La povertà femminile nelle inchieste e nella riflessione femminista. Francia e Inghilterra (1840-1917)

Bruna Bianchi:Università Ca’ Foscari – Venezia

Non è il lavoro, è la povertà che uccide le donne […]. Bisogna finirla col pregiudizio che consiste nel dire: «la donna sarà nutrita dall’uomo, lei vive con poco e deve essere pagata meno di lui».[1]

  1. Povere operaie. Le donne nell’inchiesta sociale

A partire dai primi decenni dell’Ottocento l’aumento dell’occupazione femminile nell’industria, l’immigrazione di tante giovani nelle aree urbane, il dilagare della povertà e della prostituzione suscitarono le più grandi preoccupazioni. Lo rivela l’attenzione dedicata alle donne dalle numerosissime inchieste, pubbliche e private, sulla situazione operaia e sulle cause del pauperismo condotte nei vari paesi investiti dal processo di industrializzazione[2].

La donna lavoratrice […] nel XIX secolo fu osservata, descritta e documentata con un’attenzione senza precedenti, dato che i contemporanei discutevano dell’appropriatezza, della moralità, e addirittura della legalità delle sue attività salariate[3].

Giornalisti, sociologi, medici, economisti condussero indagini, compilarono statistiche di salari e livelli occupazionali, raccolsero testimonianze e per lo più descrissero la fabbrica come fonte di miseria materiale e morale e la nuova divisione del lavoro come una rottura dell’ordine naturale.

Tre inchieste in particolare meritano una breve menzione per la loro risonanza a livello internazionale e per la loro influenza sul mondo operaio e sul pensiero socialista: l’inchiesta del medico francese Louis Villermé, quella del giornalista ed economista Eugène Buret e quella di Friedrich Engels.

L’indagine di Louis Villermé: Tableau de l’état phisique et moral des ouvriers employés dans les manufactures de coton, de laine et de soie su incarico della Académie des sciences morales et politiques fu ampiamente commentata sulla stampa in Francia e all’estero e trovò una buona accoglienza nel mondo operaio. Per la prima volta le condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche erano state oggetto di studio ed erano state descritte in tutta la loro crudezza. Tra il 1835 e il 1837, in un periodo di straordinaria crescita del lavoro femminile[4], Villermé visitò gli stabilimenti tessili dei vari dipartimenti francesi, annotó minuziosamente l’ammontare dei salari femminili (normalmente poco più del 40% di quelli maschili), l’orario di lavoro (dalle 13 alle 15 ore giornaliere), le abitazioni, l’alimentazione, la mortalità infantile. Le condizioni più misere erano quelle delle donne immigrate a cui erano destinati i lavori più penosi, meno retribuiti e più nocivi.

Illustrando la condizione delle addette alla lavorazione del tulle, il medico francese scriveva: «Nessuna classe di lavoratori ha visto diminuire i propri salari come le addette alla lavorazione del tulle»[5]; dopo i tessitori a mano, che più di ogni altra categoria era rimasta vittima della concorrenza, le più povere erano le donne e in particolare le donne sole. A Rouen, le donne «sono coloro che sono retribuite di meno, non soltanto in termini assoluti, ma anche relativamente ai loro bisogni e di conseguenza le donne che non sono sposate vivono in una condizione di vera indigenza, molto più degli uomini»[6].

Non sorprende quindi che l’aspettativa di vita delle donne fosse nettamente inferiore a quella degli uomini. A Mulhouse, negli anni compresi tra il 1823 e il 1834, tra la categoria dei giornalieri e manovali, all’età di 10 anni, la speranza di vita per gli uomini era di 37 anni e 6 mesi, per le donne 28 anni e 4 mesi[7].

Eppure ciò su cui insisteva Villermé era la questione morale; dall’aspetto di molte giovani operaie e dalla loro «civetteria» trasse la conclusione che tra le lavoratrici fosse diffusa la prostituzione. Ne attribuiva la causa allo scadimento morale che derivava dal lavoro fianco a fianco con gli uomini. Le operaie, inoltre, erano cattive madri; la domenica, gli aveva assicurato un farmacista, per recarsi alla bettola, era consueto che somministrassero l’oppio ai bambini. Villermé concludeva la sua inchiesta sollecitando una riduzione della giornata lavorativa, specialmente per i bambini, e auspicando una vasta opera di moralizzazione.

La stessa enfasi sulla moralità caratterizzava l’inchiesta del medico Alexandre Parent Du Châtelet sulla prostituzione a Parigi, un’inchiesta destinata a diventare il punto di riferimento di studiosi e riformatori. Le donne cadute nella rete della prostituzione, riscontrava Du Châtelet, erano per lo più giovani immigrate provenienti da famiglie poverissime, prive di istruzione, disoccupate o che svolgevano lavori saltuari. Il 79,5% delle 5.183 donne prese in considerazione dal medico francese si erano prostituite a causa della miseria estrema o perché orfane, abbandonate dalla famiglia o dagli uomini a cui si erano legate sentimentalmente[8]. E tuttavia anche Parent Du Châtelet attribuiva le cause ultime della prostituzione all’immoralità, alla vanità e alla pigrizia.

Polemizzava con la tendenza moralizzatrice del tempo Eugène Buret[9] in un’altra importante inchiesta, pubblicata nel 1840, che ebbe una vasta influenza sugli autori socialisti e sullo stesso Marx che la citò ampiamente nei Manoscritti del 1844[10]. Nell’opera De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France, vincitrice del concorso indetto dalla Académie de Sciences Sociales et Politiques, Buret affrontava le cause strutturali della povertà nella società industriale. La riflessione teorica di Buret sfatava i dogmi dell’economia classica che non indagava l’origine della ricchezzza, considerata un fatto oggettivo. Ricchezza e miseria, al contrario, si formavano sotto l’azione delle medesime cause e l’indigenza delle classi lavoratrici, «il crimine del nostro tempo», era determinata dalla divisione del lavoro che aveva reso l’operaio un’appendice della macchina, riducendolo a strumento[11]. A Manchester e a Birmingham, scrive Buret, «gli uomini adulti, i veri operai, a poco a poco sono espulsi dalle fabbriche […] Gli stessi filatori, questa aristocrazia operaia, sono già completamente scomparsi»[12].

Era la concorrenza, «la guerra di tutti contro tutti», la causa del rovesciamento della divisione «naturale» del lavoro che aveva richiamato nelle fabbriche le donne le quali, «industrialemte parlando, [erano] lavoratori imperfetti». E queste operaie «inhabiles», mere estensioni delle macchine, erano povere. «Se l’uomo non aggiungesse il suo salario a quello insufficiente della sua compagna, per lei il genere costituirebbe di per sé una causa di miseria»[13].

Quando Buret affronta il tema del lavoro femminile in rapporto alla moralità, poco si discosta dai suoi contemporanei: la fabbrica rompeva il «sacro legame della famiglia»[14], allentava i controlli sulle giovani, le poneva a stretto contatto con gli uomini in ambienti dove «il libertinaggio» regnava sovrano, dove «la decenza [era] proscritta dalle conversazioni e dal linguaggio come qualcosa di ridicolo e dove le ragazze perd[eva]no l’innocenza ben prima del risveglio dei sensi»[15].

