NELLA “NEBULOSA DI CONTRAFFAZIONI”. LA SFIDA DI “FACT CHECKING” DI EDITORI LATERZA
Articolo tratta da “IL BOLLETTINO DI CLIO” NUOVA SERIE NUMERO 21 – SETTEMBRE 2024 ISSN 2421-3276 VERO FALSO FINTO NELLA STORIA
NELLA “NEBULOSA DI CONTRAFFAZIONI”. LA SFIDA DI “FACT CHECKING” DI EDITORI LATERZA
di Carlo Greppi Curatore della serie Laterza “Fact Checking”
- La sfida di “Fact Checking”
La serie “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti”, che curo per Editori Laterza e ha esordito nel 2020 con il mio L’antifascismo non serve più a niente (Greppi C. 2020), nasce l’anno precedente in dialogo con Giuseppe Laterza e con l’editor Giovanni Carletti come reazione alla proliferazione di fake news storiche, diffuse in maniera esponenziale grazie ai social network, ma anche in risposta a un uso politico della storia sempre più sistematico. Autori, autrici ed editore condividono l’esigenza di restituire complessità e valore alla ricerca storica e di giocare un ruolo significativo nel dibattito pubblico sul nostro passato. In molti casi infatti la strumentalizzazione politica della storia agisce in senso autoritario e antidemocratico, diffondendo in ampi strati della società convinzioni errate e pericolose. Al di là delle fisiologiche inesattezze che affollano l’uso pubblico della storia – raccontata in maniera sommaria o decontestualizzata, e condizionata da decenni dall’incalzare del mercato (Legnani M. 1992) – lo spazio pubblico italiano è infatti profondamente connotato da una persistente strumentalizzazione politica della stessa. È un problema che non siamo i/le primi/e a porci.
- I precedenti, i paralleli
Nulla nasce dal nulla, naturalmente. E anche per Fact Checking si può abbozzare una genealogia editoriale consapevole, lasciando quella sotterranea a chi in futuro vorrà scriverne. È stata più volte esplicitata in altre sedi (e via via levigata), questa genealogia: il nuovo approccio comunicativo della saggistica storica impostosi in Italia tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, accompagnato non di rado da titoli deliberatamente provocatori o problematizzanti, ha visto dare alle stampe volumi come Il mito del bravo italiano di David Bidussa (Bidussa D. 1994, da tempo fuori commercio), che sottolineava le responsabilità di lunga durata della società italiana rispetto all’antisemitismo esploso poi con la persecuzione delle leggi razziali del 1938, come L’ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli (Portelli A. 1999) e come il fortunatissimo Italiani brava gente? di Angelo Del Boca (Del Boca A. 2005), il cui sottotitolo era Un mito duro a morire. In scia ad altri lavori, esplicitamente volti al debunking e in prevalenza incentrati sulla storia del Novecento, come Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (Focardi F. 2013) e il bestseller Mussolini ha fatto anche cose buone di Francesco Filippi (Filippi F. 2019), seguito da altri due volumi di successo (ID. 2020; ID. 2021), come Laterza con “Fact Checking”, anche l’editore Viella nell’estate del 2020 ha inaugurato una collana, nominata “l’antidoto”, nata da un’idea dello storico Fulvio Cammarano, la quale intende (come leggiamo sul sito dell’editore) “decostruire e confutare interpretazioni e narrazioni prive di credibilità scientifica, ma che ormai fanno parte dell’immaginario pubblico e storiografico”, pubblicando volumi “agili ma rigorosi” che forniscano appunto “un antidoto a invenzioni, approssimazioni, mitografie che spesso, più del falso conclamato, diffondono forme di autentica fake history”. Gli storici e le storiche, insomma, nei primi anni Venti del Duemila paiono definitivamente “scesi in campo” (come mostrano le recenti pubblicazioni sull’incandescente e dibattutissimo conflitto israelo-palestinese [tra cui Marzano A. 2024]), affrontando quella “persistenza vischiosa di una dicotomia/contrapposizione tra campo scientifico e campo della divulgazione ferma ai moduli di almeno due decenni fa”, come rilevava lo storico Massimo Legnani… oltre trent’anni fa (Legnani M. 1992, p. 120). C’è da rilevare che, con oltre venti titoli tra il 2012 e il 2019, già la collana Idòla sempre di Laterza aveva anche coinvolto alcuni storici – da Luciano Canfora con “È l’Europa che ce lo chiede!” Falso! (Canfora L. 2012) a Franco Cardini con “L’Islam è una minaccia” Falso! (Cardini F. 2016) – introducendo diffusamente la pratica del titolo antifrastico maturato nel frattempo in vari campi del sapere (si pensi a Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura [Manconi L., F. Resta 2017]).
