Ad Auschwitz con gli studenti, di Piergiorgio Scaggiante

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Da “Il Bollettino di Clio” n. 10, La divulgazione storica

Piergiorgio Scaggiante, Docente di Storia e Filosofia nel liceo Majorana-Corner di Mirano

  1. Introduzione

’Dopo Auschwitz’ è una locuzione che da tempo ricorre solo nelle pagine di scrittori ebrei. Un fatto non casuale: si può affermare infatti, senza timore di essere smentiti, che l’umanità ha dimenticato Auschwitz, obbedendo così a distanza di molti decenni all’ordine impartito da Hitler ai suoi boia di cancellare ogni traccia della soluzione finale. Eppure Auschwitz non è un episodio fra gli altri, sia pure il più tragico e spaventoso, della seconda guerra mondiale; non è, come si è cercato di far credere affiancandolo ad Hiroshima, un fatto bellico. Come afferma giustamente Jonas, Auschwitz è un evento della storia del mondo. Solo se lo si intende in questo modo, si può parlare di un prima e di un dopo Auschwitz…”[1]

Mi hanno sempre colpito queste parole con le quali si apre l’introduzione di Carlo Angelino alla traduzione del testo di Jonas “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” perché, se Auschwitz non è un episodio tra gli altri del secondo conflitto mondiale, se è vero che non si tratta solo di un evento che scandisce una semplice periodizzazione cronologica, allora veramente siamo costretti a ripensare la storia del Novecento e la stessa nostra attuale storia.

Se queste parole sono vere, parlare di “un prima e un dopo” vuol dire che la storia che viene “dopo” Auschwitz non può che essere radicalmente e qualitativamente diversa dal tempo che l’ha preceduta. Non solo, significa sottolineare che Auschwitz interpella ciò che è accaduto prima e, nello stesso tempo, che tutto ciò che è accaduto dopo quell’evento non può non fare i conti con quanto successo in “quell’angolo di terra polacca”.

Alla luce di tali considerazioni si può cogliere tutto il senso di queste parole:

“Abbiamo cominciato a dividere quella storia tra prima e dopo Auschwitz; in quell’angolo di terra polacca, divenuto terribilmente celebre, si è verificata una rivelazione decisiva: l’uomo moderno, occidentale, ha conosciuto, ha visto in faccia l’insondabile abisso del demoniaco di cui egli si è scoperto portatore; ha dovuto prendere atto che tutti i pensieri sull’uomo e su Dio elaborati nei due millenni di Cristianesimo erano stati irrimediabilmente bruciati insieme con gli ebrei nei forni crematori di quel campo di morte.”[2]

e ancora:

Dinanzi ad Auschwitz, pensandolo come evento “l’intera storia dell’umanità sprofonda nell’insignificanza assoluta o, come afferma Adorno ‘la cultura e la stessa critica della cultura non sono che spazzatura’ e nessuna parola, proveniente dall’alto, neppure teologica, ha il diritto di restare immutata.”[3]

Nel 2006, assieme alla Prof.ssa Giovanna Baghin e alla Prof.ssa Maddalena Minto, coordinati dal Prof. Argentino Cagnin (vera anima dell’iniziativa), abbiamo presentato al nostro Istituto questo progetto “Auschwitz: tra storia e memoria” con la piena consapevolezza che un’attività di educazione e promozione di una cultura di pace, di relazione e incontro autentico con l’altro non poteva che partire da una seria riflessione su quanto accaduto ad Auschwitz e da un’esperienza diretta della visita di quel campo di sterminio.[4]

Sono queste le finalità di tale progetto che a tutt’oggi ha visto coinvolti più di 1500 studenti; finalità, quindi, estremamente legate all’attualità e al presente ma unite alla consapevolezza che per raggiungerle saremmo dovuti necessariamente partire da lì, da quella storia e da quel passato.

Per questo motivo il senso, la logica sottesa a tale progetto è custodita nel titolo stesso, in quel “tra storia e memoria” che vuole esprimere il profondo intreccio dialettico tra il passato e il presente, tra la conoscenza del fatto storico e la memoria di esso.

