I campi di concentramento italiani, di Costantino Di Sante

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Dal Bollettino di Clio n. 11-12 Sul Novecento

Costantino Di Sante, Istituto storico provinciale di Ascoli Piceno

ABSTRACT

 

Introduzione

Nell’analizzare l’evoluzione dei sistemi concentrazionari che nel corso di questo secolo si sono succeduti, emerge come l’esperienza italiana, oltre a risultare una delle realtà tra le meno note, stenta ancora oggi a trovare una propria collocazione e definizione all’interno del complesso apparato repressivo del fascismo e, soprattutto, rimane un fenomeno tuttora ignorato o rimosso dalla memoria collettiva.

Il ruolo e l’effettiva entità delle deportazioni di civili e delle persecuzioni politiche e razziali attuate dall’Italia fascista prima dell’occupazione tedesca sono state spesso minimizzate e sottovalutate. Gli studi su questo tema, avviati solo da alcuni anni, hanno fatto emergere l’esistenza di numerose strutture concentrazionarie, istituite in particolare nell’Italia centro-meridionale, nelle zone d’occupazione e nelle colonie africane prima dell’8 settembre 1943, funzionali all’attuazione di una politica di repressione e di isolamento di tutti quei soggetti ritenuti “pericolosi per il regime”. La reale portata dell’internamento fascista, così come avvenuto anche rispetto alle leggi razziali, è stata sminuita al paragone con le atrocità compiute dal regime nazista, e ciò ha costituito un alibi per omettere di affrontare le reali responsabilità del fascismo. In quest’ottica, le stesse colpe delle forze armate della Repubblica sociale, le quali sostennero e fornirono aiuto materiale e logistico per le deportazioni nei lager, sono state spesso ignorate. Dovuta a ragioni differenti la rimozione delle violenze compiute dalle truppe di occupazione italiane nei Balcani, rispetto alle quali la politica di “guerra fredda” ha reso, per anni, pressoché impossibile un’attenta ricostruzione ed analisi, nonostante le ripetute accuse del governo della ex Jugoslavia. Le deportazioni e l’internamento nelle colonie africane hanno trovato, invece, proprio nel “mito del bravo italiano” il principale ostacolo al raggiungimento di una veritiera e completa conoscenza del nostro colonialismo e dell’apparato repressivo ad esso connesso.

Le numerose forme di persecuzione e di segregazione attuate nei confronti degli oppositori del regime e di tutte quelle categorie di individui, quali ebrei, zingari, sudditi nemici, civili rastrellati e deportati dalle zone di occupazione e di conquista italiane, ritenute “pericolose durante le contingenze belliche” e per la politica razziale e di dominazione dei territori iniziano, seppure tuttora con lacune e difficoltà, ad essere conosciute ed indagate.

Da queste ricostruzioni, che mancano tuttavia di un’opera complessiva, emerge come strumento fondamentale all’interno del sistema repressivo fascista fu l’internamento nei campi di concentramento; misura, peraltro, funzionale a favorire la politica di espansione territoriale del regime.

Quest’istituto, già previsto dalle convenzioni internazionali come forma di tutela per le nazioni in guerra e di controllo dei sudditi nemici e di tutti quei soggetti sospettati di poter compiere atti antinazionali durante il periodo bellico, venne utilizzato impropriamente dal regime come strumento per colpire oppositori politici e minoranze etniche e religiose. In particolare, nelle zone occupate della Jugoslavia venne usato non solo per limitare la libertà personale e per reprimere la resistenza partigiana, ma fu soprattutto alla base del tentativo di snazionalizzazione dei territori, con la deportazione di massa della popolazione civile.

L’intera organizzazione concentrazionaria venne strutturata e sviluppata a partire dall’istituto del confino di polizia, e sulla base delle modalità di pianificazione di questo. Seppure relativo ad un diverso contesto storico e caratterizzato da una regolamentazione differente, la misura del confino rappresentò, infatti, un precedente importante e fondamentale dal quale partire nella costruzione del sistema dell’internamento. Di rilevanza non secondaria a questo proposito risultarono, inoltre, i sistemi coercitivi attuati nei periodi precedenti ed i diversi metodi di segregazione utilizzati durante le conquiste africane.

