Gadi Luzzatto Voghera: Antigiudaismo, Antisemitismo, Antisionismo
Antigiudaismo, Antisemitismo, Antisionismo
di Gadi Luzzatto Voghera
L’articolo è tratto da IL Bollettino di Clio NUOVA SERIE NUMERO 20 – DICEMBRE 2023
Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC )
Premessa
L’antisemitismo, come molte altre ideologie o pratiche scellerate che hanno oscurato le vicende del Novecento, rientra nel novero di quelle strane “malattie” da cui l’italiano medio si sente immune. Il mito del “bravo italiano” impedisce di affrontare parti dolorose della nostra storia, e l’antisemitismo – che pure vi fu, ed è ancora oggi diffuso in varie forme – è considerato nella storia d’Italia solo un “esito nefasto” del fascismo. Cambiare questo stato di cose, prendere atto della funzione che l’antisemitismo ha avuto ed ha in questo paese, significa anche attivare dei meccanismi pedagogici che ne diffondano la conoscenza e la percezione a livello capillare. In questa prospettiva può essere d’aiuto fare chiarezza sull’uso della terminologia che indica in varie forme e in diversi contesti l’ostilità antiebraica. Antigiudaismo, giudeofobia, antisemitismo, antisionismo (declinato in forme che vedremo) non sono sinonimi e vanno attentamente contestualizzati. Il problema dell’individuazione di questo ventaglio di espressioni linguistiche, ideato per indicare un fenomeno apparentemente unitario, va di pari passo con la complessità con cui si guarda alla realtà ebraica nel suo complesso nel corso della storia. Per rimanere legati alla sola lingua italiana, troviamo nei secoli espressioni come ebreo, hebreo, giudeo, israelita, israeliano, sionista. Si tratta di sostantivi (a volte declinati come aggettivi, in negativo) che conoscono un loro contesto, una o più origini letterarie e storiche, molte distorsioni.
Il tema fondamentale da cui prendere le mosse è, in definitiva, proprio quello della distorsione, poiché l’ostilità antiebraica (con qualsivoglia declinazione lessicale) si fonda sulla distorsione della storia. Si tratta di una necessità ideologica: l’utilizzo di un linguaggio ostile contro il gruppo ebraico necessita di un’immagine unitaria e univoca (oltre che negativa, naturalmente) di quella collettività. La costruzione di un’icona negativa (non importa quanto coerente) è la premessa necessaria per il linguaggio dell’odio, e gli ebrei non fanno eccezione in tale contesto. Questa operazione prevede l’utilizzo arbitrario di singole caratteristiche reali della cultura, della tradizione o delle usanze ebraiche inserendole nel contesto di un discorso d’odio. Non c’è interesse per storia, cultura e tradizioni ebraiche nel loro complesso, ci si guarda bene dal segnalare le diversità e le articolazioni interne al mondo ebraico (numerose e interessanti), e si delinea un’immagine, univoca, negativa e aggressiva del gruppo ebraico dal quale ci si dovrebbe difendere. Un gruppo rappresentato peraltro in prospettiva a-storica: gli ebrei sarebbero da sempre e per sempre elementi negativi e minacciosi, inemendabili per natura. In definitiva siamo in presenza di una distorsione motivata da necessità ideologiche.
- Antigiudaismo
L’espressione “antigiudaismo” è probabilmente la più semplice da definire. Essa delinea infatti un’ostilità di natura prettamente religiosa, indirizzata innanzitutto alle espressioni di religiosità ebraica posteriori alla redazione del testo biblico. Nel contesto cristiano, questo linguaggio sorge e si rafforza nel momento in cui componenti maggioritarie del mondo ebraico non riconoscono la natura messianica di Gesù e contestualmente – specie dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e ancor di più dopo il fallimento della rivolta antiromana del 132-135 d.C. – sviluppano un percorso di scritture e commenti noti come letteratura post-biblica che danno vita all’ebraismo (o giudaismo), le cui basi ancora oggi caratterizzano le comunità della diaspora e di Israele. La necessità teologica espressa dalla Chiesa di affermare una nuova Alleanza prevedeva una rapida estinzione della cosiddetta vecchia Alleanza. Il permanere – al contrario – di comunità ebraiche organizzate in maniera autonoma e sostanzialmente disinteressate alla prospettiva intrapresa dal cristianesimo nel suo complesso costituì motivo di imbarazzo e in determinati frangenti e forme diverse produsse un crescente fenomeno di ostilità antiebraica. Da qui deriva il sostantivo “antigiudaismo”, che si tradusse nel tempo nella costruzione di un consolidato linguaggio fatto di stereotipi, timori, distorsioni.