Quel “tra” diventa lo spazio ermeneutico dove il passato viene interrogato dal presente e dove il presente si sente interpellato da quanto accaduto. Ecco perché l’obiettivo non è tanto o non solo, la pura conoscenza di tale tragedia, quanto quello di far “parlare” tale esperienza nel presente, di invitare gli studenti a “pensare” Auschwitz, che poi significa lasciarsi interpellare da quell’evento con la consapevolezza, come abbiamo sentito dire da Adorno, che non può non essere che così.

Si tratta di un progetto, inoltre, che cerca di coniugare assieme la riflessione teorica con l’esperienza e l’azione stessa, lo studio con l’emotività e questo intreccio ermeneutico, questa sintesi tra il presente e il passato, tra la razionalità e il vissuto anche emotivo lo possiamo ritrovare anche a livello metodologico/didattico.

Possiamo, infatti, dividere tale progetto in tre fasi: una prima fase teorica di studio e riflessione su quanto è accaduto e perché sia potuto accadere, una seconda fase “esperienziale” che culmina con la visita al campo di concentramento e sterminio, e, infine, una rielaborazione di quanto “globalmente” vissuto che ci proietta nel futuro.

  1. Prima fase: la Storia e la Filosofia

La riflessione è aperta da una contestualizzazione storica perché è fondamentale innanzitutto conoscere Auschwitz come evento storico, accaduto in un momento e luogo preciso, per evitare di trasformarlo in un accadimento meta-storico, meta-fisico, il che sarebbe pericoloso, fuorviante, in ultima istanza anche tragicamente consolatorio e deresponsabilizzante.

Ci si focalizza soprattutto sulle contraddizioni e la fragilità della Repubblica di Weimar, sul senso di un regime totalitario, sull’ideologia nazista e sulla centralità della questione razziale. Si cerca, soprattutto, di far cogliere la logica che ha portato ai campi di concentramento e allo sterminio, proprio per far capire agli studenti che la cosiddetta “soluzione finale” è solo l’ultima tappa di un percorso iniziato molto prima e magari, per molti, in modo pericolosamente inconsapevole.

Si cerca, poi, di pensare Auschwitz nel senso di lasciarsi interrogare dalle grandi questioni che questo evento ha posto e pone tutt’oggi: il problema del male, della colpa, di Dio, della stessa modernità “senza la quale Auschwitz non sarebbe stato possibile”.

È questo il momento in cui alla ricerca storica si affianca la meditazione filosofica. Per chi ha dimestichezza con la filosofia si possono riconoscere tra le righe tematiche le voci di Arendt, di Jonas, di Levinas ma anche di Baumann e le sue profonde riflessioni sul rapporto tra modernità e Olocausto.

  1. Seconda fase: il Viaggio e la Visita ai campi

L’incontro con un ex deportato o un testimone di quel tempo apre questa seconda fase in cui la riflessione e lo studio teorico lasciano lo spazio all’esperienza diretta, all’emozione, all’azione stessa. È questo il momento in cui il progetto assume una valenza esperienziale che viene così ad integrarsi e ad arricchire la precedente riflessione teorica. L’esperienza stessa del viaggio in Polonia, in autobus e quindi abbastanza lungo, è una sorta di azione propedeutica che si concretizza e culmina nella visita al campo centrale di Auschwitz e poi di Birkenau. È, questo, inevitabilmente il momento cruciale e centrale di tutto il progetto dove la visione diretta, le sensazioni e le emozioni hanno il sopravvento, ma proprio tale fortissima esperienza, ce ne siamo resi conto subito, potenzia e arricchisce le riflessioni teoriche, in un certo qual modo le completa, non certo le annulla, nonostante sempre si sente dire dai ragazzi “si possono studiare e leggere quanti libri possibili…l’esperienza viva della visita ti spiazza e sorprende sempre.”

  1. Terza fase: il Ritorno e la Rielaborazione

Questa è la fase finale e, in un certo senso, la più importante. Si potrebbe anche dire, “hegelianamente”, che si pone come sintesi delle due fasi precedenti. In realtà l’invito alla rielaborazione comincia già all’interno del campo di Birkenau dove si invitano gli studenti a restare del tempo da soli, per riordinare le idee e…per scrivere. È la fase in cui si ritorna al presente, in cui, adesso sì, si può far memoria di quanto successo e “ricordare”.