Per meglio comprendere l’origine e l’evoluzione del sistema concentrazionario fascista bisogna, pertanto, far ricorso ad una ricostruzione delle strutture di coercizione e delle misure di polizia previste dai governi nel periodo liberale, che rappresentarono importanti precedenti che il fascismo fece propri, accentuandone la portata coercitiva, e dai quali riuscì a pianificare, giuridicamente e tecnicamente, il suo intero apparato repressivo.

  1. Il periodo liberale

Con la cosiddetta “legge Pica”, nel 1863 fu introdotto nell’ordinamento italiano il domicilio coatto, misura istituita per combattere il fenomeno del brigantaggio e che fu, in seguito, utilizzata come strumento di controllo sociale. Un uso più propriamente politico del domicilio coatto si verificò nel 1866 nei confronti di coloro che erano giudicati potenziali fiancheggiatori dell’Austria. Successivamente, l’istituto venne riutilizzato da Crispi nel 1894 per isolare “i promotori di associazioni contro gli ordinamenti sociali”, e fu nuovamente applicato in seguito ai tumulti del 1898, in questi ultimi casi a prescindere da qualsivoglia controllo da parte della magistratura ordinaria. Le località in cui destinare i condannati iniziarono ad essere scelte sulla base della primaria esigenza di una più stretta vigilanza e di un minore rischio di contatti del sorvegliato con il proprio luogo d’origine. Funzionali a tali scopi soprattutto le isole del meridione della penisola: Lipari, Ustica, Favignana, Lampedusa, Ponza, Pantelleria, Ventotene e le Tremiti, che rappresentarono una soluzione ideale.

Propedeutica all’applicazione del domicilio coatto era la misura dell’ammonizione, già istituita nel 1852 come strumento preventivo dei reati, specificatamente prevista rispetto agli oziosi ed ai vagabondi in quanto soggetti sospettati di vivere, proprio in virtù della loro condizione di indigenza, di proventi illeciti. L’elemento del sospetto, già ritenuto sufficiente a giustificare l’ammonizione, assumeva progressivamente una propria rilevanza ed individualità all’interno del sistema penale, tanto che venne stabilito che i Comuni dapprima e le forze di polizia in seguito tenessero apposite liste di soggetti sospettati di poter commettere, a causa delle loro condizioni di povertà, reati contro il patrimonio. Qualora non osservanti delle prescrizioni impartite in seguito all’ammonizione, tali soggetti venivano processati e condannati alla pena detentiva od al domicilio coatto.

Durante il periodo liberale, lo status di soggetto “sospettato” ai fini dell’applicazione dell’ammonizione fu esteso ai diffamati per crimini o delitti contro la persona o la proprietà. Ciò consentì alla magistratura di utilizzare l’ammonizione a fini politici, comminandola anche a coloro che appartenevano all’Internazionale Socialista.

Nonostante i tentativi di abrogazione del domicilio coatto, questo continuò ad essere applicato contro i delinquenti comuni fino alla prima guerra mondiale, nel corso della quale venne utilizzato per colpire gli italiani sospettati di spionaggio o ritenuti “pericolosi”: anarchici, socialisti rivoluzionari, antimilitaristi o di sentimenti antipatriottici. Accanto a questo istituto comparve quello dell’internamento civile, applicato contro i sudditi austroungarici e per allontanare gli stranieri e le popolazioni che vivevano nelle zone di guerra. Questo non prevedeva la restrizione in campi di concentramento ma, in base al grado di pericolosità, l’obbligo di soggiornare in località lontane dalle operazioni belliche.

L’internamento era già stato usato nelle colonie africane, dapprima in Eritrea e poi, in maniera assai più efferata, nel 1911 durante la conquista della Libia, dove vennero attuate deportazioni di massa verso la penisola di migliaia di libici, che furono relegati principalmente nelle isole di Favignana, Gaeta, Ustica e nelle Tremiti. Durante la Grande Guerra furono mobilitati consistenti gruppi di lavoratori africani poi inviati nelle fabbriche del nord-Italia, i quali erano costretti a vivere in veri e propri campi di concentramento.