- La scia di Angelo Del Boca: intervenire, giudicare
Rimane probabilmente quella di Del Boca la voce che più ha lasciato un segno, che ha tracciato un solco che poi noi, come altri/e, abbiamo deciso di continuare ad arare. Storico non accademico fieramente autodidatta, ma guardato con ammirazione dall’ambiente universitario; giornalista, epiteto che in genere fa sorridere o imbufalire gli storici professionisti, e che nel suo caso non fu così percepito; polemista ma mai prono alle semplificazioni: Del Boca si è sempre interrogato sul perché le “avventure” coloniali abbiano avuto così tanta partecipazione, abbiano riscosso e riscuotano così tanto consenso e così tanto favore.
Introducendo il suo volume autobiografico Un testimone scomodo, scritto a 75 anni, lui stesso scriveva che, se aveva scelto le professioni di giornalista, storico e docente, era stato soprattutto per un “grande bisogno di testimoniare, di denunciare menzogne e mistificazioni”: “penso dunque che continuerò fino alla fine, fintantoché mi resterà un lettore e un contestatore, ad esercitare il mio diritto-dovere di informare” (Del Boca A. 2000, p. 5). Avrebbe riproposto le medesime considerazioni ne Il mio Novecento, edito otto anni più tardi (Del Boca A. 2008, p. 5).
Italiani brava gente? Un mito duro a morire (Del Boca A. 2005) si incastona in decine di migliaia di pagine scritte in oltre settant’anni di produzione, con un titolo sarcastico e antifrastico scelto dal Del Boca anche in polemica con un articolo di Pierluigi Battista del 28 agosto 2004 (Italiani brava gente. Un mito cancellato, “La Stampa”). È un piccolo libro scritto in meno di sei mesi e le sue oltre centomila copie vendute lo fanno uno dei saggi di storia più citati del Novecento italiano (anche se non sempre letto, ça va sans dire: è la fortuna/sfortuna dei titoli riusciti, in qualche modo autoevidenti, provocatori).
Sotto certi aspetti Italiani brava gente? si può considerare il punto d’arrivo di un lungo percorso. Soprattutto sui temi cardine del libro e di tutta l’opera mastodontica di Del Boca – una storia politico-diplomatica, militare e sociale del colonialismo italiano, così come dei crimini del colonialismo italiano e dell’imperialismo fascista – il cambio di paradigma, anche nel comune sentire, è stato non trascurabile, e oggi in Italia esiste una fiorente produzione storiografica sul tema e, anche a livello di senso comune, di impegno civile e finanche di “guerriglia toponomastica” (penso al lavoro dei Wu Ming), molto è mutato; è più che evidente che la produzione scientifica e pamphlettistica di Del Boca abbia avviato una rivoluzione della memoria pubblica italiana. Gli stereotipi restano al contempo “duri a morire” anche a due decenni di distanza: non lo si può negare. Le responsabilità e le complicità sono assolutamente trasversali.
Lo scriveva Del Boca stesso, introducendo La storia negata – un’opera collettanea del 2009 che puntava il dito contro “la nebulosa di contraffazioni che ci opprime, ci soffoca, ci avvilisce” –, nel circoscrivere il campo dei protagonisti, “illustri e oscuri, di questa falsificazione della storia“: questi vanno “dai massimi gerarchi del fascismo ai più alti esponenti delle Forze Armate; da giornalisti alla ricerca del successo e del facile guadagno a docenti universitari di ogni livello. Ma qualche volta è lo stesso Stato che organizza una colossale truffa per far dimenticare gli orrori della notte coloniale” (Del Boca 2009, pp. 34-35 e 27). La scelta delle parole, atto fondante per chi nella vita ha scritto decine di libri (oltre settanta, mi disse) e migliaia di articoli, non è casuale: Del Boca parla di “truffe”, e di “orrori”, rievocando immagini che già costellavano Italiani brava gente? Questi sono giudizi, e piuttosto severi.