Meditate che questo è stato”: è il momento in cui si possono far risuonare con forza e, forse, capire le parole forti di Levi. Il momento della rielaborazione e della restituzione avviene nei tempi e nei luoghi dell’ordinarietà, della scuola, della classe, con i compagni. È in questa concreta dimensione che si vuole “inverare” quanto si è vissuto e aprire ad un futuro che deve essere diverso.

Sono queste le linee teoriche e metodologico/didattiche di un’iniziativa che, nel tempo, ha coinvolto anche gli altri Istituti della Cittadella Scolastica di Mirano[5] e che nel 2010 è stata allargata anche agli adulti arricchendo il progetto di un incontro e scambio di riflessioni tra generazioni diverse. Come già anticipato, nel corso di tredici anni, sono stati coinvolti più di 1500 studenti e più di trenta docenti di varie discipline hanno potuto fare questa esperienza. Con il passare degli anni anche a noi organizzatori si è sempre più chiarito il senso di quanto andavamo facendo e che è riassunto perfettamente in queste parole:

Insegnare la Shoah non rappresenta solo un argomento didattico o un’attività educativa mirante a far conoscere un evento centrale della storia europea: vuol dire soprattutto affrontare un problema di crescita della coscienza e di scelta personale”.

In questo senso, parlare di Auschwitz a scuola rappresenta l’occasione di porre i giovani davanti ad una domanda enigmatica ed aperta sul male e sul rapporto con l’altro, soprattutto in quanto diverso, straniero, nemico. Rappresenta, infatti, non solo la follia o la crudeltà di pochi, ma anche la complicità di molti; come ha messo in luce Primo Levi, i campi svelano la “zona grigia” presente nel cuore di ogni uomo. In questo senso una riflessione che parta da quegli eventi impedisce la banalizzazione del senso della vita, sottopone a critica i meccanismi apparentemente innocenti della vita quotidiana, l’assenza di responsabilità, la separazione, la distanza: induce a scoprire che la vita normale è sempre al confine con la diversità e con l’anormale, non ne è mai separata. Soprattutto mette in crisi il tentativo di relativizzare l’altro, di ridurlo a cosa, allontanandolo da sé e non considerandolo come uomo e prossimo.

Così viene posta una domanda personale, intima, ad ognuno sulla scelta tra il bene e il male non solo di fronte al passato, ma anche rispetto all’oggi. Appare chiaro, di conseguenza, che la lezione della Shoah, per chi vuole accoglierla, parla al presente. Non comunica solo lo sdegno e l’esecrazione per quello che è stato, ma contribuisce a combattere i fenomeni di risorgente antisemitismo e razzismo oggi.

Non conduce solo a prendere parte attiva per evitare che possa accadere di nuovo, in altre parti o periodi della storia, ma a combattere l’odio verso la diversità e la volontà di annullare l’altro che oggi si esprime anche verso diversi gruppi, come gli immigrati o i nomadi.

Dopo Auschwitz, si potrebbe dire, “nessuno deve essere più straniero.”[6]

  1. H. Jonas “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, Introduzione di C. Angelino, Il Melangolo, Genova, 2000, p. 9.

  2. G. M. Pizzuti, L’eredità teologica del pensiero occidentale: Auschwitz, Rubettino, Soneria Mannelli, 1997, p. 106

  3. Introduzione a H. Jonas, cit., p.11

  4. Nel decennale del progetto sono state raccolte in un volumetto testimonianze, riflessioni, immagini, rielaborazioni di questa iniziativa. Tale raccolta, “Auschwitz tra storia e memoria. 2006/2016: dieci anni di un progetto nella scuola”, può essere richiesta al Liceo Majorana-Corner di Mirano http://www.majoranacorner.gov.it/wsite/progetti-2/auschwitz-2016/

  5. Dall’anno scolastico 2011/12 sono stati coinvolti studenti del triennio dell’ITIS “Levi-Ponti” e successivamente anche dell’IIS “8 Marzo-Lorenz”, entrambi di Mirano.

  6. M. Santerini, La lezione della Shoah, in “Studi e documenti degli Annali della Pubblica Istruzione” n° 117-118, p. 24

 

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