  1. Il periodo fascista

Con la promulgazione da parte del regime fascista delle leggi di pubblica sicurezza del novembre del 1926 fu introdotto il confino di polizia, istituto ricalcato sulla struttura del domicilio coatto, con l’obbligo di soggiorno per i soggetti ritenuti più pericolosi nelle colonie di confino e per gli altri in piccoli villaggi del meridione d’Italia, del quale tuttavia accentuava gli aspetti coercitivi. Fondamentale differenza tra l’uno e l’altro istituto, e misura dell’evolversi della volontà repressiva del regime era, accanto all’introduzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la specifica applicabilità del confino agli oppositori politici. Con la promulgazione delle leggi “fascistissime”, inoltre, fu stabilita l’estensione dell’ammonizione, prima prevalentemente utilizzata contro i pregiudicati di delitti comuni, ai sospettati ed ai pregiudicati in linea politica. Gli oppositori politici del regime, o presunti tali, venivano preventivamente schedati dalle locali questure, che a loro volta facevano capo al Casellario politico centrale. Quest’ultimo, operante sin dal 1896, divenne in questo periodo uno degli strumenti principali ai fini della vigilanza dei “sovversivi” italiani e stranieri.

Il confino rappresenta il mezzo più efficace messo in atto dal regime per controllare e reprimere l’antifascismo. La sua applicazione, centrata sostanzialmente sull’attività degli organi di polizia e facilitata dalla genericità delle norme, relative ad ambiti di fattispecie molto vasti, dall’emarginazione sociale agli atti sovversivi, lo rendevano uno strumento estremamente valido per intimidire e minacciare coloro che non si allineavano alla costruzione dello stato totalitario.

Rispetto alla cruenta fase di repressione dell’opposizione politica messa in atto dal regime nazista nei suoi primi anni di potere, con arresti di massa ed eliminazioni fisiche, in Italia, anche in seguito ad un diverso quadro politico ed istituzionale, il regime fascista attuò una forma meno eclatante di isolamento degli avversari. La gran parte delle forme di dissenso venne emarginata dal resto della società con una costante e continua vigilanza.

Un’evoluzione notevole della politica repressiva attuata dal regime coincise con l’istituzione in Cirenaica, tra il 1930 e 1933, di ben 15 campi di concentramento, nei quali venne relegata gran parte della popolazione nomade e seminomade della Libia orientale. Rispetto a queste orribili strutture di deportazione di massa, in cui il livello di mortalità per fame e per stenti durante le dure marce, oltre che per le sevizie e le esemplari esecuzioni, raggiunse livelli altissimi; non meno grave fu la condizione degli internati nel campo di Danane in Somalia. Quest’ultimo, attivato nel 1935 per accogliere i prigionieri catturati lungo la strada tra Mogadiscio ed Addis Abeba, divenne alla fine della guerra d’Etiopia il principale campo per civili somali ed eritrei, i quali furono costretti al lavoro forzato ed a vivere, fino alla liberazione nel 1941, in condizioni miserevoli a causa dell’insufficienza del vitto e delle precarie condizioni igienico sanitarie che portarono alla morte oltre 2.200 persone.

L’internamento coloniale trovò applicazione, seppur in momenti e con metodi differenti, in tutti i domini d’oltremare e rappresentò per il fascismo, insieme alla legislazione razziale che vi venne introdotta, un importante terreno di sperimentazione di metodi e pratiche funzionali alla politica di espansione e repressione del fascismo che, potenzialmente, potevano poi essere riportate ed applicate nella penisola. L’opportunità di creare bagni penali o campi di concentramento nelle colonie africane, in cui confinare gli italiani indesiderabili, era stata ipotizzata fin dalle prime conquiste. Questa possibilità rimase sempre viva nelle intenzioni, ma le difficoltà logistiche e giuridiche ne impedirono la concretizzazione, almeno rispetto ai connazionali.