Per le sue premesse teoriche e l’analisi della concorrenza l’inchiesta di Buret può essere considerata una anticipazione dell’opera di Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra pubblicata nel 1845, un’opera che è al tempo stesso inchiesta, ricerca storica e riflessione teorica. Anche Engels osserva che i mutamenti tecnologici nell’industria tessile avevano reso superflue le abilità maschili. Ai telai meccanici, come alle macchine per la filatura, gli uomini non erano più necessari, tanto che nel 1839 nelle fabbriche britanniche solo il 23% degli addetti era costituito da operai adulti[16].

Questo «capovolgimento dell’ordine sociale esistente» non poteva avere che conseguenze deleterie. Il lavoro protratto in fabbrica senza alcuna considerazione per la gravidanza, il puerperio e l’allattamento, la promiscuità, l’oscenità del linguaggio e dei comportamenti favorivano «l’impudicizia femminile», ma la conseguenza più grave era la disgregazione delle famiglie. La donna operaia, scriveva Engels, non sapeva svolgere alcun lavoro domestico, non sapeva cucire, né cucinare, era necessariamente una madre senza amore e senza premure per i figli. Anche quando il lavoro di fabbrica delle donne non disgregava la famiglia, invertiva i ruoli al suo interno: la madre manteneva la famiglia e il padre accudiva i bambini sbrigando tutte le faccende di casa; nella sola Manchester si potevano contare «parecchie centinaia di questi uomini condannati al lavoro domestico». «È possibile – si chiedeva Engels dopo aver riportato il senso di umiliazione di un ex tessitore che da tre anni svolgeva tutto il lavoro domestico – immaginare una situazione più paradossale e assurda di questa?»[17]. A differenza dei contemporanei Engels attribuiva la responsabilità di un tale paradosso alla società industriale che aveva mutato i rapporti di genere all’interno della famiglia, lasciandoli immutati in tutti gli altri ambiti della vita sociale. Come i contemporanei, tuttavia, sopravvalutava «la supremazia della donna sull’uomo» nell’ambito del lavoro. Ben più numerose, infatti, erano le cucitrici, le lavoranti a domicilio, le domestiche, le lavandaie, le addette ai piccoli esercizi commerciali o le occupate nelle piccole imprese manifaturiere. Benché le operaie tessili rappresentassero pur sempre una minoranza nel complesso della forza-lavoro femminile, benché molte di loro non fossero sposate, bensì le figlie di operai che lavoravano nello stesso stabilimento o reparto, nell’opinione pubblica si andò affermando un’immagine di donna lavoratrice immorale e inadeguata ai compiti domestici, che non aveva il diritto di competere con gli uomini sul mercato del lavoro.

Mentre da più parti si levava la riprovazione per il lavoro di fabbrica delle donne, in Francia alcuni autori, prevalentemente di orientamento cattolico, invocarono il ritorno e lo sviluppo del lavoro a domicilio che favoriva la castità e le responsabilità materne. L’economista Jean Baptiste Say avanzò una nuova teoria del salario: agli uomini avrebbe dovuto essere devoluto un salario superiore alla propria sussistenza; l’eccedenza rispetto al salario individuale rappresentava il contributo dell’industriale alla riproduzione della classe operaia[18]. Il salario femminile, al contrario, doveva essere fissato ad un livello inferiore alla sussistenza affinché le lavoratrici, come affermerà anni più tardi il giornalista Charles Benoist, «non si dimenticassero di essere donne»[19].

Lavoro di produzione e di riproduzione erano appannaggio maschile; al lavoro delle donne – tanto nell’ambito delle attività retribuite che in quelle domestiche – non era attribuito alcun valore economico. Il naturale destino della donna era la completa dipendenza.

  1. «È l’uomo che deve mantenere la famiglia»

Nella campagna contro il lavoro industriale delle donne le organizzazioni sindacali ebbero un ruolo decisivo[20]. Gli artigiani, i filatori di cotone, la vera aristocrazia operaia secondo Buret, furono alla testa del movimento volto ad escludere le donne dal lavoro e dalle organizzazioni[21].

Al fine di allontanare le operaie dalle fabbriche si fece ricorso all’intimidazione, al rifiuto di istruirle nel lavoro, allo sciopero, all’insulto e persino alla contrattazione con gli industriali perché adottassero macchinari di grandi dimensioni che solo la forza di un uomo avrebbe potuto guidare[22]. Se la fabbrica non era un mondo a misura d’uomo, era pur sempre un mondo maschile.

Fin dai primi tempi dell’industrializzazione i sindacati aderirono all’idea del «salario famigliare», un salario devoluto all’uomo che avrebbe eliminato la concorrenza femminile nel mondo del lavoro e avrebbe riaffermato il ruolo domestico della donna. L’orgoglio del sostentatore divenne il perno di una retorica sindacale volta a rivendicare aumenti per i salari maschili.

L’ideologia dell’«uomo che mantiene la famiglia» non eliminò le donne dal mercato del lavoro, ma contribuì in modo determinante alla loro marginalizzazione, riaffermò le differenze salariali, rafforzò i rapporti patriarcali, accentuò la segregazione occupazionale e con essa la povertà.

Nel 1842 il giornale dei lavoratori «L’Atelier» aprì una discussione sulla condizione femminile; la povertà era presentata come un fatto ovvio: i salari delle donne, al di sotto del minimo vitale, rispecchiavano la loro minore produttività. La condizione femminile sarebbe migliorata solo se gli uomini avessero guadagnato abbastanza per mantenerle[23].

La priorità maschile sul mercato del lavoro sarà ribadita con forza al grande congresso operaio di Marsiglia del 1879. Mai prima di allora si era tanto a lungo discusso della questione femminile in un congresso operaio. Non il lavoro industriale, bensì quello dell’ago a domicilio, sostenne la maggior parte degli intervenuti, era più adatto alla delicatezza del ruolo materno. Le donne, inoltre, erano agenti del clericalismo, ostacolo alla militanza dei mariti ai quali spettava il dovere di dirigere e comandare. In quell’occasione intervenne la femminista Hubertine Auclert[24], in rappresentanza di due associazioni femminili e «di 9 milioni di schiave». In un memorabile discorso denunciò la negazione dei diritti delle donne.

Che direste, voi uomini, se vi rinchiudessero nello stretto ambito di un ruolo? Se vi dicessero: «tu, perché sei fabbro, il tuo ruolo è di battere il ferro: non avrai diritti»; «tu perché sei medico, il tuo ruolo è curare i malati: non avrai diritti»[25].

La femminista francese criticò l’ideologia dell’uomo che mantiene la famiglia, denunciò la retorica che spostava in un lontano futuro l’emancipazione femminile e avanzò l’idea che la moglie avesse diritto alla metà del salario del marito.

E quando la donna sulla quale pesa la responsabilità della vita materiale del bambino, quando la donna è ammessa in una qualunque industria, allora l’uomo protesta, l’uomo grida: «donna tu vuoi prendere il nostro posto». «Io e il mio bambino moriamo di fame» dice la donna – «È l’uomo che deve nutrire te e i tuoi bambini […]». L’ho già detto: non ammetto che solo l’uomo debba provvedere ai bisogni della famiglia. […] Ma chiedo a voi che ammettete questa ipotesi, chi nutrirà la donna prima che abbia un marito? chi nutrirà la donna che dovesse restare nubile? Chi nutrirà la vedova e i suoi bambini? Ah! già sento la vostra risposta! nella società futura i bambini saranno a carico del comune e dello stato; ma aspettando questa società meglio organizzata, tutti quei bambini e quelle donne senza lavoro hanno fame […].