Il linguaggio della polemica antigiudaica cristiana fuoriuscì presto dai binari di un dibattito fra modelli religiosi per sconfinare nella diffamazione (false accuse di omicidi rituali, offese all’ostia, avvelenamenti di pozzi d’acqua e altro) e degenerare nella persecuzione fisica sistematica. La lunga storia delle persecuzioni e delle costrizioni sociali legate all’ideologia antigiudaica fu segnata da diverse tappe in età tardo antica (divieto di perseguire proselitismo, esclusione dalle cariche pubbliche, crescenti limitazioni cui vennero sottomessi i tribunali rabbinici, ricorrenti atti di violenza contro singoli e contro intere comunità). Nel costante tentativo di sradicare dalla figura e dall’insegnamento di Gesù qualsiasi anche lontana eco della tradizione ebraica, in molti scritti cristiani vennero per secoli reiterate accuse violente al popolo ebraico, colpevole di trasgredire alla volontà di Dio e quindi meritevole di disprezzo e di persecuzione. Era stata soprattutto l’opera di Agostino a influenzare la posizione della Chiesa nei confronti del popolo ebraico. Di fronte alla scomoda evidenza che, nonostante la venuta del messia e la nascita del cristianesimo identificato come la genuina continuazione della vicenda terrena del popolo di Dio (il cosiddetto verus Israel), continuava ad esistere un popolo ebraico che persisteva nell’attesa messianica e faceva riferimento cultuale alla Bibbia, di cui conservava la lingua originaria, arricchendola di continuo con commenti e glosse, l’interpretazione della storia fornita da Agostino nel suo De civitate Dei diede uno strumento senza dubbio efficace per affrontare e risolvere la questione. Per il santo di Ippona il popolo ebraico si era dimostrato nemico di Dio compiendo in effetti tutti i misfatti che gli sono attribuiti. Nonostante ciò, Dio, che lo punisce disperdendolo fra le genti, lo vuole mantenere in vita come “popolo testimone” della sua potenza e della “verità” rappresentata dal cristianesimo. Un’interpretazione, quella di Agostino, che se non impediva la persecuzione, certo vi poneva una qualche forma di freno, e nello stesso tempo forniva una comoda spiegazione dell’innegabile evidenza di una sopravvivenza del popolo ebraico.
Durante tutto il Medioevo e nell’età Moderna, a momentanei periodi di calma e di convivenza relativamente pacifica si alternarono espulsioni, massacri, roghi e rapine. Dal punto di vista giuridico gli ebrei – che vivevano dispersi in numerose piccole comunità in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo – vennero considerati nel Sacro Romano Impero – a partire dal secolo XIII – servi camerae regis, vale a dire proprietà dell’imperatore. Per lungo tempo, fino al secolo XIV, la popolazione ebraica non si caratterizzò per la pratica di una specifica professione. Spesso troviamo, accanto a persone impegnate nel commercio, ebrei che si dedicano all’agricoltura, all’artigianato, alla medicina, oltre che alle tradizionali attività di studio e di insegnamento che costituivano la peculiarità culturale di queste comunità. Solo in seguito, una serie di restrizioni giuridiche impedirono progressivamente agli ebrei altre forme di attività che non fossero il commercio e il prestito di denaro, escludendo il possesso in qualsiasi forma di beni immobili (case, terreni, ecc.). A questa caratterizzazione forzata sul piano professionale e sociale, fecero seguito i provvedimenti legati alla costrizione abitativa; a partire dal secolo XVI, e in particolar modo dopo l’emanazione della bolla Cum nimis absurdum voluta dal papa Paolo IV nel 1555, gli ebrei furono costretti a risiedere in ghetti, in zone spesso degradate delle città, separati dal resto della popolazione.
