EPIDEMIE E STORIA, E. Perillo e S. Rabuiti intervistano Salvatore Adorno

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Salvatore Adorno, Professore ordinario di Storia contemporanea, insegna Storia dell’ambiente e Didattica della storia presso l’Università di Catania. Il suo interesse scientifico è orientato verso la dimensione ambientale, urbana e territoriale dei processi storici, con particolare attenzione ai nessi tra culture tecniche, istituzioni e interessi socio economici. A questi temi ha dedicato numerose ricerche e pubblicazioni. Ha coordinato la commissione didattica della Sissco. Membro del comitato di redazione di “Meridiana” e di “Italia contemporanea”, per la quale ha recentemente curato l’inserto monografico sulle città industriali del Mezzogiorno (2017, n.285).

 

L’attuale pandemia ha messo in evidenza, tra l’altro, la necessità di ripensare il passato anche come storia della specie sapiens in una relazione coevolutiva rispetto ad altre specie, in particolare ai parassiti che possono infettare e danneggiare l’uomo. Per iniziare le chiediamo di illustrare alcuni momenti significativi di questa storia coevolutiva, in particolare in relazione ai virus.

È possibile rileggere la storia dell’umanità usando come chiave di lettura il processo coevolutivo tra uomini e microbi (virus e batteri), caratterizzato sia da adattamento e convivenza reciproca, sia da conflitto. Inizierei col ricordare che i virus e i batteri hanno una storia più lunga di quella dell’uomo. L’uomo è comparso sul pianeta 4 milioni di anni fa, quando i virus e i batteri erano già presenti da due miliardi di anni, erano allora le più numerose forme di vita, i veri padroni della terra che hanno contribuito a determinare il clima, la geologia, la vita nel suo complesso. Per lungo tempo furono i nostri progenitori umani a doversi adattare sia ai microbi che agli animali di grande stazza, spesso forse convivendo in un equilibrio evolutivo stabile, anche perché l’uomo viveva in piccole comunità. Dal momento in cui l’uomo ha iniziato a elaborare cultura, ha forgiato il pianeta e ha riorganizzato il mondo degli altri esseri viventi in funzione del suo dominio. La storia della domesticazione e della caccia rappresentano due modalità diverse di regolare il rapporto tra uomo e biosfera, due percorsi della coevoluzione che arrivano fino ad oggi. Alcuni animali sono stati addomesticati come il cane e il cavallo, altri invece sono risultati restii al processo, come il bisonte che è stato così sterminato, altri ancora sono rimasti ribelli come alcuni virus e i batteri che sono diventati i nemici più pericolosi della specie umana. Mentre l’uomo è riuscito presto a non essere mangiato dalla mega fauna che lo attaccava dall’esterno (la favola di Cappuccetto Rosso e del Lupo rievoca questa ancestrale paura), è rimasto a lungo preda dei microbi parassiti che lo consumano dall’interno. Per lungo tempo la forza di virus e batteri è stata nel loro essere invisibili e quindi nella possibilità di agire indisturbatamente, uccidendo l’uomo. La scoperta del cannocchiale (siamo con Galileo nella prima metà del XVII secolo) e quindi del microscopio ha permesso di individuarli. Successivamente Pasteur e Koch, nel corso dell’Ottocento, hanno definito il loro ruolo nella trasmissione delle malattie, arrivando alla preparazione dei vaccini. Fleming nel primo Novecento ha scoperto gli antibiotici. Vaccini, antibiotici e risanamento dell’ambiente (si pensi alle bonifiche dei terreni malarici) sono state le armi con le quali l’uomo nel Novecento ha compiuto un vero “colpo di stato” (come lo definisce J. R. McNeill) nei confronti della maggioranza delle forme di vita fino ad allora dominanti, i microbi, che nella storia dell’umanità hanno ucciso mille volte più uomini di quanti ne abbiano ucciso guerre e disastri naturali. Non a caso, la ricerca scientifica e l’organizzazione dei sistemi sanitari nazionali hanno portato al ridimensionamento dell’azione di virus e batteri e in particolare all’eliminazione del virus del vaiolo e all’eradicazione di quello della difterite, del morbillo e di altre malattie endemiche. Tutto ciò ha contribuito in modo rilevante ad allungare la vita delle persone, migliorandone il controllo sanitario e la qualità. Un solo esempio: il vaiolo nel XX secolo, prima di scomparire definitivamente nel 1980, ha fatto 300 milioni di vittime. L’epoca dei consumi che inizia dopo la seconda guerra mondiale ha visto così un netto miglioramento delle condizioni di vita e lo sterminio dei più feroci nemici dell’uomo. Nei principali libri di storia della medicina si legge come nella seconda metà del Novecento siano diminuite le patologie legate alla trasmissione e al contagio e siano aumentate quelle tumorali e cardiopatiche legate all’inquinamento, all’alimentazione, allo stress, ovvero all’attività umana. Il paradosso sta nel fatto che la vittoria dell’uomo sui batteri e sui virus è avvenuta in un’epoca in cui si sono moltiplicate vertiginosamente le condizioni che ne favoriscono la diffusione e il contagio: l’aumento dell’irrigazione, la crescita esponenziale dei trasporti, il deterioramento degli ecosistemi, il cambiamento delle relazioni tra animali e uomini, la nascita delle megalopoli e il moltiplicarsi all’infinito dei contatti quotidiani tra gli uomini. Ecco allora che il primato strategico dell’uomo sui microbi, realizzato tra la fine del XIX secolo e la seconda metà del XX secolo, risulta sempre più instabile, anche perché i batteri hanno risposto all’attacco degli antibiotici creando bioti resistenti MDR (multi drug resistence), producendo nuove forme di malaria e di tubercolosi, e i virus, approfittando del sovvertimento ecologico del pianeta, sono mutati sfuggendo al controllo dei vaccini. Nel 1977, ad esempio, circa 50 milioni di esseri umani sono stati affetti da tubercolosi MDR. Per cui oggi la transizione epidemiologica che sembrava portare al trionfo dell’uomo pare essersi fermata e il nemico ritorna più pericoloso che mai nelle forme dell’HIV, della Sars, del Covid. La coevoluzione tra uomo e microbi sembra di nuovo sfuggire al controllo dell’uomo. L’epidemia attuale da coronavirus rappresenta l’altra faccia del dominio dell’uomo sulla natura, è la risposta della natura alla pretesa superiorità biologica dell’uomo. La pandemia di oggi per un verso si pone in continuità con la guerra infinita tra uomini e microbi, per un altro segna una cesura profonda perché agisce, per la prima volta e quindi in modo imprevedibile, in un pianeta iper-connesso e iper-tecnologico che l’uomo ha forgiato come non mai a sua misura.