Cittadini, lo constato con tristezza, voi che vi dite forti, non vi curate dell’esistenza di coloro che chiamate deboli. Che siate ricchi o che siate poveri, voi sfruttate le donne[26].

Se gli uomini avevano escluso le donne da tutti i diritti era allo scopo di avvalersi gratuitamente dei loro servizi all’interno della famiglia, di riaffermare il proprio potere.

Negli anni successivi Auclert si impegnerà nelle lotte per il suffragio che solo avrebbe potuto liberare le donne dalla condizione di oppressione in cui vivevano; altre femministe contrastarono la campagna oltraggiosa che negava alle donne l’autonomia economica immergendosi nel lavoro sociale e impegnandosi nell’inchiesta.

Attraverso le opere di due autrici francesi – Flora Tristan e Julie Victoire Daubié – e due britanniche – Mary Higgs e Eleanor Rathbone – le pagine che seguono tracciano un breve quadro della riflessione femminista sull’intreccio delle relazioni di dominio che condannavano le donne alla povertà e al lavoro non pagato.

Se negli autori delle inchieste sociali del tempo, per lo più uomini appartenenti alle professioni liberali o all’accademia, le fonti scritte prevalgono sull’osservazione diretta, nelle inchieste delle donne è l’esperienza personale, l’osservazione partecipante a prevalere. Femministe, socialiste, riformatrici, tranne poche eccezioni, agirono autonomamente, senza alcuna committenza, percorsero le strade delle città, si inoltrarono in spazi proibiti, osservarono le condizioni di lavoro di operaie, facchine, lavandaie, venditrici ambulanti, furono testimoni del disprezzo e dei maltrattamenti subiti dalle prostitute, condivisero la vita delle donne senza dimora. Esse denunciarono i pregiudizi di genere che distorcevano le finalità delle indagini, affermarono un modo diverso di indagare i processi sociali in cui soggettività, compassione e condivisione si univano al rigore dell’analisi.

3. Le inchieste delle donne

3.1. Le «paria» della società: Flora Tristan

Flora Tristan[27] fu tra le prime a dare testimonianza dello sfruttamento e della povertà delle donne da una prospettiva femminista, tra le prime a descrivere la donna proletaria come vittima di un circolo vizioso di miseria e fatica.

Nata a Parigi nel 1803 da due espatriati, visse una condizione di marginalità sociale e legale che la condusse a definirsi una «paria», un appellativo che nel corso degli anni avrebbe esteso a tutte le donne. «Nella nostra infelice società la donna è paria per nascita, serva di condizione, sventurata per dovere e, quasi sempre, si trova nell’alternativa di scegliere tra l’ipocrisia e l’infamia» e «anche l’uomo più oppresso del mondo ha il potere di opprimere un altro essere umano, la moglie»[28].

La condizione peggiore, infatti, era quella della donna sposata che la legge considerava un oggetto di proprietà del marito e la riduceva a «macchina per la produzione di figli»[29].

Finora la donna non ha contato niente nelle società umane. Con che risultato? Che il prete, il legislatore, il filosofo l’hanno trattata da vera paria. La donna (si tratta della metà dell’umanità) è stata posta al di fuori dalla Chiesa, al di fuori dalla legge, al di fuori dalla società[30].

Flora Tristan non cesserà mai di rivendicare per sé e per tutte le donne il diritto al divorzio, il diritto di muoversi liberamente, di parlare in prima persona in uno spazio pubblico, di avere un’istruzione, di disporre dei suoi beni e della sua capacità lavorativa, di avere una identità legale e sociale, di affermare il legame inscindibile tra etica individuale e giustizia collettiva, tra sfera pubblica e privata.

Perché si realizzasse un mutamento tanto radicale della loro condizione, le donne avrebbero dovuto seguire il suo esempio e prendere la parola, dare voce alle loro sofferenze, «nominare gli oppressori».

Che le donne la cui vita è stata tormentata da grandi sventure diano voce ai loro dolori; che espongano l’infelicità che hanno provato a causa della condizione in cui le hanno costrette le leggi e i pregiudizi che le incatenano […] e che nominino coloro che sono da biasimare o da elogiare perché nessun rinnovamento potrà mai avere luogo, né vi potrà mai essere giustizia e integrità morale nei rapporti sociali se non come risultato di tali rivelazioni[31].

Nei resoconti dei suoi viaggi – in Perù (Peregrinations d’une paria, 1836), a Londra (Promenades dans Londre, 1840), in Francia (Le tour de France, Journal 1843-1844) – maturò la sua visione femminista e socialista. Al viaggio, diritto fondamentale per le donne che le avrebbe fatte uscire dall’isolamento, dedicò il suo primo scritto: Nécessité de faire un bon accueil aux femmes étrangères (1835).

A Londra, la città monstre, che descrive come una città notturna, avvolta da una nebbia scura di carbone, «il combustibile dell’inferno», si propose di indagare la condizione di tutti gli emarginati e di tutte le emarginate, di comprendere le radici del pauperismo spingendosi nei bassifondi e nei luoghi più reconditi della città, nei quartieri poveri, ma anche nei manicomi, nelle carceri e nei locali dove le ragazze si prostituivano. «Il mio libro è l’esposizione del grande dramma sociale che l’Inghilterra sta esponendo agli occhi del mondo»[32].

Tutti gli scritti della femminista francese contengono riflessioni sulla natura del capitalismo, sulla proprietà, sulla divisione del lavoro, sul sistema salariale e soprattutto sulle ragioni della povertà femminile e della prostituzione. Le donne erano povere per un intreccio di esclusioni e dipendenze, ma l’ingiustizia più palese era l’inferiorità salariale:

In tutte le mansioni in cui occorre agilità e destrezza le donne compiono il doppio del lavoro degli uomini; un tipografo mi disse un giorno con tipica noncuranza: «Le paghiamo la metà e questo è assolutamente giusto perché sono più veloci degli uomini; guadagnerebbero troppo se dovessimo pagarle con la stessa tariffa». Già, non le si paga in ragione del loro lavoro[33].

A differenza degli osservatori contemporanei Flora Tristan non considerava se stessa come una moralizzatrice delle classi oppresse, bensì vedeva nelle classi oppresse, e soprattutto nelle donne, gli agenti moralizzatori della società. Nelle donne vide l’elevato senso morale, la dignità con cui affrontavano le avversità della vita, la forza d’animo con cui sopportavano la fatica, la fierezza con cui si ponevano di fronte all’ingiustizia[34].

Affermando il ruolo centrale delle donne nel processo di trasformazione sociale Flora Tristan, come altre femministe del suo tempo, ricorreva alla metafora della maternità, simbolo delle creatività femminile. Il rinnovamento sociale è presentato come un atto materno; i valori maschili che predominavano nell’ordine sociale: il materialismo e l’insensibilità, avrebbero potuto essere contrastati solo dai valori femminili: l’altruismo e la responsabilità sociale. Si definì la «madre dei lavoratori», quegli operai che, come le donne, subivano l’oltraggio sociale.

Negli anni in cui si andava rafforzando la tendenza ad escludere le donne dalle associazioni operaie e nel mondo del lavoro si andavano approfondendo divisioni tra lavoratori e lavoratrici, vent’anni prima della nascita della Prima Internazionale, Flora Tristan avanzò la proposta di un’organizzazione internazionale fondata sulla unione e la collaborazione tra uomini e donne.