Diversa, come già precisato, la situazione per le popolazioni locali, contro le quali la politica di dominio italiano sperimentò, con il lavoro forzato, un sistema nuovo, che doveva favorire sia la fertilizzazione delle terre desertiche colonizzate, sia “la redenzione dei criminali indigeni” attraverso la creazione di colonie penali agricole. “Mirabile esempio” di colonizzazione agricola fu Uau el Chebir, struttura realizzata dal maresciallo Italo Balbo nel 1937 in Libia, finalizzata “a rendere ancora utile al consorzio umano i criminali (che vi venivano) assegnati”.

Anche in questo caso la possibilità di destinare alle colonie i “condannati nazionali” fu presa in considerazione, ma contro questa teoria si sostenne che gli italiani difficilmente si sarebbero adattati ai “prolungati sforzi muscolari” richiesti dal torrido clima di queste zone. Si faceva quindi presente che non appena il continente africano avesse avuto un “definitivo assetto”, sarebbe stato auspicabile costruire strutture simili per i connazionali in Africa orientale.

Nella penisola erano già state create colonie penali agricole all’aperto, quali quelle di Cuguttu, Mamone e Castiàdas in Sardegna, ma solo nel 1939, con l’apertura della colonia di lavoro di Pisticci in provincia di Matera, si ebbe un prototipo metropolitano, nel quale era applicata la medesima logica in base alla quale “la bonifica del terreno portava alla bonifica umana”.

Pisticci, in cui furono inviati prevalentemente confinati politici costretti a lavorare al risanamento della zona, rappresentò un’ulteriore evoluzione del sistema confinario.

  1. Seconda guerra mondiale

Alla vigilia del conflitto mondiale, veniva per la prima volta esplicitamente previsto l’invio di italiani e stranieri nei campi di concentramento nella penisola, possibilità già prospettata rispetto ai “sospettati” in linea politica ed ai “pericolosi” in caso di guerra. Tra il 1933 ed il 1934 l’Ispettore Ercole Conti, che si occupava delle misure da adottare nei confronti dei separatisti croati di Ante Pavelic, aveva svolto dei sopralluoghi, prevalentemente nelle regioni centro-meridionali, per individuare luoghi adatti ed edifici disponibili a tali scopi. Le segnalazioni del Conti, insieme alle ulteriori indagini compiute dagli ispettori del Ministero dell’interno nei mesi precedenti l’entrata in guerra, furono determinanti ai fini dell’individuazione delle strutture adatte all’internamento di civili, le quali iniziarono ad essere operative nel giugno del 1940. Le successive deportazioni di civili dai Balcani e dalla Libia resero le strutture previste non più sufficientemente capaci, tanto che si ricorse sempre più spesso all’invio nei campi per prigionieri di guerra gestiti dai militari.

L’organizzazione dell’apparato concentrazionario bellico risultò, infatti, improprio e carente soprattutto nel suo aspetto strutturale. Il gran numero di soggetti colpiti da misure di internamento, superiore alle previsioni, determinò la necessità di adeguare gli edifici già allestiti come campi per favorirne una maggiore capienza. Questi, durante la guerra, si ritrovarono ben presto sovraffollati, e la situazione mostrò tutte le deficienze di una organizzazione approssimativa, peggiorata dall’inesistenza di una legge organica e completa relativa all’applicazione dell’istituto, che si basava, al contrario, su una lunga serie di note, circolari e direttive caotiche e contraddittorie. La situazione si mostrò quindi inadeguata al ruolo fondamentale che l’internamento nei campi stava assumendo nell’ambito della politica di controllo e di repressione attuata dal fascismo nel corso del conflitto. Importanza, invece, sottolineata in una nota del Cav. Eugenio Parrini, che si era già occupato della costruzione del campo di Ferramonti di Tarsia (Cosenza) e che venne incaricato dal Ministero dell’interno, nel 1942, della redazione di un rapporto sullo stato dei campi di concentramento per civili. Questi auspica un’evoluzione notevole del ruolo e della funzione dei campi, proponendone un’organizzazione scientifica e dettagliata finalizzata, nell’immediato, al raggiungimento di una perfetta funzionalità ed autonomia economica, strutturale ed amministrativa, ed in prospettiva, a guerra finita, a favorirne la trasformazione in luoghi dinamici ed altamente produttivi, attraverso lo sfruttamento del lavoro coatto degli internati che evidentemente non si prevedeva di liberare. Progetto che, tuttavia, mai sarà realizzato a causa, soprattutto, dell’incapacità del regime di far fronte alle necessità ed alle esigenze legate a tale tipo di progetto nonché all’evoluzione della situazione bellica, decisamente in contrasto con ciò che era stato auspicato: immediati successi ed una repentina conclusione delle ostilità.