Da più parti viene ipotizzata una correlazione tra coronavirus e cambiamenti climatici, radicali trasformazioni dell’ambiente (basti pensare alla deforestazione) e inquinamento, imputando sostanzialmente all’azione del sapiens la responsabilità della pandemia attuale e della sua diffusione planetaria. Evenienza naturale o conseguenza dell’Antropocene? Può illustrarci il suo punto di vista?

C’è una diffusa e accreditata opinione che sottolinea la similarità tra la crisi pandemica e quella climatica. In primo luogo ambedue sono globali e seguono un andamento di crescita esponenziale. In secondo luogo, proprio perché globali, per essere superate richiedono risposte basate su una forte cooperazione internazionale. In terzo luogo la duplice emergenza necessita che le politiche di intervento pubblico siano accompagnate da un radicale cambiamento di comportamenti individuali. Ma oltre alla similarità tra le due crisi c’è un’altrettanto solida ricerca, che trovo molto convincente, che sostiene che la crisi pandemica è strettamente collegata alla crisi ambientale. Mentre gli Stati, gli organismi internazionali e sovranazionali e anche l’opinione pubblica guardavano alla crisi climatica come punto di rottura dell’equilibrio ecologico del pianeta, aspettandosene gli effetti sull’acqua, sulla terra e sull’aria, la crisi è arrivata inaspettatamente sotto forma di pandemia. Molti studi ci hanno mostrato che questo errore di valutazione è dovuto a una distorsione ottica, che guarda agli effetti e non alla causa. C’è un rapporto di causa effetto tra il degrado ambientale prodotto dall’uomo e la pandemia. I disboscamenti, l’alterazione degli habitat naturali e l’iper-urbanizzazione stanno alla base di quei fenomeni di zoonosi, ovvero di migrazione dei virus dagli organismi animali, dove convivono senza problemi, agli uomini dove invece diventano letali. I virus insieme agli animali con cui convivevano pacificamente, hanno abbandonato gli ambienti naturali distrutti dall’uomo e si sono trasferiti verso le aree urbanizzate, che a loro volta sono diventate luoghi di accumulo e di diffusione. Qui i virus si sono traferiti dagli animali che li ospitavano ad altri animali, detti di amplificazione, e da quest’ultimi, attraverso l’allevamento, i mercati e la gastronomia, all’uomo, per il quale sono letali. Altre volte è stato l’uomo attraverso il turismo o la caccia a invadere aree poco antropizzate; è entrato così direttamente in contatto con animali ospiti e virus, si è contagiato e ha diffuso poi il virus nelle aree urbanizzate. David Quammen ha illustrato in modo divulgativo il meccanismo dello spillover, ovvero del salto di specie dall’animale all’uomo, come motore delle zoonosi. Ma esiste una vasta letteratura scientifica di epidemiologia ambientale che spiega le epidemie zoonotiche come effetto dell’intensificazione crescente dell’azione umana sull’ambiente. C’è molta letteratura scientifica che indaga sul rapporto tra la copertura, l’uso, l’accessibilità, il tipo di proprietà (pubblica o privata) del suolo e lo sviluppo delle zoonosi. Esiste un rapporto tra le conformazioni spaziali (spazi chiusi, aperti, frammentati, unitari) e la diffusione dei virus. Le ricerche che si muovono in questa direzione cercano correlazioni tra perdita di biodiversità e zoonosi, tra deforestazione e zoonosi. Ad esempio ho letto interessanti ricerche su Ebola, in cui i principali fattori presi in considerazione sono la densità della popolazione nelle aree di diffusione e la vicinanza a siti recentemente deforestati e frammentati, al punto da permetterne l’attraversamento