Illustrò la sua proposta in l’Unione operaia (1843) in cui si rivolgeva ai lavoratori affinché si convincessero della necessità di includere le donne nel programma di riforma sociale e politica, condizione indispensabile per loro stessa emancipazione. Il capitolo Perché parlo delle donne si concludeva con un appello agli operai, che si erano avvantaggiati della «immortale Dichiarazione dei diritti dell’uomo», affinché proclamassero «I diritti della donna»[35].

Una tale prospettiva, a parere di alcune operaie e socialiste, era del tutto illusoria, come le scrisse la sansimoniana Soudet il 12 aprile 1843: «Voi non conoscete gli operai, non sono ancora arrivati a rendere giustizia alle donne e ad avere fiducia in loro. Se mio marito presentasse le vostre idee ai suoi compagni, gli riderebbero in faccia»[36].

Eppure Flora Tristan non perse mai la fiducia nella possibilità di una alleanza con gli operai e, per diffondere tra loro l’idea dell’Unione operaia, intraprese un viaggio per tutta la Francia. Sarà il suo ultimo viaggio: morirà di tifo nel novembre del 1844 a Bordeaux. Il Journal, pubblicato postumo, è un diario di quel viaggio, note tracciate a caldo, la sera, dopo le riunioni con gli operai e le operaie, le visite agli stabilimenti, agli ospedali, affranta dalla stanchezza e spossata dalla malattia. Appunti di una vasta inchiesta che avrebbe voluto rielaborare per disegnare un grande affresco delle condizioni di vita della classe lavoratrice francese.

A differenza della maggior parte di coloro che all’epoca condussero le inchieste sulla povertà, Flora Tristan cercava il contatto diretto con i poveri; entrava nelle case e ascoltava dalla loro viva voce la storia della loro vita. «Se i cosiddetti filantropi facessero come me, ne comprenderebbero di cose sulla classe operaia, ma invece di capitare all’improvviso, si fanno annunciare e non vedono niente»[37]. Ella vide ciò che altri non vedevano e non volevano vedere e ci ha lasciato descrizioni indimenticabili delle condizioni delle setaiole, delle facchine, delle lavandaie. Ciò che accomunava lavori tanto diversi non era solo il compenso da fame e la fatica, ma l’indifferenza generale per lo sfruttamento crudele delle donne. È il caso delle facchine genovesi al porto di Marsiglia che trasportavano pesi enormi. Il capo dei facchini stabiliva il prezzo per lo scarico delle navi e dava agli uomini da 4 a 10 franchi al giorno, alle donne da 1,30 a 3 franchi.

Ieri sono stata testimone di un fatto odioso. Per portare un grosso pacco alla diligenza, si stabilisce il prezzo: 1,5 franchi. Il padrone torna con una donna, grande e forte, ma in stato di gravidanza molto avanzato. Carica il fagotto sulle spalle dell’infelice che si piega sotto quel peso. Arrivato alla diligenza tira fuori dalla tasca 25 centesimi e la pagò così. Lei protestò chiedendo 50 centesimi. La trattò con la più grande brutalità e le diede una violenta spinta senza darle un soldo di più. Ecco come un uomo aveva guadagnato 1, 25 franchi senza aver fatto niente. E la povera donna esausta e grondante di sudore, che rischiava di abortire, che si era presa tutta la fatica e tutto il rischio, aveva avuto 25 centesimi[38].

 

Nessuno parve accorgersi del trattamento riservato a quella donna; ancora più sorprendente l’indifferenza per le condizioni di lavoro delle lavandaie di Nîmes:

In tutti i lavatoi la pietra su cui la lavandaia fa il bucato è inclinata verso l’acqua perché possa immergervi la biancheria […] Ebbene a Nîmes le cose sono tutte al contrario, non è la biancheria ad essere immersa nell’acqua, è la donna che vi è immersa fino alla cintola; la lavandaia lava su una pietra che è inclinata verso l’esterno – 300-400 lavandaie a Nîmes sono costrette a passare la vita immerse nell’acqua e in un’acqua che è avvelenata dal sapone, dalla potassa, dallo sporco e da ogni sorta di tintura […] Io chiedo: si è mai sentita una cosa simile, […] un’ atrocità più rivoltante di quella che si compie sulle povere lavandaie di Nîmes? Se si condannasse un forzato a patire solo per 8 giorni un supplizio che queste infelici patiscono da circa 300 anni, da quando è stato costruito questo lavatoio, i filantropi non avrebbero abbastanza voce per gridare contro questa atrocità. La stampa getterebbe anatemi terribili contro un governo che osa uccidere gli uomini in questo modo, giorno dopo giorno, ora dopo ora […] ma quanto a queste povere lavandaie che non hanno commesso alcun crimine, loro che lavorano giorno e notte, loro che coraggiosamente sacrificano la propria salute, la propria vita, o per rendere un servizio all’umanità, loro che sono donne, che sono madri, che hanno il diritto alla sollecitudine dei cuori generosi, ebbene non trovano un filantropo, un giornalista che protesti in loro favore[39].

In città sembrava che nessuno avesse mai visto il lavatoio o avesse mai udito il tonfo della biancheria sulla pietra, di notte, quando le donne preferivano recarsi al lavoro prima che l’acqua venisse inquinata dagli scarichi industriali.

Nei settori in cui il lavoro femminile non era percepito come concorrenziale rispetto a quello maschile, in cui le mansioni erano così monotone o nocive che gli uomini non si preoccupavano di rivendicarli, le fatiche delle donne erano invisibili. Portare alla luce il loro sfruttamento, la loro povertà, individuarne le cause e indicarne i rimedi era quanto si propose Julie Victoire Daubié con la sua inchiesta sulla «donna povera nel secolo XIX».

3.2. Donne povere, «uomini di piacere»: Julie Victoire Daubié

Giornalista ed economista sansimoniana, Julie Victoire Daubié (1824-1874) fu la prima donna ad ottenere il baccalauréat (1861) in Francia e la prima ad ottenere la laurea (1871). Sarebbe stata la prima ad ottenere il dottorato se non fosse sopravvenuta la morte nel 1874. Poiché nessuna norma vietava espressamente alle donne di sottoporsi all’esame di diploma, e avvalendosi del sostegno di François Arlès Dufour – banchiere e commerciante sansimoniano – e delle sue influenti relazioni, Daubié si presentò alla prova, superandola. Il rettore, tuttavia, rifiutò di apporre la sua firma al certificato di diploma e si rivolse al ministro dell’Istruzione che confermò il rifiuto. Dopo l’intervento della regina Eugenia che convocò allo scopo il Consiglio dei ministri, il rettore concesse la firma, assicurando, però, che il suo caso non avrebbe costituito un precedente. Ma ormai Julie Victoire Daubié aveva ottenuto la sua vittoria sull’accademia e, dopo alcuni anni, il numero delle donne che ottennero il diploma aumentò costantemente[40].

La femme pauvre au XIX siècle, un’opera frutto di oltre 10 anni di minuziose indagini e pubblicata nel 1866 e in tre volumi nel 1869, era stata promossa dall’Accadémie impériale di Lione nel 1858 su proposta e con finanziamento di Arlès Dufour. Era la prima volta che un simile incarico veniva attribuito ad una donna ed era la prima volta che la donna povera era oggetto di una specifica indagine.