Oltre a questo quadro di restrizioni va ricordata la lunga serie di azioni ed episodi direttamente persecutori. Massacri, spesso perpetrati in nome della religione ma che celavano motivazioni politiche o sociali assai diversificate, colpirono le deboli e indifese comunità ebraiche in varie epoche. Le crociate (in particolare la prima, 1096) portarono gravi lutti soprattutto fra gli ebrei delle comunità renane. Nel corso delle frequenti epidemie di peste la popolazione spesso addossava agli ebrei la responsabilità di «avvelenare i pozzi», e in nome di questa credenza superstiziosa vennero perpetrate uccisioni in tutta l’Europa centrale.
Motivazioni spesso di natura politica ed economica si posero alla base del frequente e triste fenomeno delle espulsioni; gli ebrei vennero allontanati da diverse zone del continente e in differenti epoche (Inghilterra 1290, Francia 1306, Spagna e Sicilia 1492, Portogallo 1497). Di particolare rilevanza per la storia dell’antisemitismo e degli ebrei furono le espulsioni perpetrate alla fine del secolo XV dalla penisola iberica. In Spagna e Portogallo viveva infatti la comunità ebraica più importante e numerosa, che viveva perfettamente integrata e sviluppava una ricca tradizione culturale. Numerosi erano i personaggi di rilievo, anche sul piano politico, e in quelle comunità nascevano e fiorivano nuove forme di partecipazione e studio come la mistica ebraica (lo Zohar, il principale testo mistico ebraico, ha origini spagnole) e la poesia. Con le espulsioni, centinaia di migliaia di ebrei furono costretti in pochi mesi a trasferirsi nei paesi del nord-Africa, nell’impero ottomano, in Italia e nei Paesi Bassi, dando vita a nuove comunità che in parte vennero vissute dai protagonisti del tempo come un nuovo esilio. Dal punto di vista dell’ostilità antiebraica questo episodio risulta essere di particolare importanza; l’espulsione venne infatti decretata come alternativa alla conversione al cristianesimo. Ora, la pratica delle conversioni forzate era stata adottata verso gli ebrei in diverse epoche e con risultati contrastanti. Il dato di fondo, però, rimaneva questo: che una volta convertito – volontariamente o meno – l’ebreo cessava definitivamente di essere tale e diveniva cristiano a tutti gli effetti. Nella Spagna e nel Portogallo dei secoli XVI e XVII questo assioma venne messo in discussione da una nuova forma di nicodemismo ebraico, il marranesimo. Una certa percentuale degli ebrei che alle persecuzioni e alle espulsioni preferirono la conversione, rimase cioè legata nel segreto delle case alla celebrazione dei riti religiosi ebraici. Questo comportò col tempo due fondamentali conseguenze dal punto di vista della storia dell’antiebraismo: da una parte nacque il concetto di limpieza de sangre (purezza del sangue), una connotazione per la prima volta «razzista» dell’appartenenza religiosa. In pratica per avere accesso a cariche pubbliche, a titoli nobiliari o a congregazioni religiose, spesso venne richiesto un certificato che dimostrasse l’assenza di ebrei nel proprio albero genealogico; non era più considerata sufficiente l’appartenenza alla religione cristiana, bisognava essere immuni da «inquinamenti» familiari che potevano mettere in discussione la fedeltà completa alla Chiesa. In secondo luogo, si venne formando in questi anni il timore sotterraneo di un complotto segreto, ordito nell’ombra da ebrei che apparentemente si dichiaravano cristiani; questo elemento giocò un ruolo fondamentale nelle vicende dell’antisemitismo in età contemporanea.
