sulla storia della famiglia nel ‘900 europeo e senza considerare le differenze fra i diversi paesi e i diversi gruppi sociali, quali sono stati a suo parere i cambiamenti più importanti che hanno coinvolto la maggioranza delle famiglie e delle persone?  E quali le nuove e diverse configurazioni assunte dalla famiglia? 

Credo di aver già risposto a questa domanda (cfr. risposta a domanda 2, ma anche successive)

 

  1. Anche l’Italia, nel secolo passato, seppur con un certo ritardo rispetto ad altri paesi sviluppati, è stata attraversata dalle trasformazioni che riguardano sia la struttura della famiglia che i contenuti delle relazioni familiari. Da questo punto di vista sono importanti gli anni Settanta, troppo spesso rubricati solamente come gli anni del terrorismo, dimenticando che sono anche quelli di un decisivo e battagliero movimento femminista, delle leggi sul divorzio e sull’aborto, della riforma del diritto di famiglia. In che modo, a suo parere, questi eventi hanno contribuito a trasformare i modi di fare famiglia in Italia?

Premesso che anche il movimento degli studenti, come movimento tipicamente generazionale, ha insieme mostrato e rafforzato quella differenziazione tra adulti e giovani – nei comportamenti, nei gusti – che era iniziata già a metà degli anni sessanta  e aperto le porte alla cosiddetta rivoluzione sessuale, non vi è dubbio che il movimento delle donne ha accelerato quei processi di mutamento legislativo che erano in stallo, portando ad un profondo processo di modernizzazione legislativa a più livelli. Allo stesso tempo hanno prodotto importanti mutamenti culturali. Anche se nella quotidianità sono rimaste forti asimmetrie nella divisione del lavoro e delle risorse tra uomini e donne dentro e fuori la famiglia, i modelli di genere sono stati messi in discussione e i rapporti di coppia sono diventati più negoziali, la sessualità è diventata più libera anche per le donne, non solo, come era sempre stato, per gli uomini, e non vincolata solo al matrimonio e alla procreazione. Le madri hanno cominciato a dire alle figlie che era meglio che si trovassero un lavoro prima di sposarsi, per poter essere autonome. E la violenza in famiglia ha cominciato ad essere nominata come un problema. Da questo punto di vista, l’impatto sulla società e sulla famiglia del movimento delle donne è stato maggiore e di più lunga durata di quello degli studenti, anche se la parità è ancora lontana

 

  1. Al termine di questa lunga chiacchierata sul tema della famiglia e delle sue trasformazioni nella storia, le poniamo una serie di quesiti le cui risposte potrebbero aiutare i nostri lettori impegnati nel mondo della ricerca e della didattica: perché insegnare storia della famiglia e soprattutto quali gli snodi di questa storia e i concetti di fondamentale importanza per una educazione alla cittadinanza? 

 

La studiosa francese Martine Segalen, a proposito dello studio della famiglia, diceva che “la storia rende modesti”, intendendo che la conoscenza della storia della famiglia rende meno arroganti sia rispetto alla pretesa che la “nostra” sia l’unica “vera” famiglia, sia rispetto alla presunzione che solo noi contemporanei siamo innovatori rispetto ai modi di fare famiglia. Rende perciò anche più critici, più attenti rispetto a ciò che si dà per scontato. Aggiungerei che la conoscenza della storia della famiglia può rendere consapevoli di quanto essa possa essere stata (e talvolta essere ancora oggi) non solo un ambito di solidarietà e di trasmissione della memoria da una generazione all’altra, ma anche uno strumento di dominio da parte di alcuni componenti su altri. E’ anche sempre stata un fatto non solo privato, ma di rilevanza pubblica (Althusser, esagerando un po’, la poneva tra gli apparati dello stato). La conoscenza della storia può rendere consapevoli che il mutamento può avvenire sia top down sia bottom up, quando la capacità di pensare al di là dell’esistente si incrocia con condizioni di contesto favorevoli, dando luogo a movimenti di opinione ma anche a mobilitazioni sociali.

 

  1. Un’ultima domanda sul drammatico presente che stiamo attraversando in queste settimane con l’epidemia di Coronavirus che si va diffondendo in Italia come nel resto del mondo. Il fenomeno si accompagna a nuovi comportamenti sociali, seppur probabilmente limitati a questa fase. E’ giustificato pensare al ruolo di rete sociale che le famiglie stanno svolgendo in questi giorni? E’ legittimo pensare e auspicare che questi comportamenti dettati dal bisogno possano condizionare stabilmente, una volta superata la crisi, i modelli di vita familiare?

In realtà le famiglie in Italia giocano, di necessità e di virtù, un ruolo spesso indispensabile di sostegno dei propri componenti, anche non co-residenti, in misura molto maggiore che nella maggior parte dei paesi occidentali a motivo della debolezza del nostro welfare: nonne/i che accudiscono i nipoti per permettere ai genitori di lavorare in carenza di servizi; figlie che si prendono cura di genitori, e talvolta anche suoceri anziani fragili; genitori che aiutano i figli adulti a sostenere il costo dell’affitto, o della babysitter, e così via. Se mai, la situazione di queste settimane, mentre ha cancellato quel poco di servizi che ci sono, ha anche sovraccaricato le famiglie di compiti non loro, in primis quello dell’istruzione, specie per i più piccoli che, anche nelle situazioni migliori, non possono essere lasciati solo alla didattica on line (quando c’è). Allo stesso tempo ha ridotto l’utilizzabilità delle reti di auto-mutuo aiuto famigliari, o le ha rese più complesse: i nonni non possono occuparsi dei nipoti e persino anziani del tutto autosufficienti hanno dovuto gravare i figli del compito di fare loro la spesa. In tutto questo sono emerse, ed aumentate, le disuguaglianze, tra chi aveva risorse materiali e culturali per fare fronte alla nuova situazione e chi no, tra donne e uomini, madri e padri. Spero che quando si uscirà dall’emergenza, tra le molte cose che andranno ripensate, ci sarà anche la famiglia, su cui smettere di scaricare ogni carenza e ogni bisogno insoddisfatto Poi, certo, spero che molti uomini abbiano imparato a fare la loro parte di lavoro domestico e di cura e relazione con i figli. E che molti figli, femmine, e soprattutto maschi, abbiano anche loro imparato a fare la loro parte  

 

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