La disciplina dell’internamento era già stata predisposta a partire dal 1925, nell’ambito del piano generale per il periodo bellico, e trovò nelle leggi di guerra del 1938 la sua definitiva pianificazione. La successiva legge del 21 maggio 1940 rese operativo il piano e previde l’attribuzione al Ministero dell’interno delle decisioni circa la costruzione dei campi, il loro funzionamento ed i soggetti da internare.

Nell’ambito della Direzione Generale di P.S. venne creato l’“Ufficio internati” diviso in due sezioni, una per gli italiani e l’altra per gli stranieri e per coloro che erano colpevoli o sospettati di attività spionistica. I relativi elenchi erano conservati presso il Casellario politico centrale, e sulla base di questi si procedeva agli arresti. Le categorie degli italiani da colpire erano già state individuate dalle prefetture fin dal 1929: le persone pericolosissime, quelle pericolose perché capaci di turbare il tranquillo svolgimento di cerimonie, le persone pericolose per turbamento dell’ordine pubblico, gli squilibrati mentali, i pregiudicati pericolosi per delitti comuni. Ricalcando il metodo utilizzato per il confino, l’internato, proprio in base al suo grado di pericolosità, veniva inviato in uno dei numerosi “comuni d’internamento” od in uno dei 48 campi di concentramento, alcuni dei quali furono allestiti nelle stesse colonie di confino presenti nella penisola prima dell’occupazione tedesca. Nonostante la legislazione internazionale limitasse l’applicazione di misure di internamento ai soli riguardi dei sudditi nemici e di coloro che potevano compiere atti di sabotaggio o di spionaggio contro la nazione in guerra, il fascismo le utilizzò, impropriamente, anche a carico degli oppositori politici, spesso preferendole al confino perché dalla procedura più rapida. In alcuni casi, chi aveva finito di scontare il periodo di confino si vedeva negata la libertà dall’applicazione del nuovo istituto.

L’utilizzo dell’internamento ebbe un ruolo non secondario nella politica antisemita condotta dal regime. Per la prima volta, il 25 settembre 1939, si fa menzione dei “provvedimenti da adottare nei confronti di elementi ebraici”. A questa nota seguì quella del duce, del 26 maggio 1940, nella quale si chiedeva di preparare campi di concentramento per gli ebrei in caso di guerra. La decisione del 15 giugno 1940 di internare gli “ebrei stranieri appartenenti a Stati che fanno politica razziale” fece sì che tutti gli ebrei stranieri presenti nel territorio italiano potessero indiscriminatamente essere arrestati. L’elemento “razza”, quindi, era prevalente rispetto al reale pericolo che gli ebrei potevano rappresentare per l’ordine pubblico. L’internamento diventava di fatto un altro strumento di discriminazione antisemita.

La successiva precettazione al lavoro preparava il terreno per la costituzione dei campi di lavoro ai quali gli ebrei dovevano essere destinati. Solo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, evitò il realizzarsi di tale proposito.