Abbiamo parlato di sangue, e non possiamo non sottolineare il ruolo fondamentale che questo elemento ha giocato come simbolo dell’antigiudaismo. L’idea professata fra l’altro nel Vangelo di Matteo secondo cui il sangue versato da Gesù in croce debba ricadere su tutte le successive generazioni di ebrei, si trasformò nel corso dei secoli fino ad assumere caratteristiche di concretezza materiale. Non solo gli ebrei erano considerati responsabili di Deicidio, ma a partire dal 1144 (a Norwich, in Inghilterra) essi vennero accusati di reiterare simbolicamente l’uccisione di Dio per oscuri motivi rituali sia attraverso la profanazione dell’ostia (il corpo di Cristo), sia soprattutto tramite l’assassinio di bambini cristiani. Il triste fenomeno della violenza verso i bambini, che ha afflitto ogni epoca, venne in tal modo addebitato dalla superstizione popolare in numerosi casi agli ebrei: la Chiesa assecondò in maniera quasi generalizzata questo tipo di accusa. In diversi momenti e in diversi luoghi geografici, fino all’ultimo caso noto a Kielce in Polonia nel 1946, dove gli ebrei vennero accusati di perpetrare il cosiddetto «omicidio rituale», l’uccisione di un bambino cristiano il cui sangue sarebbe dovuto servire per impastare il pane azzimo che tradizionalmente viene consumato durante i giorni di Pesach, la Pasqua ebraica. Una pratica del tutto estranea all’ebraismo, che considera fra l’altro il sangue come una cosa che si deve accuratamente evitare di mangiare. Ciò nondimeno, questa accusa provocò numerosi episodi di massacri di comunità ebraiche, accompagnati da processi e roghi organizzati dalle autorità ecclesiastiche (il più noto in Italia è il caso della comunità di Trento, sterminata nel 1475 per l’accusa di aver ucciso un bambino – Simonino – che venne fatto beato e il cui culto tutt’oggi è mantenuto in alcuni gruppi dell’intransigentismo cattolico).
L’idea di “dissanguamento” è legata all’altro pregiudizio che – per motivazioni di natura economica e sociale – caratterizzò l’ostilità antiebraica in epoca Medievale e Moderna: l’attaccamento al denaro. La progressiva settorializzazione delle attività professionali degli ebrei, che abbiamo visto sempre più spostarsi per motivi giuridici verso l’attività di commercio e di prestito a pegno, provocò soprattutto in Europa l’identificazione dell’ebreo con l’idea di denaro. Sempre più spesso questi divenne sinonimo di avarizia e avidità, e l’attività di prestito – specialmente di piccola entità, legata alle esigenze quotidiane delle popolazioni contadine e dei ceti medio-bassi delle città – contribuì a formare l’immagine superstiziosa dell’ebreo come sanguisuga, che si arricchisce sulle spalle degli altri. Questo tipo di immagine archetipica venne fissata definitivamente nel secolo XV, allorché venne organizzata dagli ordini mendicanti Francescani e Domenicani una vasta campagna per la soppressione dei banchi di prestito e l’erezione di Monti di Pietà. Le loro accese prediche contro il “prestito ebraico” furono spesso seguite da atti di violenza contro le comunità, espulsioni e requisizioni arbitrarie.
- Antisemitismo
L’oggetto dell’“antisemitismo” non sempre prevede l’esistenza effettiva, in carne e ossa, del nemico apparentemente dichiarato, cioè l’ebreo. Spesso l’ebreo diventa una categoria astratta, che ne comprende al suo interno altre come la cupidigia del denaro, il complotto segreto, l’odio nascosto; questo fatto determina quindi una differenziazione basilare e di principio fra i concetti di antigiudaismo e antisemitismo. Nonostante ciò, spesso e volentieri l’antisemitismo fa uso di linguaggi e di schemi concettuali derivati dall’antigiudaismo. Anche se la parola antisemitismo venne ideata ufficialmente solo nel 1879, in un testo dello storico tedesco Wilhelm Marr, in realtà l’elaborazione di questa ideologia aveva conosciuto delle tappe precedenti e in quell’anno si poteva dire già definitivamente strutturata. Ci si trovava in un contesto in cui il processo di emancipazione degli ebrei nella società moderna (in particolare in Europa) era ormai avanzato. Gli ebrei si andavano staccando dalla condizione di segregazione sociale che era stata ereditata dall’età dei ghetti, anche se rimaneva una grande maggioranza di ebrei, sia in Europa occidentale che nelle regioni orientali (per non parlare dei paesi nord-africani e del Medioriente), che viveva ancora in condizioni di povertà e indigenza. Soprattutto in Europa orientale questi milioni di persone costituirono nella seconda metà del secolo un grande bacino di manodopera a basso costo per la nascente industrializzazione, e in pratica furono le masse che subirono le più gravi conseguenze dell’antisemitismo otto-novecentesco. Ciò nondimeno, nel processo di formazione dell’ideologia antisemita moderna questa maggioranza di ebrei diseredati venne decisamente e strumentalmente trascurata, lasciando ai confratelli più agiati dell’Europa occidentale il ruolo di protagonisti.