da parte dell’uomo. La crisi ambientale è partita da una postazione non prevista e che comunque si riteneva sufficientemente presidiata da antibiotici e virus, ma è il prodotto dell’alterazione profonda del rapporto tra la specie umana e le altre specie viventi. È uno degli effetti più evidenti di quella che molti scienziati e umanisti hanno definito la nuova epoca dell’Antropocene, ovvero l’epoca in cui l’uomo è diventato agente geologico al pari dei terremoti, dell’eruzione dei vulcani e degli spostamenti dell’asse terrestre. L’uomo ha alterato le matrici naturali, l’acqua (idrosfera), il suolo (pedosfera) e l’aria (atmosfera) e con esse il rapporto con gli altri esseri viventi (biosfera). Avere chiaro questo nesso ci aiuta a capire perché Covid è arrivato, insalutato ospite, fino alla porta di casa nostra. Quella che noi trattiamo come crisi sanitaria è a tutti gli effetti una crisi ambientale.

In questi mesi il nesso di cui ci ha parlato tra l’attuale pandemia e la devastazione degli ecosistemi e più in generale l’impatto umano sull’ambiente non è stato abbastanza riconosciuto dai media né da chi si trova a gestire la crisi in corso. Dobbiamo aspettarci altre pandemie per il futuro? Quale lezione possiamo trarre da quella attuale e quali le scelte più significative per evitare futuri contagi pandemici? La normalità di cui c’è chi auspica il ritorno non può essere considerata tra le cause dell’attuale emergenza?

In parte ho già risposto, nel senso che non mi sembra che appartenga al senso comune della popolazione mondiale il rapporto tra questione ambientale e pandemia e forse questo è anche la causa dell’impreparazione con cui abbiamo accolto il virus. Diciamo che parole come antropocene, zoonosi e spillover sono ancora lontane dall’essere entrate nel linguaggio di ogni giorno. La pandemia è letta come questione sanitaria e come tale viene presentata dai media. Nei media e nei social non ci si domanda da dove viene il virus, o meglio quando questa domanda viene posta è più facile rispondere ad effetto che è stato prodotto in laboratorio, oppure in modo vago che viene dalla Cina, piuttosto che addentrarsi in complesse analisi su come l’uomo ha alterato i suoi rapporti col pianeta, favorendo la moltiplicazione delle zoonosi. Ammesso, per via ipotetica e non concesso nella realtà, che il Virus sia stato prodotto in laboratorio, ci troveremmo difronte al caso esemplare di una catastrofe determinata dal mancato controllo in sicurezza della tecnologia da parte dell’uomo. Una ipotesi che riporta la responsabilità all’uomo, tanto quanto quella dell’origine dalla devastazione ambientale. La domanda ricorrente è invece come si combatte, e la risposta è: distanziamento sociale e vaccini. Se riflettiamo la risposta implica una seria analisi su come gestire le relazioni quotidiane (distanziamento e lockdown) e la ricerca scientifica (cure e vaccini). Temi cruciali per la nostra società. Direi quindi che la lezione da imparare è: riflettere sul rapporto tra uomo e ambiente, sulle conseguenze dei nostri comportamenti individuali nella vita di relazione, su come gestire la ricerca scientifica in modo democratico e trasparente, nel senso che tutti ne devono fruire al meglio attraverso una corretta informazione. Quanto al tornare alla normalità precedente, credo che sia fuori da ogni prevedibile futuro. Quanto al fatto se dobbiamo aspettarci altre pandemie, rispondo che il futuro è nelle nostre mani, ma le pandemie ci sono sempre state ed è prevedibile che sempre ci saranno. Il tema è attrezzarsi per limitarne il numero e ridurne l’impatto.