La ricerca aveva lo scopo di studiare il modo di giungere alla parità salariale, promuovere l’ingresso delle donne nelle professioni, avanzare proposte per la trasformazione dei costumi e del comportamento morale. Nella prima parte l’autrice espone le cause principali della povertà delle donne – uno stato di cose che «offende[va] la morale, la giustizia, il diritto pubblico e individuale» –, prime fra tutte la segregazione lavorativa e l’inferiorità salariale. Aggravava la condizione della donna la mancata realizzazione delle promesse della Rivoluzione Francese nel campo dell’assistenza. Nel nuovo secolo le donne erano state private delle opportunità di ricevere assistenza e sussidi che, al contrario, la «vecchia Francia» prevedeva ed elargiva. Nell’Antico Regime le donne avevano la possibilità di praticare un mestiere qualificato, talvolta di dirigere le corporazioni, e le vedove potevano godere della riduzione fiscale.

L’eguaglianza civile, proclamata nel 1789, avrebbe dovuto ampiamente indennizzare la donna; il diritto comune e l’incameramento dei beni delle istituzioni che avevano assicurato la sua sussistenza facevano supporre che un fondo costituito in parte dalla vendita dei beni nazionali avrebbe restituito alla donna la parità sociale rispetto all’uomo, ma le passioni di quest’ultimo, la sua avidità, il suo egoismo eretto a legge hanno reso per noi le promesse della Rivoluzione Francese una menzogna immortale [41].

Inoltre, continuava Daubié, nella Francia post-rivoluzionaria erano state ridotte le pensioni alle vedove dei funzionari pubblici ed erano state introdotte limitazioni al diritto di goderne. Quando, il 26 marzo 1862, furono ricostituite le società di mutuo soccorso, un decreto stabilì che le donne non avevano diritti pari a quelli degli uomini.

Meno numerose negli ospedali, le donne si ritrovavano in numero maggiore nelle istituzioni che accoglievano i poveri. A Parigi il sussidio per gli uomini poveri era più elevato di quello devoluto alle donne povere e gli istituti per invalidi ammettevano un numero di ragazzi doppio rispetto a quello delle ragazze alle quali non restava che il vagabondaggio, il furto e la prostituzione[42].

Non ci si deve stupire se dopo il 1830 il numero delle donne imprigionate per mendicità è triplicato. 132.000 donne, tra le quali numerose ragazze di 16 anni, sono state condannate nell’arco di 20 anni per reati forestali e rurali […] Tutto concorre ad allontanare le donne dal lavoro: le restrizioni all’educazione professionale e all’apprendistato[43].

La femme pauvre è la descrizione dettagliata di una esclusione, una ricostruzione delle pratiche discriminatorie in ogni settore produttivo di Parigi e Lione, le «due capitali della Francia», un’atto d’accusa dai toni dell’indignazione e del sarcasmo. «Mai prima d’ora, scrisse in occasione della seconda edizione John Stuart Mill, erano state messe a nudo nel dettagio le miserie della maggioranza delle donne e le ingiustizie rivoltanti della società maschile nei loro confronti»[44].

Il ritratto collettivo della donna povera tracciato da Daubié è quello di una donna sola, vedova o nubile – il 46% della popolazione femminile – esclusa dall’istruzione professionale e dall’apprendistato[45]. Era questa la causa principale della segregazione delle donne nelle mansioni più dequalificate e mal retribuite. A Parigi alla metà del secolo le apprendiste erano 5.500, gli apprendisti 14.000, nella fabbricazione di guanti dove le operaie, che non sapevano tagliare, erano addette alle cuciture, riscontrò una sola apprendista. La stessa situazione si ritrovava nell’industria della bigiotteria dove accanto a 2.200 apprendisti non si contavano che poco più di cento apprendiste. Nella produzione dei fiammiferi, dove pure le donne erano numerose, sempre a Parigi, la statistica industriale non riportava una sola donna in grado di leggere e scrivere; nei lavori di cucito esse soffrivano della concorrenza delle carceri e dei conventi e dovevano rivolgersi ai lavori di finitura dei capi di abbigliamento a domicilio, occupazioni che si trovavano al gradino più basso della qualificazione e della retribuzione.

Nel settore tipografico le organizzazioni dei lavoratori eserciatavano l’opposizione più tenace all’assunzione delle donne, una opposizione legittimata dallo stesso Imperatore che nel 1860 approvò lo statuto di una organizzazione che prevedeva una indennità di due franchi al giorno ai tipografi qualora fossero scesi in sciopero per impedire le assunzioni femminili[46].

Le mansioni meno qualificate riservate alle donne erano anche le più penose, come quelle svolte dalle tagliatrici di cristallo, o le più nocive alla salute, come la tintura di stoffe e fiori artificiali, la produzione di fiammiferi, la cardatura della lana[47]. La spossatezza e le malattie causate dai «lavori assassini» erano una causa non secondaria dell’aumento della prostituzione e dei suicidi. Non potendo pagare l’affitto, provvedere al sostentamento delle persone loro affidate, afflitte dalla disoccupazione e dall’irregolarità del lavoro, molte si toglievano la vita. L’ideologia dell’ «uomo che mantiene la famiglia», infatti, occultava i casi, ed erano numerosi, in cui erano le donne ad avere famigliari a carico: bambini, anziani e invalidi[48].

Ma le ragioni della povertà non si esaurivano nella discriminazione sul piano salariale, educativo e occupazionale, esse erano molteplici e, intrecciate le une alle altre, chiudevano le donne in una morsa senza via di uscita.

 

Se una iniziativa egualitaria sul piano dell’istruzione professionale conducesse, supponiamo, all’uguaglianza dei salari, la questione dei diritti della donna sarebbe risolta? No; e non lo sarà mai presso i popoli in cui una vera solidarietà non leghi la paternità, la maternità e la filiazione[49].

Anche Daubié affrontava la questione morale, tema tanto ricorrente nelle inchieste dell’epoca, ma, a differenza di queste ultime che tacevano sulla responsabilità degli uomini nel dilagare della prostituzione, è la loro immoralità sostenuta dallo stato ad essere messa sotto accusa[50].

Mentre si verificava una vera e propria «invasione maschile» nei mestieri tradizionalmente praticati dalle donne, la legislazione liberava gli uomini dai doveri verso la famiglia, legittimava la loro irresponsabilità morale, in particolare verso i figli naturali, condannando le donne non sposate con figli alla miseria, una vera e propria «oppressione della maternità e dell’infanzia».

[…] per una aberrazione inesplicabile, mentre la manifattura strappava le donne dall’ambiente domestico, la legge francese lasciava correre a briglia sciolta la licenza più sfrenata, e faceva convergere nella figlia del popolo tutte le avidità liberate dal senso del dovere […]. Gli uomini di tutte le classi sfruttano l’operaia ignorante, la figlia naturale, l’orfana, che la fame rende serve delle loro passioni[51].

Una schiera di «uomini di piacere» esercitavano la forma peggiore di dispotismo.

Il 4 giugno 1869 Julie Daubié presentò al Senato una petizione per l’abolizione della prostituzione regolamentata dallo stato e il ripristino della ricerca della paternità abolita dal codice napoleonico. La petizione fu esaminata nel gennaio del 1871, e fu respinta.

3.3. Donne nell’abisso: Mary Higgs

Anche Mary Higgs, autrice della prima estesa indagine sulle condizioni abitative delle donne e sul sistema di accoglienza nelle case rifugio e nelle workhouses, la vulnerabilità sessuale delle donne delle classi popolari fu la preoccupazione principale.