Gli ebrei occidentali si avviarono in epoca di emancipazione in direzione di una rapida integrazione al nascente modello borghese di società, partecipando al generale processo di secolarizzazione. L’ebreo – è questo il dato importante per la nascita dell’antisemitismo moderno – andava perdendo la propria “visibilità”. Questa si trasformò rapidamente da un dato estetico-sociale in una questione politica. La straordinaria ascesa sociale di alcune famiglie ebraiche europee, determinata dall’improvvisa possibilità di diversificazione di investimenti di capitali fino ad allora forzatamente compressi nell’attività bancaria, venne percepita come uno degli effetti principali delle grandi trasformazioni economiche e sociali che avevano accompagnato i primi decenni della rivoluzione industriale. A questa si accompagnò la novità di vedere persone di religione ebraica ricoprire ruoli sociali che per secoli erano stati loro preclusi: avvocati, funzionari statali, ufficiali dell’esercito, imprenditori, uomini politici. Il profondo mutamento in atto determinò la diffusa sensazione che gli ebrei fossero i principali beneficiari del crollo dell’antico regime e dell’ascesa della società borghese.
L’utilizzo in varie forme dell’ideologia antisemita costituì patrimonio comune dei tre grandi ambienti ideologici che hanno caratterizzato il panorama politico e culturale in Occidente: il mondo cristiano, quello borghese-liberale e quello socialista. Eredi diretti della secolare tradizione antigiudaica di matrice teologica, gli ambienti più integristi della Chiesa andarono elaborando nel corso dell’Ottocento una costante e implacabile polemica contro il mondo moderno e l’idea di progresso, considerati i principali responsabili della perdita del potere temporale del papa (Roma, 1870) e del più generale indebolimento della posizione della Chiesa stessa nella società europea. In questo contesto veniva elaborata negli ambienti ecclesiastici una ideologia della cristianità che poneva alla base della propria analisi sulla modernità quella che alcuni storici hanno definito “genealogia degli errori del mondo moderno”; si tratta di un elenco delle componenti dichiaratamente nemiche della cristianità che, unite come una catena, avrebbero dato vita a un secolare attacco alle posizioni della Chiesa nella società fino a culminare con i tempi bui del secolo XIX. Primi elementi di questa catena risultavano essere, nel Cinquecento, la Riforma Luterana e Calvinista. A questi era seguito nel secolo XVIII il pensiero illuminista che, appoggiato dalle segrete trame della Massoneria, aveva provocato la Rivoluzione francese e il crollo dell’antico regime. La nuova forma di società borghese che ne era scaturita, era guidata dal pensiero Liberale (ancora una volta segretamente manovrato dalla Massoneria) che aveva proseguito nell’intento di indebolire la Chiesa e gettare discredito sui valori della cristianità dando vita a un ideale di progresso e di emancipazione dell’uomo che contraddiceva con le linee di azione predicate da Roma. A questo era inevitabilmente seguito il Socialismo, che con la sua ideologia universalistica rappresentò per gran parte dei pensatori cristiani il pericolo maggiore, fino a quando non venne sostituito dalla paura del Comunismo dopo la Rivoluzione russa del 1917. In questa catena gli ebrei trovarono il loro ruolo in diverse forme: quando non vennero collocati come elemento legittimo di questa perversa genealogia degli errori umani, essi si trovarono indicati come occulti ispiratori e manovratori delle mene massoniche, delle politiche anticristiane dei governi liberali o delle violente proteste proletarie organizzate dai socialisti.