- Contro la storia oggettiva
“Ma è possibile, dunque, scrivere una storia oggettiva/obiettiva?”, si sentono spesso chiedere storici e storiche, e ovviamente non possiamo eludere questo interrogativo. Rispondiamo con le parole di Gaetano Salvemini nella celebre introduzione al suo Mussolini diplomatico (pubblicato in francese nel 1932):
Chi crede sinceramente di essere imparziale, non è troppo spesso che uno sciocco. Chi si proclama imparziale, è quasi sempre un mentitore senza scrupoli che cerca di ingannare il suo pubblico: lupo in veste d’agnello. Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo solamente essere intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse, e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere (Salvemini G. 2017, p. 3).
Non esiste oggettività, non esiste equidistanza, nella storia: esiste solo l’onestà intellettuale – qualcosa di irraggiungibile, nella sua totalità, qualcosa a cui tendere. Umberto Eco nel suo articolo L’illusione della verità (1969) parlava di “mito dell’obiettività”, intendendo questo nel riferirsi al lavoro giornalistico (e annessi titoli, scelte tipografiche, impaginazione, taglio, collocazione, eventuali colori utilizzati): “non si dà una notizia se non interpretandola, se non altro per il fatto di sceglierla”; “Non confondiamo l’onestà (che è una scelta morale e l’obbedienza a un codice di comportamento) con l’obiettività (che è la presunta aderenza a una mitica verità che starebbe nelle cose)” (Eco U. 2022, pp. 15-16).
Credo che, seguendo l’esempio di Del Boca, sia sano e corretto dichiarare il proprio posizionamento rispetto all’oggetto di studio, senza che questo infici il proprio lavoro. E questo vale anche per la “squadra” di “Fact Checking”: come ho osservato con Eric Gobetti e Gianluca Falanga, pubblicando un articolo a sei mani per “Modern Italy” dal quale qui riprendo alcune considerazioni, “la voce collettiva che firma questo articolo corale ha naturalmente al suo interno sensibilità politiche diverse ma, crediamo, convergenti. La ‘squadra’ ha certamente in comune un impegno civile a difesa delle istituzioni repubblicane e democratiche, e un’idea di cultura intesa come voler comprendere la storia nella sua complessità, senza miopi preconcetti o deleteri elitismi” (Greppi C., Falanga G. e Gobetti E. 2023).
È chiaramente una scelta politica quella di intervenire nel dibattito pubblico per provare a “raddrizzarlo” partendo da un bacino di conoscenze condivise. Fatti, eventi e processi storici però esistono, e questi sono documentabili: penso alla “guerra delle cifre” sulle vittime delle foibe, che ha portato persino a centuplicare (sic!) le stime largamente condivise dalla comunità degli storici (Gobetti E. 2021), oppure all’eccezione elevata a norma che contraddistingue spesso le polemiche antiresistenziali: alcuni specifici episodi di sangue o di conflitti violenti interni al partigianato – poche decine – vengono innalzati ad archetipi di una presunta ferocia indiscriminata quando si tratta, appunto, di casi liminari ed eccezionali (Colombini C. 2021).
Ed esistono naturalmente gli studi che di questi fatti, eventi e processi ci permettono di valutare il significato, la portata e l’impatto, all’epoca e successivamente. Un/una fact checker riesce agilmente a riportare tutto a un dato di realtà: penso all’allucinante ricezione distorta nostrana del dibattito statunitense intorno alla cosiddetta “cancel culture”, a mio avviso egregiamente ribilanciata da Alice Borgna nel suo Tutte storie di maschi bianchi morti… (Borgna A. 2022).
In tutti questi, come negli altri casi, è chiara ed esplicita la necessità di contribuire a riportare il senso comune allo stato dell’arte, ben sapendo che i mulini a vento continueranno a girare e che noi continueremo a lottare. Perché nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a miti inossidabili, scalfiti solo in superficie da operazioni di questo tipo. Queste pubblicazioni, e la loro genealogia più o meno strutturata e sempre in via di definizione, certificano tuttavia il montante bisogno di parte della storiografia italiana di intervenire in maniera diretta nel discorso pubblico, una volta accertata l’urgenza del presente. Rivendicando l’importanza della funzione di un sapere scientifico documentato, che non sia un insieme raffazzonato di presunte “contro-verità” da agitare come una clava per finalità per lo più identitarie, con saggi come questi si cerca di restituire il lavorio incessante della storiografia e di rifuggire le semplificazioni.