È stata anche avanzata l’ipotesi di un legame di derivazione fra virus e pipistrelli e che il contagio possa trasmettersi all’uomo attraverso anche altri ponti animali. A questo proposito le proponiamo di farci immaginare una storia al futuro. Se tutta l’umanità diventasse vegetariana sparirebbero tutte le epidemie da coronavirus zoonotico? E che piega potrebbe prendere la storia in rapporto all’ambiente e alla globalizzazione?

I pipistrelli sono gli ospiti serbatoio dei virus più noti e sono capaci di convivere tranquillamente con parassiti che sono invece mortali per l’uomo. Sono stati diagnosticati come i motori dello spillover verso la specie umana per le principali malattie infettive recenti (con maggiore o minore certezza scientifica) Ebola, Marburg, Mers, Sars, Sars Cov2. Eppure i pipistrelli sono utili all’uomo. Sono insettivori e mangiano le zanzare, impollinano i fiori, producono guano che è stato il principale fertilizzante naturale prima dei concimi chimici, nella loro saliva c’è una proteina che cura le ischemie. Il problema è che sono numerosissimi e si manifestano con più di 1100 specie, un quarto dei mammiferi. Sono caratterizzati oltre che da una enorme densità demografica, anche da una spiccata socialità che li vede aggregarsi in comunità che arrivano a toccare un milione di esemplari per sito, per cui trasferiscono facilmente tra loro i virus che ospitano, e i virus hanno bisogno di popolazioni numerose per sopravvivere, proprio come quelle dei pipistrelli o degli uomini. La loro lunghissima storia ha determinato un legame solido di coabitazione con i patogeni e la loro lunga vita (20 – 25 anni) ne favorisce la trasmissione dagli anziani ai neonati. Sono vere e proprie bombe infettive volanti, con capacità di percorrenza migratoria a lunghissimo raggio. Insomma sono animali che sommano per l’uomo vantaggi e pericoli. Oggi anche grazie al libro di Quammen sono conosciuti come gli attori protagonisti dello spillover. Per proiettarci nel futuro bisogna ricordare che le zoonosi rappresentano circa il 60% delle malattie infettive epidemiche. Il restante 40% scaturisce da virus evoluti insieme all’uomo. Ad esempio il Vaiolo non è un virus zoonotico, per sconfiggerlo è stato sufficiente debellarlo dall’uomo. Le zoonosi sono più difficili da sconfiggere perché non è sufficiente liberarsi dai virus eliminandoli dall’uomo, ma bisogna eliminarli da tutti gli animali ospiti serbatoio, dove altrimenti continuano a vivere tentando il salto di specie. Quindi non credo che in uno scenario futuribile, in cui tutta l’umanità dovesse diventare vegetariana, i virus scomparirebbero. Si capisce bene che non è possibile sterminare tutti i pipistrelli, tutti gli animali serbatoio e forse anche tutti quelli di amplificazione. L’uomo dovrebbe alterare profondamente i suoi rapporti con la biosfera e c’è da domandarsi con quali profonde conseguenze sugli equilibri ecosistemici. Il dibattito aperto dalla recente vicenda dell’eliminazione dei visoni, presunti ospiti di amplificazione del Covid, è in questo senso esemplare. Ma torniamo ai numeri. Oggi noi siamo circa 7 miliardi e ottocento milioni di esseri umani, secondo la Fao ci sono circa 25 miliardi di animali allevati per il consumo domestico, più di tre animali da pasto per ogni uomo. Se tutti diventassimo vegetariani che fine farebbero tutti questi animali da allevamento, ritornerebbero a vivere allo stato brado, ma dove? Si adatterebbero? Per altro verso è presumibile che la conversione di massa alla dieta vegetariana ridurrebbe fino a bloccarla la deforestazione, visto che la maggior parte delle aree forestali oggi vengono distrutte per lasciare posto all’allevamento intensivo. Ne deriverebbe un vantaggio per il clima che si raffredderebbe per il maggior assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste, inoltre verrebbe meno il metano, un altro gas serra, prodotto dalla digestione dei bovini ed espulso insieme agli escrementi. Sappiamo ancora che oggi la produzione di cibo determina una quota che va da un terzo a un quinto del totale dei gas serra di origine antropica, soprattutto a causa dell’allevamento animale e della filiera imputabile alla lavorazione delle carni. Infine possiamo ipotizzare che i pipistrelli se ne rimarrebbero indisturbati, tranquillamente rintanati nei loro antri boscosi senza spostarsi verso le città, riducendo lo spillover e quindi riducendo la possibilità di pandemie. Resterebbe comunque da capire su quali suoli coltivare tutti i vegetali necessari per nutrire gli 11 miliardi di uomini vegetariani del 2100. Forse ci sarebbe una espansione delle colture idroponiche. Insomma questi esercizi di immaginazione del futuro, che qui stiamo facendo in modo estemporaneo, sono per me didatticamente utilissimi perché aiutano a ricomporre la linea del tempo che è fatta di passato, presente e futuro. Se l’obbiettivo dell’insegnamento è quello di formare cittadini attivi, allora dobbiamo costruire le condizioni perché il passato e il presente servano a orientarsi per il futuro. Ben vengano gli esercizi di futuro che, se sono fatti mettendo la specie umana in relazione alle altre specie, sono ancora più utili, visto che è in gioco il futuro della specie. Invece il nostro usuale modo di insegnamento, nel migliore dei casi ricostruisce il nesso presente passato, nel peggiore isola il passato.