La persistenza di una componente politica antisemita in un mondo come quello borghese-liberale deriva – non senza qualche contraddizione – dalle dinamiche ideologiche imposte dalla Rivoluzione francese. Secondo l’impostazione data dall’Assemblea costituente francese nel 1791, gli ebrei avevano diritto all’equiparazione civile come tutti gli altri cittadini, rispondendo però al principio per cui tutto doveva essere loro riconosciuto in quanto cittadini, mentre nulla poteva essere loro concesso in quanto popolo, secondo la definizione enunciata da Clermont-Tonnerre. Questa impostazione rispondeva a ben comprensibili esigenze di unità nazionale, e venne accolta con generale soddisfazione dalle comunità ebraiche che negli anni successivi, a seguito dell’espansione militare francese, poterono godere delle benefiche conseguenze dell’emancipazione in gran parte dell’Europa occidentale. Ma il principio di fondo, così com’era stato enunciato, conteneva in sé conseguenze che, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo XIX, avrebbero fornito la base sul piano teorico ad alcuni temi fondamentali dell’ideologia antisemita. In particolare, con l’emergere dei nuovi nazionalismi, in Europa iniziò a farsi sempre più pressante la richiesta verso i cittadini ebrei di abbandonare ogni forma di “particolarismo” e di integrarsi definitivamente alle diverse realtà nazionali. Questa impostazione fece in qualche misura da supporto teorico, nel corso degli ultimi due secoli, ad alcuni dei temi più ricorrenti dell’antisemitismo moderno, dall’accusa di costituire uno “Stato nello Stato” (e quindi di operare contro gli interessi della nazione), a quella di “particolarismo”, fino all’accusa più dirompente di tutte, quella di “complotto” sovranazionale. Si legherà inoltre a questo tipo di impianto teorico la tesi estremistica della differenza biologica razziale fra gli ebrei (considerati sul finire dell’Ottocento “semiti”) e il resto della popolazione europea (che una teoria della purezza razziale considerava appartenente a un fantomatico ceppo “ariano”). Fu la strada imboccata dai nazionalismi più intransigenti, strada che condusse direttamente allo sterminio di milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Le radici dell’utilizzo della propaganda antisemita nel mondo socialista si pongono in posizione praticamente speculare e opposta ai fondamenti teorici dell’antisemitismo coltivato nel mondo liberale-borghese. L’immagine dell’ebreo veniva senza mezze misure identificata con quella del borghese capitalista, arricchitosi sfruttando il lavoro del proletariato o attraverso le speculazioni della borsa e dell’alta finanza. In questa dimensione, poco importava se l’immagine artificiosamente proposta rispondesse o meno a una effettiva realtà di fatto; non si riuscivano a scorgere, malgrado la loro visibilità, le masse proletarie di ebrei che popolavano l’Europa orientale e affollavano le nascenti periferie industriali delle grandi metropoli. Non entravano nell’immagine comunemente contrabbandata dell’“ebreo” quelle centinaia di migliaia di profughi privi di tutto che abbandonavano la Russia e la Polonia a causa della povertà e delle persecuzioni antisemite ed emigravano negli Stati Uniti e nelle grandi città europee, a Parigi e a Londra. A questa maggioranza disperata, l’iconografia antisemita contrapponeva l’immagine della minoranza di ebrei europei emancipati, ai quali venivano attribuite le maggiori responsabilità per i guai provocati dalla rivoluzione industriale e dal moderno sistema capitalistico. Buona parte dei teorici del socialismo contribuì con scritti specifici o con singole affermazioni ad alimentare quest’idea di equiparazione concettuale fra l’ebreo e il borghese-capitalista: Pierre Proudhon sosteneva la necessità di espellere gli ebrei dall’Europa e sterminarli, poiché erano da considerarsi solo degli affaristi e degli speculatori; Alphonse Toussenel, nel suo Les Juifs, Rois de l’Epoque identificava come ebreo chiunque trafficasse illecitamente in denaro alle spalle del lavoro altrui; per Michail Bakunin gli ebrei erano dei vampiri e dei parassiti. Lo stesso Karl Marx, che pure era di origini ebraiche, affrontò il problema in un suo scritto, La questione ebraica, nel quale accreditò l’immagine dell’esclusivismo ebraico e sostenne l’idea che l’ebraismo consistesse in realtà nel culto del denaro, equiparando in pratica la società borghese capitalista all’ebraismo.