Ancora più drammatica fu la politica d’internamento condotta nei territori occupati nei Balcani, la cui applicazione era gestita dal Ministero della guerra e quindi era decisa dalle truppe d’occupazione. La rete dei campi controllati e gestiti dall’esercito era dislocata sia nelle zone occupate che sul territorio nazionale. Le indiscriminate deportazioni di massa di civili si inserivano in un quadro di violenze e prevaricazioni, in dispregio delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra. Spesso, infatti, le medesime strutture ospitavano sia civili che soldati; questi ultimi, classificati come “internati civili”, in molti casi non possono godere delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra. I campi gestiti dai militari furono tra i più duri. Basti ricordare che il famigerato campo di Arbe, in Croazia, viene descritto nelle testimonianze dei sopravvissuti come un campo di “morte”, e la gran parte della storiografia iugoslava lo ritiene più simile ad un lager che non ad un semplice campo di concentramento, visto che la mortalità per fame ed indigenza colpì più di 1.400 internati.

Con la costituzione della Repubblica sociale italiana, mentre il confino di polizia non viene più utilizzato, continua l’applicazione delle misure di internamento, che di fatto permettevano di raggiungere le medesime finalità con procedure e tempi più rapidi. Con l’ordine di “polizia n. 5” del 30 novembre 1943, in cui si decide l’allestimento dei campi di concentramento provinciali per gli ebrei, si passa alla fase più estrema del sistema di repressione e segregazione politica e razziale del fascismo, in seguito alla quale avrà inizio la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio nazisti. Tragici simboli di questo drammatico percorso sono i campi cosiddetti “di transito” di Fossoli di Carpi, Bolzano Gries, Borgo San Dalmazzo e la Risiera di San Sabba a Trieste.

Il ruolo svolto dall’intera attività di politica razziale, di discriminazione e di isolamento messa in atto dal regime, sia prima che dopo l’inizio della guerra, risulta rilevante ed a volte determinante nelle deportazioni nei lager tedeschi. La cattura degli ebrei e dei resistenti politici fu certamente favorita e facilitata dalle schedature effettuate dai vari apparati di polizia. Particolarmente drammatica fu la sorte di quelli che già si trovavano nei campi, soprattutto gli ebrei stranieri, che neppure il governo Badoglio aveva provveduto a liberare, e che furono automaticamente consegnati ai tedeschi.

Anche dopo la Liberazione diversi campi di concentramento, in particolare Fraschette d’Alatri, Ponza, Farfa Sabina ed Alberobello, vennero riutilizzati per l’internamento degli “stranieri indesiderabili” e per ospitare i numerosi profughi di guerra. Alcuni di questi luoghi continuarono ad essere il simbolo della negazione della libertà fino agli inizi degli anni sessanta.

Le varie esperienze segregazioniste sperimentate sia dall’Italia prefascista che dallo stesso regime ebbero un’importanza non secondaria nell’evoluzione e nel progressivo inasprimento dell’apparato repressivo. Il sistema dei campi di concentramento, che trovò soprattutto nelle guerre la sua prioritaria applicazione, spesso resiste anche oltre il periodo bellico. Di certo l’organizzazione e l’applicazione dell’internamento fascista durante la seconda guerra mondiale incontrò nelle difficoltà logistiche ed economiche, nella mancanza di strutture adeguate, nell’improvvisazione, nella disastrosa condotta bellica, nel suo insuccesso e nella caduta del regime le ragioni di un mancato perfezionamento e di un approdo verso più drammatici scenari ed obiettivi.

Queste scomode memorie impongono nuove riflessioni e maggiori approfondimenti. Il sistema concentrazionario fascista, seppur non raggiunse il livello di terrore ed annientamento nazista, non può continuare ad essere considerato marginale rispetto alle politiche di conquista e di repressione attuate dal regime e deve essere, anche rispetto a ciò che accadde dopo l’Armistizio, analizzato nei termini di continuità e discontinuità in base a ciò che precedentemente era stato pianificato. L’oblio, spesso volontario, di questa parte di storia e la colpevole distruzione di molte delle strutture che la simboleggiano, impone una maggiore presa di coscienza del nostro passato attraverso una corretta trasmissione della memoria.

 

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