Di fronte al Covid sono stati mobilitati tutti i saperi e i media hanno frequentemente ospitato interventi di esperti e studiosi delle diverse discipline. Ad una prima fase monopolizzata dal discorso medico-scientifico, è seguito il prevalere del discorso economico a cui si è affiancato quello politico. Quale il contributo della riflessione storica e dei saperi umanistici (antropologia, geografia ad esempio) per la comprensione di questo presente?

È vero il Covid ripropone il rapporto centrale tra politica e tecnica. Ci stiamo affidando ai medici, ai biologi, ai matematici, agli statistici, ci affideremo a economisti, giuristi, sociologi, ingegneri e psicologi per ritornare alla normalità. In questo caso la pandemia ha rotto un doppio circolo vizioso in cui erano incagliate le competenze: da una parte ha infranto il mito populista della inutilità dei saperi esperti ridandogli dignità, dall’altro li ha sottratti alla dipendenza servile dalla politica democratica, ridandogli autonomia di giudizio e di decisione. È un momento eccezionale e imprevedibile di libertà. Più che dare risposte mi vengono in mente domande di riflessione: gli uomini portatori di saperi esperti vireranno verso una pretesa tecnocratica di dominio? Ritorneranno a svolgere un ruolo burocratico di supporto alla politica? E la politica saprà riconoscere la loro autonomia, all’interno di un quadro che garantisce la democrazia, la libertà e l’uguaglianza? Sapranno gli uomini portatori di saperi esperti approfittare del Covid per mettersi a servizio della società, per radicarsi nei territori, per superare la frattura tra scienze naturali e scienze sociali, considerando l’uomo nella sua unitarietà di essere fisico, spirituale, sociale, economico, parte integrante della natura? Covid ci ricorda che siamo nello stesso tempo individui con i nostri bisogni, società con le nostre reti di relazioni, con la nostra tensione verso l’organizzazione in comunità, ma anche specie in conflitto/coevoluzione con altre specie. Questa ricomposizione tra le scienze umane e scienze della natura è l’obiettivo individuato da Edgar Morin per la corretta comprensione della condizione umana. E’ anche una delle scommesse aperte dal dibattito sull’Antropocene, che nasce dalle scienze della terra con l’obiettivo di individuare una nuova era geologica e la sua data di inizio, trasferendosi immediatamente non solo nelle scienze esatte che definiscono le alterazioni climatiche, biochimiche e biologiche del pianeta, ma anche in quelle umane, per decifrare gli effetti che l’impatto geologico dell’uomo ha sull’etica, sulle relazioni sociali, politiche ed economiche, ma anche culturali e in ultima analisi sulla capacità di proiezione verso il futuro e sulla rivisitazione storica del passato. Per questo immagino un mondo dove i saperi superino partizioni e frantumazioni, per ridarci una visione integrale dell’uomo appunto come individuo, come società e come specie.