Come rilevavo proprio in questa sede tre anni fa, in un articolo al quale mi permetto di rimandare anche per qualche riflessione sulla necessità di “conoscere la conoscenza” (Greppi C. 2021, p. 27-28), credo che la nostra responsabilità maggiore – degli autori e delle autrici, del curatore, dell’editore – sia riuscire a fotografare gli stereotipi persistenti che si agglomerano intorno a frasi come quelle che danno i titoli ai volumi e che scandiscono la loro struttura interna (senza dare insperata visibilità a narrazioni tossiche marginali), per poter fornire dei “manuali di autodifesa” per chi li necessita.
- Foratori di palloncini?
Chiaramente il debunking è un approccio che può avere delle criticità (in primis quella di rivolgersi “ai convertiti”): “l’attacco frontale del debunker al suo avversario” – scrive Wu Ming 1 nel suo prezioso La Q di Qomplotto (Wu Ming I 2021) – fin dalle sue prime manifestazioni “produceva scintille, faceva spettacolo, ma anziché convincere generava rigetto e risentimento”; lo scrittore individua un bias cognitivo – in sostanza una distorsione prospettica – che definisce “ratiosuprematismo” (in estrema sintesi: eccessiva fiducia nella logica e nelle asserzioni fondate), il quale genera a suo avviso la “Sindrome del foratore di palloncini”. La pars construens della sua critica prevede di “mostrare la sutura”, vale a dire svelare i “trucchi” del mestiere in maniera il più possibile collettiva; senza calare dall’alto, in sostanza, il sapere storico – o scientifico – in un approccio esasperatamente filologico che rischia di generare solo chiusure e rigetti (Wu Ming 1 2021, pp. 257-96). È evidente che, come segnala la psicologia cognitiva, rendere “il più chiaro possibile” il processo correttivo può rendere il livello qualitativo del debunker efficace, mentre un approccio respingente rischia di produrre la più classica delle eterogenesi dei fini (Schwarz N., Newman E. e Leach W. 2016, pp. 87 e ss.).
Difficile dare una lettura che non sia impressionistica dell’effetto, sul piano quantitativo, della nostra comune opera di debunking: ritengo tuttavia che sia necessario pretendere una contestualizzazione – intesa anche, banalmente ed etimologicamente parlando, come conoscenza del contesto – e una non sindacabile aderenza allo stato dell’arte della storiografia e al ventaglio di interpretazioni possibili. Gli storici, sia detto, mettono di norma tra virgolette, talvolta letteralmente, il discorso sulla “verità” – ma come si diceva i fatti, gli eventi e i processi storici esistono, come esistono le ricerche che li hanno studiati. E di questo bisogna tenere conto: il sapere storico è un sapere documentato e verificabile.
- L’effetto “sasso nello stagno”
Forse con eccessivo ottimismo, credo di poter sostenere che – almeno su alcuni temi – questa marginalizzazione del discorso storico documentato e verificabile sia destinata a cambiare. Come i volumi che hanno segnato la genealogia di “Fact Checking”, i più fortunati e discussi della serie – in primis i già evocati E allora le foibe? di Eric Gobetti (Gobetti E. 2021), con undici ristampe, e Anche i partigiani però… di Chiara Colombini (Colombini C. 2021), con sei, ma anche Il fantastico regno delle Due Sicilie di Pino Ippolito Armino (Ippolito Armino P. 2021) è alla terza ristampa – ci è parso evidente che titoli come Il fascismo è finito il 25 aprile del 1945 di Mimmo Franzinelli (Franzinelli M. 2022), o La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo di Tommaso Speccher (Speccher T. 2022) abbiano dato un non trascurabile scossone al dibattito pubblico facendo discutere parecchio oltre il cerchio magico degli “addetti ai lavori”.
In generale è stata rilevata una forte fidelizzazione dei lettori: a ogni nuova uscita gli altri volumi, a traino, ricominciano a vendere, e questa è per la saggistica un’assoluta rarità, in ambito editoriale. Inoltre la non fiction ha anche a mio avviso un effetto “sasso nello stagno”: le argomentazioni di un saggio di storia – che siano o no valide, naturalmente – tracimano, e di molto, oltre la ristretta cerchia di acquirenti e lettori. Penso a Prima gli italiani! (sì, ma quali?) di Francesco Filippi (Filippi 2021), che ha ravvivato significativamente il dibattito sulla “costruzione” dell’idea di nazione e delle cosiddette “identità collettive”.