Nata a Devizes nello Wiltshire il 2 febbraio 1854, Mary Ann Kingsland Higgs (1854–1937)[52] fu una delle prime donne ammesse all’Università di Cambridge, al Girton College. Nel 1890 si stabilì nel centro di Oldham dove si immerse nel lavoro sociale. Ispirandosi al lavoro di Ebenezer Howard, fondatrice del Garden City Movement, fondò il Beautiful Oldham Movement il cui programma prevedeva la creazione di giardini e parchi giochi nei sobborghi della città e la riduzione dell’inquinamento. Si impegnò inoltre nelle scuole speciali per disabili e in una piccola «casa rifugio» per donne.

Il piccolo cottage che utilizzavamo era come un microscopio sociale; ogni caso era indagato individualmente: la vita passata, la storia personale, i bisogni del momento […]. Chi scrive, in qualità di segretaria della Ladies’Committee of Oldham Workhouse, si accostò allo studio del funzionamento della Poor Law. A poco a poco il lavoro di aiuto giunse a comprendere le implicazioni giudiziarie e di polizia[53].

«Compresi allora, continua Higgs, che le cause che erano alla base [del vagabondaggio femminile] stavano conducendo alla distruzione della vita sociale. Solo una indagine rigorosa e in prima persona avrebbe rivelato le forze che causavano una tale degradazione»[54]. Alla condizione delle donne povere e senza dimora, alle umiliazioni e alle punizioni loro inflitte nelle workhouses, alla marginalizzazione del lavoro femminile che spianava alla prostituzione, dedicò tutti i suoi scritti.

Nel 1903, all’età di cinquant’anni, travestita da vagabonda, visitò workhouses e ricoveri per le donne senza dimora a Londra, nel Lancashire e nello Yorkshire occidentale, facendo l’esperienza personale delle condizioni di accoglienza, raccogliendo testimonianze e storie di vita.

Era necessario trovare un’amica che volesse condividere i possibili pericoli di un tale esperimento e […] sono stata fortunata nel trovare una collaboratrice desiderosa di venire con me […].

Ci vestimmo con abiti logori, ma puliti e rispettabili […]. I miei stivali avevano le suole bucate e il mio cappello era un certificato per qualsiasi tramp ward, il mio scialle lacero, ma pulito. Avevamo un ombrello in due[55].

Nel resoconto delle sue esperienze – Glimps into the Abyss – un’opera che contribuì alla nascita della National Association for Women’s Lodging-Homes nel 1909, Mary Higgs non annota soltanto la sporcizia, la trascuratezza che regnavano in ogni aspetto della vita nei luoghi desolati che visitava, o le umiliazioni, la costrizione al lavoro, ma anche la fame, la sete, il dolore del corpo dopo una notte passata sui tavolacci e talvolta sul pavimento, il gonfiore delle gambe dopo i lunghi tragitti da un ricovero all’altro, sotto la pioggia con abiti che non riparavano dal freddo, le malattie e soprattutto le molestie sessuali da parte degli uomini incontrati per via, degli stessi guardiani e inservienti delle workhouses che avevano accesso a tutti i locali ed era consueto che abusassero delle donne.

Lasciammo la strada per seguire l’argine e ci sedemmo sui prati per riposare un po’e poi proseguimmo. Passammo accanto a degli uomini che stavano lavorando su una chiatta. Gridarono verso di noi invitandoci a unirci a loro. Proseguimmo senza badarci, ma in molti altri casi sul nostro cammino uomini ci rivolsero la parola […]. Non mi ero mai resa conto prima di allora quanto l’abbigliamento di una signora o anche di una rispettabile lavoratrice possa essere una protezione. Si deve sentire su di sé lo sguardo audace e sfrontato che un uomo rivolge a una donna povera per comprenderlo[56].

Come le confidarono le donne accolte nelle case alloggio, la mancanza di abiti decorosi era la causa frequente di quell’inesorabile scivolare nell’abisso dell’indigenza e della perdita dell’autostima. Il termine abisso, che già era comparso nel titolo dell’inchiesta di Jack London pubblicata tre anni prima (The People of the Abyss) designava una condizione da cui non era più possibile uscire. Nell’abisso si poteva solo sprofondare. Ma le osservazioni di London riguardavano prevalentemente gli uomini e le condizioni dei ricoveri loro riservati erano migliori e i prezzi più accessibili[57].

Higgs riscontrò le condizioni più terribili nelle common wards, che accoglievano le donne temporaneamente disoccupate. L’organizzazione di questi ricoveri rendeva impossibile la ricerca di un’occupazione poiché le donne erano costrette a lavorare all’interno e la loro permanenza non si poteva protrarre per oltre due notti. Costrette a spostarsi da un ricovero all’altro, spesso assai distanti tra loro, sottoposte ad un regime peggiore di quello carcerario, molte cedevano alla demoralizzazione e alla stanchezza e trovarono nel bordello il loro ultimo rifugio.

L’inferiorità giuridica delle donne era un’altra causa dello stato di indigenza, in particolare per le vedove e le donne abbandonate. Per ottenere il sussidio e non essere internate nelle workhouses esse dovevano provare che l’abbandono era ingiustificato, mentre alle vedove senza figli o con un unico figlio che dopo sei mesi dalla morte del marito non avessero trovato un lavoro veniva tolto il sussidio.

Era il sistema industriale a produrre precarietà e povertà, una vera «fabbrica nazionale di vagabondi». Il problema del vagabondaggio moderno derivava dalla «fluidità del lavoro»[58].

Nel 1907, alla morte del marito, trasformò la sua abitazione in una casa alloggio per le donne; durante la guerra si accostò ai quaccheri nel lavoro d’aiuto ai disoccupati e divenne una ardente sostenitrice delle sovvenzioni famigliari, una proposta avanzata dalla femminista britannica Eleanor Rathbone.

3.4. Povere mogli: Eleanor Rathbone

Eleanor Rathbone era nata a Liverpool nel 1872 da un’eminente famiglia di origini quacchere e di orientamento liberale; conseguita la laurea in filosofia nel 1896 al Somerville College a Oxford, tornò a Liverpool decisa a intraprendere un’attività che non la allontanasse dalla realtà sociale e in cui poter esprimere il suo impegno umanitario e femminista. Il motto paterno «ciò in cui credo è che si possa fare qualunque cosa debba essere fatta»[59] le fu da guida nel corso della vita. Negli anni di intensa attività di ricerca e di lavoro tra le classi operaie, si andò via via rafforzando la convinzione che fossero necessari nuovi modi di pensare la povertà, mutamenti strutturali nell’organizzazione dell’assistenza e del lavoro, nel sistema di distribuzione della ricchezza e nelle modalità del pagamento dei salari. Il mercato del lavoro e il sistema salariale dovevano essere analizzati da un punto di vista di genere, non solo di classe. Essi erano parte di una struttura economica che presupponeva e rafforzava la marginalità economica e la subordinazione delle donne. Povertà e disuguaglianza, infatti, non erano radicate solo nelle relazioni produttive, ma anche in quelle matrimoniali e famigliari. Era la famiglia il luogo in cui gli uomini esercitavano il loro potere sulle donne; era il matrimonio che indeboliva il potere contrattuale delle donne sul mercato del lavoro.