La comparazione sembra essere una delle mosse peculiari degli storici e non solo. In questi mesi si sono ricordate la peste ateniese raccontata da Tucidide, quella di Giustiniano del VI sec. d.C., la peste nera medievale e le altre manifestazioni epidemiche in età moderna, fino alle più recenti epidemie del Novecento. Quali le caratteristiche, i vantaggi e i rischi dell’uso del metodo comparativo e i consigli per un suo uso appropriato e significativo?

Come ho già detto l’epidemia di Covid se da una parte rappresenta un elemento di rottura con la storia recente dello sviluppo del capitalismo, dall’altra mantiene una linea di continuità con la storia della specie umana. Gli storici hanno studiato le pandemie con approcci diversi. Ci sono ricostruzioni molto legate al dato demografico che leggono le grandi epidemie come riequilibrio del rapporto tra società e risorse. Altre che ne analizzano gli effetti sociali e istituzionali e si soffermano sulle pratiche di difesa individuale e istituzionale, sui comportamenti umani e sulla costruzione dell’immaginario collettivo o sulla ricerca del capro espiatorio e della responsabilità, spesso uniformando troppo le crisi pandemiche ad altre tipologie di disastri naturali. È facile trovare ricorrenze e discontinuità di comportamenti individuali e collettivi in diversi momenti storici, purché li si collochino correttamente nei contesti socio economici e politico istituzionali diversi. Io rimango affascinato dalla lettura di William Hardy McNeill nel libro del 1977, La peste nella storia, oggi attualissimo, che propone una lettura di lunghissima durata in chiave coevolutiva e ambientale. Le pandemie nei secoli hanno determinato guerre, conflitti, eclissi di intere civiltà come quelle precolombiane, annientate dai virus importati dai conquistatori europei. In azione combinata con le crisi climatiche le pandemie hanno inciso sulla stabilità di società evolute come quella romana. In quei casi gli Stati, i poteri di allora, spesso non sono intervenuti per salvare le vite o lo hanno fatto utilizzando strumenti deboli, la cui inefficacia era spesso proporzionale al livello della cognizione medica. Gli effetti in termini di mortalità allora sono stati molto più devastanti di quelli di oggi. La peste nera del 1346 ha sterminato da un terzo alla metà della popolazione europea e africana. Le malattie infettive trasmesse dagli europei alle popolazioni precolombiane con la scoperta dell’America, hanno ridotto la popolazione di quel continente da circa 65 a circa 15 milioni di abitanti. Le epidemie europee del Settecento contabilizzano circa 50 milioni di morti, quelle dell’Ottocento circa 400 milioni. Ma nel 2020 siamo difronte a un fenomeno nuovo per la pervasività e velocità delle interconnessioni globali, per l’alterazione profonda e sistematica degli equilibri naturali, per l’alto livello scientifico e tecnologico di controllo sulla biosfera. La prima grande crisi colerica del 1826 ebbe bisogno di circa 7 anni per arrivare dal golfo del Bengala all’America, oggi tutto si è svolto tra il gennaio e il marzo del 2020. A un mondo iper-velocizzato corrisponde una diffusione istantanea. Inoltre il livello di globalizzazione dell’economia ha subito inceppato il mercato dei capitali, delle merci, del lavoro, mettendo in crisi immediata il sistema-mondo, dalle relazioni geopolitiche a quelle comportamentali tra uomo e uomo.

Sia i regimi democratici che illiberali o le dittature hanno dovuto far fronte all’emergenza di questa pandemia. In che modo? Ci sono state differenze significative nelle scelte politiche dei diversi sistemi di governo?