Partendo dal presupposto che in ambito didattico viene affrontato quasi esclusivamente l’antisemitismo nella sua accezione di linguaggio politico generato alla fine del secolo XIX e sviluppatosi nel corso del Novecento con gli esiti ben noti, l’insegnante si trova spesso a dover concentrare in pochi brevi cenni storici un argomento che richiederebbe interi seminari di approfondimento con l’esame di un’abbondante documentazione scritta e iconografica. L’origine del moderno antisemitismo come linguaggio politico disegna una storia che attraversa gli ultimi due secoli. Probabilmente uno dei temi più attuali su cui incentrare la riflessione connessa all’antisemitismo sia in prospettiva storica, sia in chiave contemporanea, è quello del “complotto”. È noto che la teoria del complotto trae origine dal concretizzarsi dell’antisemitismo come linguaggio politico alla fine dell’Ottocento e che vede il suo testo fondamentale nei diffusissimi Protocolli dei Savi Anziani di Sion, testo su cui continuano ad esercitarsi la critica testuale e la storiografia con esiti interessanti. Il messaggio che proviene dai Protocolli e che ha un grande successo per la dimostrata capacità di stratificarsi come pre-conoscenza – dato acquisito e diffuso a livello popolare generalizzato e difficilmente confutabile proprio perché basato non su realtà storiche ma su certezze pregiudiziali e segrete – è che i fenomeni politici o economici che non riusciamo a comprendere (e che ci danneggiano o che percepiamo come negativi) siano da addebitare a un gruppo di individui più o meno occultati che si riuniscono in un’alleanza complottando per un dominio generalizzato sull’agire umano. Una sorta di universalismo negativo, una forza del male contrapposta alla sincerità dell’agire umano positivo. Su questo modello i Protocolli hanno offerto una versione antiebraica, poggiando sulla facile constatazione storica che esistevano (ed esistono) comunità ebraiche diffuse un po’ in tutto il mondo e che la realtà ebraica è (sembra) un universo inconoscibile legato a una lingua particolare scritta in un alfabeto particolare e al rispetto di un codice (il Talmud) che tradizionalmente nella storia è stato accusato (soprattutto da parte cristiana e non importa se a torto o a ragione) di educare l’ebreo all’odio verso i gentili. Il modello del complotto ha l’indubbio vantaggio di essere consolatorio (e quindi redditizio) sul piano politico. Non importa che sia vero o falso, importa che un determinato disagio sociale o un rovescio economico, o una precaria situazione politica siano addebitabili non a precise responsabilità o condizioni, ma a un fantomatico complotto del quale accusare qualcuno.
- Antisionismo
Che si parli di filosofia ebraica medievale o di banchi di prestito, di ghetti o di Shoah o di teatro Yiddish, in una scuola dell’Italia del XXI secolo l’immagine che i ragazzi hanno degli ebrei è una sola, e proviene direttamente dalle pagine dei giornali e dalle cronache televisive: il soldato israeliano. Per questo motivo, qualunque sia l’argomento trattato, al momento della formulazione delle domande non potrà mancare quella classica: “ma com’è possibile che un popolo che ha sofferto tanto, un popolo di perseguitati, si sia trasformato in un popolo di persecutori?”. La questione che si introduce ha una duplice articolazione: da una parte costringe a una riflessione sull’equazione antisionismo=antisemitismo e a una sua eventuale confutazione. E d’altra parte costringe a riflettere sulla questione del mondo ebraico come entità considerata monolitica e astrattamente identificata con un modello dal quale non può distaccarsi.