Sarà l’inchiesta sui bilanci famigliari dei lavoratori avventizi del porto di Liverpool a rivelarle in tutta la sua drammaticità la condizione delle mogli e delle madri proletarie. Per la prima volta la famiglia era analizzata dal punto di vista economico. Apparsa nel 1909 con il titolo How the Casual Labourer Lives, l’indagine si basava sullo studio di 429 bilanci domestici di 40 famiglie, un numero ben al di sotto delle aspettative iniziali. Molte, infatti, furono le donne che, sfiancate dal lavoro, con poca dimestichezza con la scrittura, costrette alla sera ad accendere il lume per il minor tempo possibile e, soprattutto, timorose di rivelare ai mariti attraverso il quaderno dei conti le somme prese a prestito dagli usurai, si sottrassero a questo impegno. Erano somme che si rendevano necessarie per soddisfare i bisogni dell’uomo, il membro più costoso della famiglia, come alcune donne confidarono a Rathbone, non senza una vena di risentimento: «Prendo a prestito per farlo uscire di casa la mattina, prendo a prestito per preparargli il pranzo e prendo a prestito per restituire i debiti la sera»[60].

La ragione per la quale gli uomini si aspettavano di più, pretendevano ed ottenevano di più – conclude la femminista britannica – risiedeva nel «mito dell’uomo che mantiene la famiglia» e la conseguenza di quel mito, che induceva nell’uomo un senso di superiorità, era non di rado la violenza domestica.

Anche il basso tenore di vita delle donne e dei bambini era in diretto rapporto con la condizione di dipendenza e con il tacito riconoscimento del diritto dell’uomo, in quanto sostentatore, ad un cibo più abbondante e nutriente, ad un po’ di svago e a qualche piccolo lusso.

Se, infatti, in genere, non mancavano mai i soldi per la birra, gli alimenti essenziali per i bambini – la frutta, la verdura e il latte – comparivano raramente sulla tavola operaia. Le privazioni, le ansie, il sovraffollamento delle abitazioni, le numerose gravidanze, le malattie e le perdite dei figli, in molti casi avevano ridotto le donne ad una condizione «di sofferenza cronica».

È una sofferenza a cui si è fatta l’abitudine e di cui raramente si ha consapevolezza a causa della grave anemia, della stanchezza, dei numerosi piccoli disturbi che derivano dal trascurare se stesse e dall’eccesso di lavoro negli anni della filiazione. Nel complesso stupisce quanto la maggior parte di loro riesce a fare per la propria famiglia con così pochi mezzi e il grande affetto, la pazienza e il buon umore che conservano[61].

Le visite domiciliari condotte a Liverpool tra le famiglie più povere le avevano anche rivelato quanto diffusa fosse tra gli uomini l’abitudine del bere, quanto numerose le donne che avevano impegnato ogni loro avere, inclusi gli abiti, e che erano costrette a lavorare fuori casa, andando a servizio, cucendo, facendo il bucato. Se gran parte delle famiglie viveva in condizione di povertà, lo si doveva imputare non solo ai bassi salari e all’irregolarità del lavoro, ma anche alla disuguaglianza distributiva all’interno della famiglia.

La profonda conoscenza della vita delle donne proletarie le avevano indicato la via da intraprendere: molti aspetti della vita matrimoniale, considerati questioni private, erano al contrario problemi sociali ed economici a cui occorreva dare una soluzione sociale ed economica. Nel 1912, nello scritto The Problem of Women’s Wages per la prima volta si affaccia la tesi che articolerà e approfondirà negli anni successivi, in particolare in The Remuneration of Women’s Services (1917) e nella sua opera fondamentale: The Disinherited Family (1924).

La differenza tra i salari maschili e quelli femminili era uno degli effetti a catena che derivavano dalle diverse conseguenze del matrimonio nella vita degli uomini e delle donne.

Abituata a considerare la dipendenza economica come la sua naturale condizione, la figlia dell’artigiano si accontenta di fare un lavoro qualificato per un salario irrisorio. La donna sposata, per la stessa ragione, si accontenta di un guadagno supplementare e poiché cerca di fare due lavori alla volta, spesso il suo lavoro vale quel poco che le è pagato. Alla vedova con figli viene offerto un salario pari a quello offerto alle altre lavoratrici e le donne che cercano un lavoro stabile e qualificato – e sono casi eccezionali – si trovano la strada sbarrata dai sindacati[62].

Le cause delle differenze salariali tra uomini e donne erano dunque ben più profonde di quanto non si pensasse comunemente. La parola d’ordine «uguale salario per uguale lavoro», fatta propria da molte femministe, non solo era impraticabile, ma era ingannevole poiché evitava il problema di fondo. La rivendicazione della parità salariale, inoltre, non sarebbe stata in grado di spezzare il dominio maschile che permeava la «struttura sociale».

I bassi salari delle donne erano il necessario corollario dell’ideale del salario famigliare devoluto agli uomini che riproduceva costantemente lo svantaggio femminile sul mercato del lavoro. Solo se i salari fossero stati pagati su base individuale e non secondo l’assunto che l’uomo ha figli da mantenere, la competizione sul mercato del lavoro tra uomini e donne avrebbe potuto essere libera.

Il sistema salariale fondato sul mito «dell’uomo sostentatore» non era uno strumento adeguato per provvedere ai bisogni delle madri e dei bambini; esso era troppo instabile, affidato alla buona volontà dei mariti e perpetuava un ordine gerarchico nella famiglia e nella società.

Se [l’uomo]spenderà i salari ottenuti in favore della famiglia o per i suoi “menus plaisirs” dipende, naturalmente, esclusivamente sulla sua buona volontà, perché lo stato, benché in teoria riconosca il diritto della moglie e dei figli al mantenimento, non fa praticamente nulla per garantirlo[63].

Meglio sarebbe stato devolvere direttamente nelle mani delle madri i mezzi per il loro sostentamento e per quello dei figli. I sussidi che lo stato aveva dovuto assegnare alle mogli in tempo di guerra non avrebbero dovuto cessare, bensì trasformarsi in una forma di retribuzione della maternità e del servizio domestico. Poiché il sussidio famigliare aveva introdotto un nuovo concetto di salario, proporzionato alla reale dimensione della famiglia, quando «l’uomo che manteneva la famiglia» era al fronte, nelle case operaie non mancò mai il pane[64].

A differenza di Daubié che non attribuiva alcun valore economico al lavoro domestico, Rathbone, al pari di Auclert, lo considerava produttivo, condizione di ogni altro lavoro.

Il mito dell’uomo che mantiene la famiglia, che condannava le donne alla povertà e alla subordinazione, doveva essere demolito sul piano teorico, culturale, economico e politico.

Incominciava così quel lungo percorso di elaborazione teorica e di attivismo che sfocerà nella strategia femminista della retribuzione del lavoro domestico.

  1. Hubertine Auclert, Discours prononcé au Congrès socialiste de Marseille 1879, consultabile all’indirizzo https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k753891, pp. 12-13.

  2. In Francia nel secolo XIX le inchieste più importanti furono 140. Michelle Perrot, Enquêtes sur la condition ouvrière en France au XIX siècle, Paris, Hachette, 1972, pp. 67-105.

  3. Joan W. Scott, La donna lavoratrice nel XIX secolo, in Geneviève Fraisse-Michelle Perrot (a cura di), Storia delle donne. L’Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 355.

  4. Il numero delle donne occupate nell’industria tessile infatti aumentò tra il 1835 e il 1839 da 196.400 a 242.300 unità pari al 56, 5% degli occupati nelle filature di cotone, al 69, 5% nelle filature di lana e al 70% nelle filature di seta. Yves Tyl, Introduction a Louis R. Villermé, Tableau de l’état phisique et moral des ouvriers employés dans le manufactures de coton, de laine et de soie (1840) Paris, Union générale d’éditions, 1971, p. 9.