Certamente la specie umana non ha sperimentato un solo modo di rispondere all’allarme provocato da Covid-19, ma è mia opinione che andrà verso un processo di centralizzazione delle decisioni in tutti i livelli di governo, dal globale al locale. D’altronde le risposte di questi mesi anticipano già le principali tipologie di intervento. Se il radicato sistema regionale tedesco ha tenuto un po’ meglio, è anche vero che la frammentazione della recente autonomia regionale in Italia ha evidenziato tutti i limiti della regionalizzazione della sanità. L’espansione della pandemia negli Stati Uniti ha mostrato le conseguenze negative della privatizzazione del sistema di assistenza sanitario. Il Welfare democratico e “universalistico” ad alta imposizione fiscale dei paesi scandinavi, ha cercato di garantire libertà di movimento, ma non si è mostrato sufficientemente capace di bloccare il virus. L’azione autoritaria ed egualitaria della Cina, dimostra la forza di un sistema pubblico centralizzato ma lesivo dei diritti individuali, che non ha bisogno di consenso per agire. Si tratta solo di alcuni esempi che danno il senso del presente e di quello che potrà essere il futuro. In una recente riflessione Mauro Magatti (Corriere della Sera, 15 novembre 2020) ritiene che i paesi che hanno reagito meglio alla Pandemia sono quelli in cui c’è una maggiore predisposizione della popolazione a seguire regole imposte e dove lo spirito di comunità prevale su quello individualista. A questo profilo corrispondono i paesi dell’Asia Orientale. Sembrerebbe che le culture religiose e politiche preesistenti abbiano un’importanza fondamentale nella risposta al virus. Per il futuro il discrimine sarà rappresentato dal grado di solidarietà, di uguaglianza e di democrazia, che le catene di comando politico decideranno di assumere come parametro di riorganizzazione della società; dalla capacità e volontà che avranno di competere con il mercato finanziario e con gli interessi economici organizzati; dalla matrice culturale che gli permetterà di considerare la privacy come valore di libertà e come diritto; dalla consapevolezza o meno che avranno della centralità strategica della questione ambientale. Temi non sempre in perfetta armonia tra loro. Io auspico che si trovi una equilibrata sintesi tra centralizzazione e garanzie democratiche, tra controllo e garanzie della privacy, tra solidarietà e libertà individuale. Dipenderà non solo dalle scelte della politica, ma anche dalla capacità di risposta degli individui riuniti in società, nel rivendicare nuovi modelli di partecipazione e nuovi stili di vita rispettosi dell’ambiente e degli altri uomini. Molti analisti, che hanno messo in evidenza lo spirito di solidarietà, condivisione, temperanza e resilienza che Covid ha fatto emergere nella prima ondata, devono prendere atto che la seconda ondata invece ha generato insofferenza, rifiuto delle norme, violenza e intemperanza. Questo dualismo caratterizza il tempo del Covid. Mi domando quali di queste due reazioni prevarrà nel lungo periodo. Resisterà lo spirito di resilienza alla lenta ripresa della vita post Covid? Potrà questa esperienza essere una risorsa per il futuro? La forza distruttiva di Covid sarà da stimolo per le culture politiche, religiose, etniche e filosofiche del pianeta al fine di trovare linguaggi e valori comuni di democrazia e solidarietà? Sarà il potere destabilizzante di Covid a condurci verso la formazione di quella comunità di destino planetario, auspicata da Edgar Morin? Io sinceramente non ho risposte, ho solo l’auspicio che Covid apra la porta verso un maggiore spirito comunitario.

L’attuale globalizzazione è un fattore decisivo nel moltiplicare le reciproche interrelazioni tra emergenza sanitaria, emergenza ambientale e climatica, emergenza migratoria. La globalizzazione è stata solo una delle condizioni che ha favorito l’emergere dell’attuale pandemia e il contagio a livello mondiale o può anche diventare una possibile soluzione del problema?