Per dare un ordine di grandezza, che riguarda però tutta l’“alta divulgazione”, per usare un’immagine che suona ossimorica anche se non dovrebbe (il termine “divulgazione” in italiano è usato non di rado con un’accezione neanche troppo velatamente dispregiativa), ogni “Fact Checking” vende in un paio di mesi più di quanto la stragrande maggior parte dei libri di storia pubblicati in Italia vende in tutta la sua vita editoriale. Sono operazioni diverse, certo, e i nostri lavori non potrebbero esistere senza la ricerca di base che li nutre (e solo in rari casi si fondano direttamente su fonti primarie): per questo crediamo che sia necessaria un’alleanza tra professionalità, che tenga conto di quanto è prezioso il lavoro di chi fa ricerca e produce testi ad alto tasso di specializzazione e chi quelle stesse ricerche riesce a valorizzarle, riportando il dibattito pubblico a quel dato di realtà di cui si scriveva.
- Rapporti di forza
Un dato inizialmente interessante, oramai decaduto, è che le prime uscite di “Fact Checking” erano firmate da voci fuori dall’accademia: con le uscite di Tutte storie di maschi bianchi morti… (Borgna A. 2022), de I Greci e i Romani ci salveranno dalla barbarie (Traina G. 2023, nel frattempo tradotto in francese), de L’ideologia gender è pericolosa (Schettini L. 2023) e de Le statue giuste (Montanari T. 2024) si è frantumato definitivamente questo confine tra “accademici” e “non” all’interno della “squadra”.
Queste quattro new entries hanno inoltre rafforzato lo sguardo diacronico e allargato il raggio visivo anche sul piano geografico: dall’antichità vivisezionata da Traina e Borgna all’effetto del movimento Black Lives Matter sul dibattito a proposito della risemantizzazione e della “riscrittura” della storia – che in qualche modo li percorre tutti –, questi volumi, come gli otto precedenti che erano incentrati sull’età contemporanea, mostrano come questo tipo di operazione guardi sempre al presente. Per dirla con Montanari: “sono i rapporti di forza di oggi ad essere in discussione”: chi contesta una statua, nello specifico, “non lo fa per cancellare la storia, ma perché vuole costruire una storia (e soprattutto una storia futura) che finalmente lo, o la, includa” (Montanari T. 2024, p. 14). Ne L’ideologia gender è pericolosa Schettini, allargando il suo discorso a “tutte le diverse esperienze non catalogabili come eterosessuali”, scrive che “Invisibilizzare soggetti ed esperienze, facendo della storia solo il racconto del passato e delle vicissitudini di alcuni attori sociali, equivale a sminuire l’importanza, la rilevanza, perfino a negare l’esistenza di chi non è stato degno di racconto” (Schettini L. 2023, p. 47). Lavorando a “Fact Checking” cerchiamo sempre di tenere a mente anche queste questioni fondamentali, sperando che il nostro operato contribuisca a una ridefinizione del presente.
Nel futuro prossimo sul piano tematico, cronologico e geografico ci si allargherà ulteriormente: si parlerà di conflitti, di terrorismo, di dialogo interreligioso, di altri paesi sui quali il nostro sguardo è stereotipizzato, e si potenzierà questo sguardo diacronico. Avendo sempre presente che il modo in cui guardiamo alla storia muta con noi, e sebbene i miti appaiano spesso inossidabili, generando una fisiologica frustrazione, lanciando tanti sassi nello stagno possiamo significativamente, credo, ostacolare le falsificazioni o le manipolazioni della storia fotografate esplicitamente da gran parte dei nostri titoli. Un esempio poderoso in questo senso viene dal “Fact Checking” fresco di stampa di Benedetta Tobagi (tredicesimo della serie) che, mentre licenzio il dattiloscritto di queste pagine, esce con Le stragi sono tutte un mistero (Tobagi B. 2024), dove si sottolinea che di ognuna delle stragi che hanno insanguinato per un quindicennio l’Italia repubblicana sappiamo moltissime cose, e innanzitutto che siamo a conoscenza della “matrice” – che è sempre, irrimediabilmente, “nera”. Vedremo se questa operazione di chiarificazione cristallina susciterà reazioni, e di che tipo.
Perché, vien da sé, cambiando la percezione del passato e quella “nebulosa di contraffazioni” che ancora ci avvilisce, sono convinto che riusciremo a cambiare qualche brandello di presente, e di futuro.
Riferimenti bibliografici
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