  5. Louis R. Villermé, Tableau, , cit., Tome I, Paris, Renouard, 1940, p. 133.

  6. Ivi, p. 153.

  7. Tyl, Introduction, cit., pp. 28-29.

  8. Alexandre Parent-Du Châtelet, De la prostitutions dans la ville de Paris, considérée sous le rapport de l’hygiène publique, de la morale et de l’administration, Paris, Baillière,1857, Tome I, p. 107.

  9. Eugène Buret (1811-1842) era giornalista e allievo di Simonde de Sismondi, lo storico ed economista svizzero che aveva criticato il liberismo ed affermato che non avrebbe garantito il benessere di tutti, ma accresciuto la miseria del proletariato.

  10. François Vatin, Le travail, la servitude et la vie. Avant Marx et Polanyi, Eugène Buret, «Revue du MAUSS», 2001, n. 2, pp. 237-280.

  11. Eugène Buret, De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France, Tome II, Societé typographique belge, Bruxelles 1842, pp. 13-30

  12. Ivi, p. 24.

  13. Ivi, Tome I, Paris, Paulin, 1840, p. 287.

  14. Ivi, Tome II, p. 8.

  15. Ivi, Tome II, p. 9.

  16. Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, in Karl Marx-Friedrich Engels, Opere complete, vol. IV, Roma, Editori Riuniti, p. 371.

  17. Ivi, p. 375.

  18. Sugli economisti, e in particolare su Jean Baptiste Say si veda: Scott, «L’ouvrière, mot impie et sordide». Le discours de l’économie politique française sur les ouvrières (1840-1860), in «Actes de la recherche en sciences sociales», vol. 83, 1990, pp. 2-15; Eadem, La donna lavoratrice, cit., pp. 366-369.

  19. Citato in Judith Coffin, Social Science Meets Sweated Labor: Reinterpreting Women’s Work in Late Nineteenth-Cntury France, in «The Journal Modern History», vol. 63, 1991, n. 2, p. 248.

  20. Scott, «L’ouvrière, mot impie et sordide», cit., p. 8.

  21. Ricostruisce questo processo Anna Clark, The Struggle for the Breeches. Gender and the Making of the British Working Class, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press, 1995.

  22. Si veda a questo proposito Jutta Schwarzkopf, Gendering Exploitation: the Use of Gender in the campaign against Driving in Lancashire Weaving Sheds, 1886-1903, in «Women’s History Review», vol. 7, 1998, n. 4, pp. 449-474.

  23. Enquête: la condition des femmes, in «L’Atelier», 30 dicembre 1842, pp. 31-32.

  24. Hubertine Auclert (1848-1914) si impegnò in numerose battaglie femministe per il diritto al lavoro e al voto e nella campagna di disobbedienza al pagamento delle tasse da parte delle donne. Dal 1881 al 1891 diresse il giornale «La Citoyenne». Christine Bard, Dictionnaire des féministes. France XVII-XXI siècle, Paris, Puf, 2017, pp. 82-90.

  25. Auclert, Discours, cit., p. 11.

  26. Ivi, pp. 11-12.

  27. Su Flora Tristan (1803-1844) molto è stato scritto; per un quadro della storiografia a partire dal 1925 e una bibliografia essenziale rimando alla Introduzione di Lina Zecchi a Flora Tristan, Scusate lo stile scucito. Lettere, scritti e diari (1835-1844), Santa Maria Capua a Vetere, Spartaco, 2004, pp. 7-27. Tra le più recenti biografie segnalo in particolare quella di Susan Grogan, Flora Tristan. Life Stories, London-New York, Routledge,1998.

  28. Ivi, p. 11.

  29. Flora Tristan, Promenades dans Londres (1840), Paris, Maspero, 1978, p. 270.

  30. Eadem, L’Unione operaia, in Scusate lo stile scucito, cit., pp. 120-121.

  31. Eadem, Pérégrinations d’une paria 1833-1834, Paris, Arthus Bertrand, 1838, pp. XXVII-XXVIII.

  32. Eadem, Promenades, cit., p. 52.

  33. Eadem, L’union Ouvrière, Paris, Chez tous les libraires, 1844 (seconda edizione), p. 54.

  34. Eadem, Le tour de France. Journal 1843-1844, I, Paris, Maspero, pp. 154-157.

  35. Eadem, L’union Ouvrière, cit., p. 70.

  36. Máire Fedelma Cross, The Letter in Flora’s Tristan Politics, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2004, p. 156.

  37. Tristan, Le tour de France, I, cit., p. 156.

  38. Eadem, Le tour de France, II, cit., p. 72.

  39. Ivi, pp. 126-127.

  40. Per un breve profilo di Julie Victoire Daubié si veda: Agnès Thiercé, La pauvreté laborieuse au XIXème siècle vue par Julie Victoire Daubié, in «Travail, genere et societés», 1999, n. 1, pp. 119-128; Bard, Dictionnaire, cit., pp. 380-385.

  41. Julie Victoire Daubié, La femme pauvre au XIX siècle, Tome I, Paris, Thorin 1869, p. 5.

  42. Ivi, pp. 6-10.

  43. Ivi, pp. 11-13.

  44. Thiercé, La pauvreté laborieuse, cit., p. 124.

  45. Ivi, p. 125.

  46. Sul tema dell’apprendistato cito dalla edizione del 1866, pubblicata a Parigi da Guillomin, pp. 49-51.

  47. Daubié, La femme pauvre, cit., p. 34.

  48. Ivi, p. 37.

  49. Ivi, p. 21.

  50. Ivi, pp. 16-20.

  51. Ivi, p. 41.

  52. Per un breve profilo biografico rimando a: Oxford Dictionary of National Biography, online edn, Oxford University Press, http://www.oxforddnb.com/view/article/38523; Sybil Oldfield, Doers of the Word. British Women Humanitarians, London, Continuum, 2001, pp. 99-100.

  53. Mary Higgs, Glimpses into the Abyss, London, King & Son, 1906, p. VI.

  54. Ibidem.

  55. Ivi, p. 87.

  56. Ivi, p. 94.

  57. Lo verificò a Londra Olive Christian Malvery, la giovane di origini anglo-indiane che contemporaneamente a Mary Higgs, travestita di volta in volta da vagabonda, venditrice ambulante, cameriera condusse le sue inchieste giornalistiche sui lavori delle donne povere e senza dimora. Olive Christian Malvery, The Soul Market, London, Hutchinson, 1907, pp. 277-278.

  58. Higgs, Glimpses into the Abyss, cit., p. 174.

  59. Eleanor Rathbone, William Rathbone. A Memoir, New York, Macmillan, 1905, p. 452.

  60. Eadem, How the Casual Labourer Lives. Report of the Liverpool Joint Research Committee on the Domestic Condition and Expenditure of the Families of Certain Liverpool Labourers, Liverpool, Northern Publishing, 1909, p. XIII.

  61. Ivi, p. 24.

  62. Rathbone, The Problem of Women’s Wages. An Inquiry into the Causes of the Inferiority of Women’s Wages to Men’s. A Paper Read before the Liverpool Economic and Statistical Society, Liverpool, Northern Publishing, 1912, p. 21.

  63. Rathbone, The Remuneration of Women’s Services (1917), in Bruna Bianchi, Eleanor Rathbone e l’etica della responsabilità. Profilo di una femminista (1872-1946), Milano, Unicopli, 2012, p. 69.

  64. Ivi, p. 64.

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