C’è infatti uno stretto nesso tra l’emergenza ambientale, quella migratoria e quella sanitaria. Tutte e tre sono il frutto della globalizzazione e sono strettamente connesse tra loro. Tutte e tre pongono alla società globale una doppia sfida: mantenere la sicurezza e modificare gli stili di vita. Fino ad oggi il tema della sicurezza è stato affrontato polarizzando la paura e alzando barriere di odio nei confronti dei migranti, che tolgono lavoro, portano malattie e violenza. Questo atteggiamento spinge così a blindare il nostro stile di vita basato sui consumi. Il coronavirus ribalta questa narrazione e ci dimostra all’improvviso che l’insicurezza, sanitaria ed economica, viene dalle aree più ricche ed è il prodotto della nostra società dei consumi e dell’alterazione degli equilibri ambientali che noi stessi abbiamo creato. Oggi per bloccare il virus tutte le autorità richiedono di rimodulare temporaneamente il nostro stile di vita rendendolo più controllato e più parco. A ben vedere è la stessa richiesta di Greta Thumberg, che ci invita a un cambiamento strutturale delle nostre modalità di produzione, di mobilità, di alimentazione e di svago, per salvare il pianeta dal riscaldamento globale e dall’esaurimento delle risorse. Di fronte all’insicurezza e alla precarietà prodotta dalla globalizzazione possiamo rispondere individuando un nemico esterno, trincerandoci nella certezza della bontà del nostro modello di vita, oppure prendendo atto che è il nostro modello di vita che genera instabilità e insicurezza, spingendoci a ripensarlo. La pandemia da coronavirus e il riscaldamento globale sono due facce di un pianeta iper connesso e profondamente diseguale per condizioni socio economiche: pianeta che la specie umana ha messo sotto stress. I segnali di questa malattia della terra sono ormai molti, forse è arrivato il momento di fermarsi a riflettere sul nostro futuro come individui, come società e come specie.

Da un punto di vista storico, come considerare l’attuale pandemia? È un evento che segna un cambiamento epocale nella storia con conseguenze radicali sul nostro modo di vivere e sugli assetti geopolitici del pianeta o superata l’emergenza tutto ritornerà più o meno come prima?

A sintesi di tutto quello che ho detto fino ad ora, non ho dubbi che nel post Covid nulla sarà come prima. In primo luogo in chiave analogica credo che si possa affermare che le grandi pandemie sono state motore di grandi cambiamenti. Anche questa lo sarà, basti pensare a come sta già radicalmente cambiando il nostro modo di lavorare e di acquistare, non più in presenza. Ritorno solo con un accenno sulla esperienza della distruzione delle popolazioni pre-colombiane in America, per evidenziarne la portata epocale. Ma se vogliamo rimanere sui cambiamenti delle condizioni e dei modelli di vita meno appariscenti ma altrettanto importanti, ricordo come le epidemie di colera dell’Ottocento europeo hanno influito almeno su due fronti della modernizzazione capitalistica: la formazione dei sistemi sanitari nazionali e la costruzione delle reti idriche e fognarie delle città. Nello specifico di Covid-19 la forza dell’impatto credo che sarà epocale perché la crisi epidemica si somma alla crisi globale del liberismo e alla crisi globale climatica, accelerandone gli esiti e le soluzioni. Il futuro va costruito e sarà anche quello il prodotto di rapporti di forza. Lo scenario che io auspico mi sembra sia già emerso nel corso dell’intervista. È fatto di economia sociale e circolare, decarbonizzazione, recupero dello spirito di comunità tra gli stati e tra gli umani. Ma il futuro è sempre un’incognita.

Per le ragazze e i ragazzi di oggi l’attuale pandemia rappresenta l’evento realmente rilevante della loro vita, fra quelli che restano sia nella memoria individuale e collettiva che nella Storia. Ragionarne a scuola è perciò inevitabile e indispensabile. In particolare quali strumenti per leggere l’attuale pandemia può offrire loro un docente di storia?

I nostri maestri di storia ci hanno insegnato che la storia parte dalle domande del presente e i migliori ricercatori di didattica della storia ci ricordano che la “rilevanza” dell’insegnamento della storia consiste nella capacità di costruire un nesso vitale tra l’oggetto dello studio e la sua utilità nella vita degli studenti. Quindi partire dall’attuale pandemia per studiare il processo di coevoluzione tra uomini e natura, nello specifico tra uomini e microbi, è un modo per rendere utile lo studio alla vita dei nostri studenti. Arie Wilschut ci propone tre strumenti per raggiungere questo obiettivo: l’analogia storica, la costruzione di scenari futuri, le domande essenziali sulla storia dell’umanità. Mi sembra un utile consiglio da seguire, e in questa intervista qualche indicazione in questa prospettiva mi sembra sia emersa.

“Il Bollettino di Clio” NS n. 14/2020

 

 

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