La riflessione in questo caso non può che prendere le mosse da una premessa relativa al concetto di “sionismo”. L’antisionismo è – per definizione – un’espressione politica polemica nei confronti della corrente nazionalista ebraica che prende il nome di sionismo. Al contrario del “semitismo” (espressione priva di valore, non esiste un pensiero “semita”), il sionismo è in effetti un’ideologia esistente e fortemente radicata in diversi settori della popolazione ebraica. Si tratta di un movimento politico organizzato dalla fine del secolo XIX (congresso di Basilea, 1897), e racchiude in sé numerose anime con fini e indirizzi assai differenziati. Schematicamente, le principali correnti del sionismo – tutte legate alla cultura politica europea – si possono raggruppare in tre aree di indirizzo: il sionismo socialista, il sionismo revisionista e il sionismo religioso. Il sionismo è un movimento disomogeneo, che non raccoglie peraltro i consensi unanimi del popolo ebraico. Numerose sono le espressioni di indifferenza o anche di aperto antisionismo da parte di ebrei. In ogni caso non è unanimemente accettato il presupposto del sionismo di riunire l’intero popolo ebraico nell’odierno stato d’Israele. Tuttavia, da diverso tempo per ragioni di polemica politica la parola sionismo e l’aggettivo sionista sono stati declinati in alcuni ambienti come sinonimo di colonialismo antiarabo, imperialismo, ideologia tesa al controllo politico globale sia in Medioriente sia altrove. Anche in questo caso ci si trova di fronte a una distorsione della storia e a una sua forzata semplificazione. Di certo si può legittimamente sostenere sul piano storico che il sionismo sia stato in determinati ambiti un movimento coloniale di tipo occidentale, ma non è storicamente sostenibile attribuire a quell’ideologia politica nazionalista caratteristiche che rimandano direttamente alla teoria del complotto. Si tratta quindi di individuare in che modo l’antisionismo sia una forma legittima di polemica politica, e quando al contrario l’antisionismo non sia un modo nuovo di declinare l’antisemitismo, riproponendone le forme in termini aggiornati.
La cosiddetta Definizione operativa di antisemitismo proposta dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016 compie un tentativo di definire con maggior precisione questo tipo di distinzione. Mentre criticare Israele e le sue politiche non dovrebbe essere considerato di per sé antisemita, non di rado la discussione sull’argomento può essere contaminata (sia consapevolmente sia inconsapevolmente) da antisemitismo o stereotipi antisemiti. Al giorno d’oggi, i discorsi e le azioni di contestazione a Israele possono avere implicazioni anche sulla sensazione di sicurezza e accettazione degli ebrei, e spesso spingono gli ebrei a costringersi all’autocensura nelle discussioni sull’argomento o alla necessità di sposare l’antisionismo per essere accettati in alcuni circoli politici. La definizione dell’IHRA afferma che: “accusare gli ebrei come popolo, o Israele come Stato, di inventare o esagerare l’Olocausto; accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei in tutto il mondo, che agli interessi delle loro nazioni; negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, per esempio, sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia uno atto di razzismo; applicare due pesi e due misure richiedendo a Israele un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica; usare i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (per esempio, affermazioni di ebrei che uccidono Gesù o calunnie del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani; paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti; ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele, sono esempi di espressioni contemporanee di antisemitismo”. Spesso, le discussioni su Israele sono decontestualizzate e non basate su fatti storici. Inoltre, vecchi stereotipi antisemiti vengono trasferiti su Israele e sul sionismo, “mascherando” o rendendo tollerabili espressioni codificate di antisemitismo. Ad esempio, l’accusa di deicidio (l’uccisione di Dio) viene modernizzata rappresentando Gesù in croce con una kefiah (copricapo palestinese) presentandolo come “martire palestinese”; lo stereotipo del potere ebraico diventa potere sionista (i sionisti controllerebbero i media, la finanza, la politica; si fa spesso ricorso all’uso del termine “lobby ebraica”; si rispolvera l’accusa di doppia lealtà (gli ebrei sono accusati di essere più fedeli a Israele che al loro Paese). In molti casi la linea tra ebrei e sionismo è intenzionalmente confusa e di conseguenza non di rado le fiammate nel conflitto israelo-palestinese portano a manifestazioni, atti di vandalismo e violenza contro sinagoghe, istituzioni ebraiche e persone in tutta Europa senza alcuna distinzione.
Riferimenti bibliografici
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Links
https://www.osservatorioantisemitismo.it/